Sin dall’inizio del suo nuovo, avvincente libro, Bruno De Stefano mette in guardia il lettore. Nessuna agiografia della camorra, ovviamente, ma neanche astratti trionfalismi sui "successi" delle forze dell’ordine e della magistratura, proprio perché, a distanza di decenni, alcuni dei clan di cui si parla non sono affatto consegnati agli archivi criminali o agli scaffali delle emeroteche, ma sono ancora presenze asfissianti e quotidiane a Napoli e nel resto della Campania. Ecco perché "Le più potenti famiglie della camorra. La storia dei clan che hanno dominato la malavita italiana" ( Newton Compton editori) è un testo che aiuta a fare luce su un fenomeno — quello della criminalità organizzata — che ha condizionato e condiziona pesantemente la vita economica, sociale e politica del Napoletano.
Spesso lo si dimentica, anche in questi tempi di Covid: la grande palla al piede del Sud sono le mafie. Sono loro che arrivano lì dove lo Stato non c’è o non vuole andare, ed è in questo vuoto che proliferano dinastie non solo malavitose e sanguinarie, ma anche organizzazioni para- economiche e paramilitari che gestiscono pezzi di territorio. Il merito del libro di De Stefano è quello di ricordarci che queste "famiglie" non sono un fenomeno isolato, ma rappresentano una forma di controllo delle persone e delle attività che travalica le generazioni.
«La camorra — scrive il giornalista già autore di libri come "Napoli criminale" e "Storia e storie della camorra" — non è più quella degli anni ’80 e ’90 perché ha subito colpi pesantissimi e molti boss o si sono pentiti o trascorreranno il resto dei loro giorni in galera. Ma questo non dev’essere considerato un successo straordinario: in un Paese normale, la normalità è — appunto — arrestare e condannare chi commette dei reati». L’autore, acuto cronista di nera e di giudiziaria, ricostruisce così le vicende di dieci famiglie camorriste, da quelle che si affermarono negli anni Settanta del XX secolo come i Giuliano e i Mazzarella, ai Di Lauro che si imposero negli anni Novanta.
E poi altri clan come i Nuvoletta di Marano, i camorristi affiliati a Cosa Nostra, che svolsero un ruolo egemone nelle dinamiche criminali, come dimostrano i i legami con i Gionta di Torre Annunziata, una dinastia intrecciata con le vicende di uno dei delitti più cruenti degli anni Ottanta, quello di Giancarlo Siani. Nel raccontare le genealogie delinquenziali dei Contini-Mallardo-Bosti, degli Schiavone- Bidognetti- Zagaria, dei Moccia, dei Sarno e dei Graziano e Cava, l’autore ricostruisce crimini e vendette che hanno insanguinato intere comunità, ma offre anche lo spaccato di realtà come quelle dei Casalesi, in paesi dove abusivismo edilizio e traffici criminali avvenivano alla luce del sole e nella più completa impunità per anni.
De Stefano ricostruisce le atmosfere e le connivenze in realtà dove il vuoto di offerta politica e istituzionale era causa ed effetto del potere camorristico. Il lavoro di scrittura è frutto di un approfondito studio degli atti giudiziari e delle cronache giornalistiche, centinaia e centinaia di pagine che De Stefano ha guardato ed esaminato, restituendo in 432 pagine una storia che allo stesso tempo è terribile ma anche necessari. « Leggendo le pagine che seguono — scrive nell’introduzione l’autore — si può comprendere perché in alcuni luoghi della Campania è complicato trovare il coraggio per reagire e perché migliaia di persone accettino di convivere con la camorra. Perché — e fa male anche solo pensarlo — la percezione netta è che i camorristi siano i veri padroni del territorio».
Spesso lo si dimentica, anche in questi tempi di Covid: la grande palla al piede del Sud sono le mafie. Sono loro che arrivano lì dove lo Stato non c’è o non vuole andare, ed è in questo vuoto che proliferano dinastie non solo malavitose e sanguinarie, ma anche organizzazioni para- economiche e paramilitari che gestiscono pezzi di territorio. Il merito del libro di De Stefano è quello di ricordarci che queste "famiglie" non sono un fenomeno isolato, ma rappresentano una forma di controllo delle persone e delle attività che travalica le generazioni.
«La camorra — scrive il giornalista già autore di libri come "Napoli criminale" e "Storia e storie della camorra" — non è più quella degli anni ’80 e ’90 perché ha subito colpi pesantissimi e molti boss o si sono pentiti o trascorreranno il resto dei loro giorni in galera. Ma questo non dev’essere considerato un successo straordinario: in un Paese normale, la normalità è — appunto — arrestare e condannare chi commette dei reati». L’autore, acuto cronista di nera e di giudiziaria, ricostruisce così le vicende di dieci famiglie camorriste, da quelle che si affermarono negli anni Settanta del XX secolo come i Giuliano e i Mazzarella, ai Di Lauro che si imposero negli anni Novanta.
E poi altri clan come i Nuvoletta di Marano, i camorristi affiliati a Cosa Nostra, che svolsero un ruolo egemone nelle dinamiche criminali, come dimostrano i i legami con i Gionta di Torre Annunziata, una dinastia intrecciata con le vicende di uno dei delitti più cruenti degli anni Ottanta, quello di Giancarlo Siani. Nel raccontare le genealogie delinquenziali dei Contini-Mallardo-Bosti, degli Schiavone- Bidognetti- Zagaria, dei Moccia, dei Sarno e dei Graziano e Cava, l’autore ricostruisce crimini e vendette che hanno insanguinato intere comunità, ma offre anche lo spaccato di realtà come quelle dei Casalesi, in paesi dove abusivismo edilizio e traffici criminali avvenivano alla luce del sole e nella più completa impunità per anni.
De Stefano ricostruisce le atmosfere e le connivenze in realtà dove il vuoto di offerta politica e istituzionale era causa ed effetto del potere camorristico. Il lavoro di scrittura è frutto di un approfondito studio degli atti giudiziari e delle cronache giornalistiche, centinaia e centinaia di pagine che De Stefano ha guardato ed esaminato, restituendo in 432 pagine una storia che allo stesso tempo è terribile ma anche necessari. « Leggendo le pagine che seguono — scrive nell’introduzione l’autore — si può comprendere perché in alcuni luoghi della Campania è complicato trovare il coraggio per reagire e perché migliaia di persone accettino di convivere con la camorra. Perché — e fa male anche solo pensarlo — la percezione netta è che i camorristi siano i veri padroni del territorio».