Ci voleva un musicologo di casa nostra come Maurizio Franco — docente ai Civici Corsi di Jazz e al Conservatorio di Como, direttore della rassegna «Atelier Musicale» alla Camera del Lavoro — per mettere in luce l’esuberante filone jazzistico milanese, tra concerti e didattica. editoria e mondo discografico. Il suo volume uscito da pochi giorni per Utet, La storia del jazz, scritto a più mani con Luigi Onori e Riccardo Brazzale dedica lunghe pagine ai nostri musicisti, pur all’interno di un panorama globale che ritaglia inediti approfondimenti nel jazz europeo.
«L’atto di nascita del jazz milanese è del 1919, quando il fisarmonicista Gorni Kramer e il suo gruppo registrano in città il primo pezzo in assoluto di jazz in Italia, cosa che poi apre prospettive nuove a questa musica per tutti gli anni del fascismo» racconta Franco. «Lo sdoganamento però avviene nel ’ 44 quando la Repubblica Sociale Italiana per creare confusione crea un’emittente civetta (Radio Tevere) che inonda il pubblico di brani jazzistici per far credere di essere filoamericana, anche se in realtà insinua commenti dubbiosi e propagandistici sull’andamento del conflitto».
È in quei mesi che, dopo la diffusione in città dei V-disc il raffinato paroliere Gian Carlo Testoni si inventa la pubblicazione a Milano della rivista Musica Jazz, che ( insieme ad Arrigo Polillo) dà fiato ad un repertorio sempre più in voga nei circoli culturali. Sono poi gli anni Cinquanta e Sessanta quelli della grande espansione. In città irrompe la nuova moda del bebop, prediletta da pittori e letterati, ma più che nei teatri il jazz si veste di colori bohémien fra locali e club: come alla Taverna Messicana in cui sbarcano Coltrane, Billie Holiday e il Modern Jazz Quartet e al Santa Tecla dove imperano la Dixieland Jazz Band e la tromba del giovane Chet Baker, in un ambiente miracoloso ( poi distrutto) decorato da pittori d’avanguardia come Enrico Baj e Sergio Dangelo.
Mondo variopinto appunto, dove si incrociano musicisti colti come Bruno Maderna, mentre è del ’ 61 l’apice del nuovo fermento quando Gaslini suona l’accompagnamento dal vivo del film- capolavoro La Notte di Antonioni, vincendo il Nastro d’Argento. «L’esplosione del genere si mescola alla contestazione studentesca: i concerti di Cerri e Intra tra fabbriche e ospedali ( alcuni in collaborazione con Franco Basaglia), il filone d’ispirazione politica della Collective Orchestra con il pianista Liguori, le performance nell’Aula Magna della Statale e le trasmissioni nelle radio private» ricorda Franco «per non parlare delle mescolanze con la radice etnica (Trovesi) e il rock (Demetrio Stratos e Patrizio Fariselli), ma pure il diffondersi di gloriose etichette discografiche come la Black Saint».
Nascono anche nuovi corsi accademici, quelli della Civica (con tanto di Jazz Band stabile) e del Conservatorio che formano le nuove generazioni popolate da milanesi doc ( Bollani, Battaglia) o da musicisti che in città sperimentano nuove tecniche ( De Piscopo, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli). « L’anima jazzistica a Milano è sempre stata vivacissima, in un dialogo con le altre arti e ottimizzando le forze anche in tempi economicamente difficili. Un pregio raro e un insegnamento per tutti».
«L’atto di nascita del jazz milanese è del 1919, quando il fisarmonicista Gorni Kramer e il suo gruppo registrano in città il primo pezzo in assoluto di jazz in Italia, cosa che poi apre prospettive nuove a questa musica per tutti gli anni del fascismo» racconta Franco. «Lo sdoganamento però avviene nel ’ 44 quando la Repubblica Sociale Italiana per creare confusione crea un’emittente civetta (Radio Tevere) che inonda il pubblico di brani jazzistici per far credere di essere filoamericana, anche se in realtà insinua commenti dubbiosi e propagandistici sull’andamento del conflitto».
È in quei mesi che, dopo la diffusione in città dei V-disc il raffinato paroliere Gian Carlo Testoni si inventa la pubblicazione a Milano della rivista Musica Jazz, che ( insieme ad Arrigo Polillo) dà fiato ad un repertorio sempre più in voga nei circoli culturali. Sono poi gli anni Cinquanta e Sessanta quelli della grande espansione. In città irrompe la nuova moda del bebop, prediletta da pittori e letterati, ma più che nei teatri il jazz si veste di colori bohémien fra locali e club: come alla Taverna Messicana in cui sbarcano Coltrane, Billie Holiday e il Modern Jazz Quartet e al Santa Tecla dove imperano la Dixieland Jazz Band e la tromba del giovane Chet Baker, in un ambiente miracoloso ( poi distrutto) decorato da pittori d’avanguardia come Enrico Baj e Sergio Dangelo.
Mondo variopinto appunto, dove si incrociano musicisti colti come Bruno Maderna, mentre è del ’ 61 l’apice del nuovo fermento quando Gaslini suona l’accompagnamento dal vivo del film- capolavoro La Notte di Antonioni, vincendo il Nastro d’Argento. «L’esplosione del genere si mescola alla contestazione studentesca: i concerti di Cerri e Intra tra fabbriche e ospedali ( alcuni in collaborazione con Franco Basaglia), il filone d’ispirazione politica della Collective Orchestra con il pianista Liguori, le performance nell’Aula Magna della Statale e le trasmissioni nelle radio private» ricorda Franco «per non parlare delle mescolanze con la radice etnica (Trovesi) e il rock (Demetrio Stratos e Patrizio Fariselli), ma pure il diffondersi di gloriose etichette discografiche come la Black Saint».
Nascono anche nuovi corsi accademici, quelli della Civica (con tanto di Jazz Band stabile) e del Conservatorio che formano le nuove generazioni popolate da milanesi doc ( Bollani, Battaglia) o da musicisti che in città sperimentano nuove tecniche ( De Piscopo, Franco D’Andrea, Claudio Fasoli). « L’anima jazzistica a Milano è sempre stata vivacissima, in un dialogo con le altre arti e ottimizzando le forze anche in tempi economicamente difficili. Un pregio raro e un insegnamento per tutti».