Cultura

Un virus chiamato dittatura: la diagnosi di Al-Aswani

Lo scrittore egiziano ‘Ala al-Aswani 
Il nuovo saggio dell’intellettuale nato al Cairo e trapiantato a New York: "Le vittime dei tiranni in tutto il pianeta sono più numerose di quelle falciate da qualsiasi pandemia"
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Occorre partire da questa affermazione: «Le vittime dei dittatori in tutto il pianeta sono più numerose di quelle falciate da qualsiasi pandemia». Il virus dilaga: su 195 Paesi, più della metà non sono liberi (59 in parte, 49 per niente). Il tempo non ha prodotto un vaccino universalmente distribuito, ma imperatori, monarchi, rais, fuhrer, presidenti eletti con votazioni farsa che si attribuiscono pieni poteri e magari li passano in eredità ai figli. Non se ne esce: in aree come il Medio Oriente e il Sudamerica intere popolazioni conoscono brevi intervalli di respiro, poi giù in apnea, si riconsegnano a nuovi modelli di autoritarismo. Perfino in Occidente si è tornati a flirtare con il despotismo, ma fermandosi (fin qui) sulla soglia, memori del passato tragico. Non resta dunque che catalogare la dittatura come una malattia dell’umanità, una sindrome: un complesso di sintomi provocati da cause diverse che finiscono per annientare quell’organismo che è un popolo.

La diagnosi non appartiene a un virologo, ma a un dentista: Ala Al-Aswani, egiziano trapiantato a New York. Da 18 anni scrive suscitando successo e scalpore. Cominciò con Palazzo Yacoubian, tuttora il romanzo più venduto nel mondo arabo, poi ha alternato fiction (Sono corso verso il Nilo ha chiuso il cerchio) e saggistica d’opposizione (Se non fossi egiziano e La rivoluzione egiziana). Quando parla di regime sa quel che dice, l’ha sperimentato: il testo di questo La dittatura-Racconto di una sindrome, per dire, è partito con lui dall’aeroporto del Cairo in una chiavetta Usb nascosta fra dentifricio e schiuma da barba. Le tirannie sono tanto feroci quanto elementari: Palazzo Yacoubian evitò la censura semplicemente ribattezzando Mubarak “il Grande Uomo”. I devoti revisori ragionarono come un computer (“cerca parola”) e se notarono l’epiteto lo scambiarono per complimento. Ora, raccontatelo ai genitori di Giulio Regeni o a Zaki, vittime del clone incattivito di quel despota. Come è possibile? Con tutti gli esempi non solo storici, ma addirittura vissuti nel corso della propria esistenza, come è possibile riconsegnarsi a un generale megalomane o, altrove, passare dallo stalinismo a Orban, Lukaschenko, Nazarbaev? Come possono esistere in Italia nostalgici di Mussolini, in Spagna di Franco?

Non resta che la spiegazione di Al-Aswani: la malattia, l’influenza che arriva con l’inverno della ragione. Eppure ne conosciamo, ce li mette sotto gli occhi, sintomi e decorso. La chiave è questa: «Il dittatore non parla mai all’intelletto, ma lavora sulle emozioni delle masse, che si sottomettono interamente alle sensazioni». È una sorta di marketing emotivo, agisce nel subconscio, crea un bisogno, diffonde la percezione di un pericolo. Suscita necessità di protezione. Non importa se il nemico è creato attraverso un complotto, evocato da false informazioni. A quello il dittatore contrappone carisma, soluzioni semplificate («O me o il caos»), sciovinismo nazionalista (gli slogan non hanno bisogno di essere ricordati, riaffiorano) e invocazione di una religione (dalla quale si proclamerà prima seguace, poi, in varia forma, da essa designato). Seguiranno, inevitabilmente: il ritiro di ogni delega, la punizione di qualsiasi critica, il dileggio della figura degli intellettuali (salvo quelli che un incarico ben pagato o la vanità converte in aedi), la censura, il lavaggio del cervello, fin dalla scuola elementare (tema: «Come ha fatto il Presidente, nella sua grande saggezza e coraggio, a salvare il Paese e portarlo a un’era di rinascita?»). Parafrasando Tolstoj, ogni leader democratico lo è a suo modo, tutti i dittatori si assomigliano. Sono: narcisisti, megalomani, paranoici e infine sadici.

A questo punto non resta che chiedere al dottor Aswani come evitare questa malattia, come prevenirla o, se contratta, curarla. Per il primo aspetto occorre mantenere vigile l’attenzione e, ancor più, il senso etico. Il che significa non accettare baratti: ricordarsi che «le riforme sono prive di valore senza la libertà». Significa anche rifiutare lo scambio più comunemente proposto: libertà per sicurezza (termine che non va confuso con salute o incolumità, come fanno i negazionisti del reale). Quanto alla cura del male, una volta che si è propagato nell’organismo, Al-Aswani ne vede una sola: la rivoluzione popolare. Benché sappia, lo ha scritto nel romanzo precedente, che alcuni popoli, come il suo, non sono fatti per la rivoluzione, né quella per loro. Dopo poco si riconsegnano alla dittatura, poiché: «ipocrisia, corruzione, ignavia non appartengono soltanto al potere, sono le armi del suicidio di massa chiamato sottomissione, in forma religiosa e laica». E questa è la diagnosi più atroce: la dittatura non è il sogno malato di uno, ma la malattia della coscienza di molti.


Il libro
La dittatura di ‘Ala Al-Aswani (Feltrinelli, traduzione di Giancarlo Carlotti, pagg. 176, euro 16)