Per tutti è l’autore delle “Favole al telefono”, l’inventore di Giovannino Perdigiorno e dell’Omino dei sogni, il pedagogo della “ Grammatica della fantasia”, il primo a insegnare ai bambini che leggere poteva essere perfino divertente. In pochi ricordano invece che Gianni Rodari è stato un giornalista militante per i giornali del Pci, inviato per L’Unità, corsivista per Paese Sera. A restituire questo pezzo della sua avventura umana e professionale, nel centenario dalla nascita, è il graphic novel per adulti e ragazzi, “I sepolti vivi” ( Einaudi Ragazzi) nato dallo storico Ciro Saltarelli e dall’illustratrice Silvia Rocchi, entrambi a Bologna da molti anni.
La storia si svolge in provincia di Ancona, nel 1952, quando più di trecento operai restarono chiusi per oltre un mese nelle viscere della miniera di zolfo più grande d’Europa, a Cabernardi e Percozzone. Non fu un incidente, ma un atto di protesta: i minatori si asserragliarono contro le lettere di licenziamento inviate a 860 di loro. Rodari lo raccontò per “ Vie nuove”, settimanale legato al Pci, pensato per le masse.
«Mi sono imbattuto nel reportage - svela Saltarelli, che insegna all’Istituto Scappi di Castelsanpietro - e mi ha colpito la capacità di Rodari nel mescolare l’inchiesta con l’arte del narratore, la microstoria con la macrostoria. In questo caso quella di due giovani innamorati, Ernesto e Maria. Lui è rinchiuso nella miniera, lei a casa con la bambina piccola. Per due volte, ci racconta Rodari, lei percorre 12 chilometri a piedi per portargli il pranzo e vederlo, lui risale dalle profondità della terra per incontrarla, ma si mancano in entrambe le occasioni. Sullo sfondo la protesta dei minatori, la resistenza delle mogli, la solidarietà del parroco» . È questa la sceneggiatura della graphic novel, che Rocchi restituisce visivamente con il suo tocco materico.
«Lavoro quasi sempre in maniera analogica - osserva - non mi ero mai confrontata col giornalismo. Mi sono documentata sugli scatti conservati nell’archivio della miniera. L’immagine che chiude il volume, con gli uomini con gli occhiali da sole, è una ripresa fedele. Non mi sarebbe mai venuto in mente il dettaglio degli occhiali. Poi ho insistito sul contrasto, colori quasi bruciati per le scene all’esterno, era piena estate, scuri per le tavole dentro la miniera».
Era in effetti la fine di giugno, quando Rodari venne inviato ad Ancona. «Prima era a Bologna, per seguire le Giornate di Primavera, protoraduni femministi, di cui diede conto nel numero successivo del periodico. Un altro aspetto poco noto dell’autore di Favole al telefono è che non solo non rinunciò mai al giornalismo, ma che il suo interesse per l’infanzia derivò proprio da quell’esperienza» . Tutto infatti ebbe inizio quando gli venne affidata la cura de Il Pioniere, l’inserto dell’Unità per i ragazzi. «Accettò, come scrisse, perché allora nel Partito erano tutti molto disponibili. E a ben leggere le sue opere per l’infanzia, si osserva come la parte fantastica conviva con quella che parla agli adulti, che altro non è che lo sguardo del cronista militante».
La storia si svolge in provincia di Ancona, nel 1952, quando più di trecento operai restarono chiusi per oltre un mese nelle viscere della miniera di zolfo più grande d’Europa, a Cabernardi e Percozzone. Non fu un incidente, ma un atto di protesta: i minatori si asserragliarono contro le lettere di licenziamento inviate a 860 di loro. Rodari lo raccontò per “ Vie nuove”, settimanale legato al Pci, pensato per le masse.
«Mi sono imbattuto nel reportage - svela Saltarelli, che insegna all’Istituto Scappi di Castelsanpietro - e mi ha colpito la capacità di Rodari nel mescolare l’inchiesta con l’arte del narratore, la microstoria con la macrostoria. In questo caso quella di due giovani innamorati, Ernesto e Maria. Lui è rinchiuso nella miniera, lei a casa con la bambina piccola. Per due volte, ci racconta Rodari, lei percorre 12 chilometri a piedi per portargli il pranzo e vederlo, lui risale dalle profondità della terra per incontrarla, ma si mancano in entrambe le occasioni. Sullo sfondo la protesta dei minatori, la resistenza delle mogli, la solidarietà del parroco» . È questa la sceneggiatura della graphic novel, che Rocchi restituisce visivamente con il suo tocco materico.
«Lavoro quasi sempre in maniera analogica - osserva - non mi ero mai confrontata col giornalismo. Mi sono documentata sugli scatti conservati nell’archivio della miniera. L’immagine che chiude il volume, con gli uomini con gli occhiali da sole, è una ripresa fedele. Non mi sarebbe mai venuto in mente il dettaglio degli occhiali. Poi ho insistito sul contrasto, colori quasi bruciati per le scene all’esterno, era piena estate, scuri per le tavole dentro la miniera».
Era in effetti la fine di giugno, quando Rodari venne inviato ad Ancona. «Prima era a Bologna, per seguire le Giornate di Primavera, protoraduni femministi, di cui diede conto nel numero successivo del periodico. Un altro aspetto poco noto dell’autore di Favole al telefono è che non solo non rinunciò mai al giornalismo, ma che il suo interesse per l’infanzia derivò proprio da quell’esperienza» . Tutto infatti ebbe inizio quando gli venne affidata la cura de Il Pioniere, l’inserto dell’Unità per i ragazzi. «Accettò, come scrisse, perché allora nel Partito erano tutti molto disponibili. E a ben leggere le sue opere per l’infanzia, si osserva come la parte fantastica conviva con quella che parla agli adulti, che altro non è che lo sguardo del cronista militante».