Cultura

Eugenio Chiesa, l’antimilitarista sfidato a duello

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Eugenio Chiesa, ecco un milanese che sarebbe bene non dimenticare. Si mise contro Mussolini al tempo del delitto Matteotti e dovette scappare in Svizzera. Girovagò poi per anni tra Svizzera e Francia. Miseria nera, umore sotto le scarpe, come capita spesso a chi, nei tempi d’oro, non è stato fermo un momento e ha affrontato la vita carico di entusiasmo. Morì, povero e solo, nel 1930, a Giverny. Fu cremato e le sue ceneri conservate al Père Lachaise. Caduto il fascismo, il sindaco Greppi e il ministro degli Esteri Carlo Sforza si adoperarono per far rientrare l’urna in Italia e lo seppellirono, al termine di un funerale colossale, con tutta Milano per strada, nel Famedio del Monumentale. Ricordò poi lo stesso Carlo Sforza, sulla prima pagina del Corriere, come Chiesa fosse nato povero e divenuto ricco grazie al suo lavoro, «un esempio di milanesità».

Da giovane, Chiesa era stato mazziniano convinto, aveva diretto L’Italia del Popolo, fogliuzzo destinato agli studenti repubblicani, era andato in piazza nel ’98, quando Bava Beccaris aveva lasciato che si sparasse sulla folla, poi era dovuto scappare in Svizzera per sfuggire alle conseguenze di quella protesta. In quel momento era ancora un semplice impiegato della Paravicini, ditta di giocattoli: ma presto, grazie alla sua intraprendenza, sarebbe riuscito a rilevarla e a farsi, da dipendente, imprenditore.

Intanto l’attività politica l’aveva portato in Parlamento, dove si era schierato a sinistra, nei ranghi della cosiddetta Estrema, che comprendeva radicali, socialisti e repubblicani come lui. Da lì condusse le sue battaglie, fortemente anticlericali e antimonarchiche e antimilitariste e anticolonialiste.Ho cercato di riportarlo all’attenzione del pubblico raccontando la storia dei famosi duelli del 1910, dei quali Chiesa fu protagonista assoluto (il libro/romanzo — ma la storia è tutta vera — si intitola Gli onorevoli duellanti,
l’ha pubblicato La Nave di Teseo). S’era scoperto che una gran dama, Nora Füssli vedova Siemens, se la faceva col capo di stato maggiore dell’esercito italiano, generale Tancredi Saletta. Chiesa s’alzò in Parlamento e accusò la vedova di essere una spia e, implicitamente, il Saletta di essere al servizio dei tedeschi. Ne seguì un finimondo e Chiesa si trovò di fronte a cinque cartelli di sfida: lui, che non aveva mai impugnato né una pistola né una spada. Come fece a cavarsela? Beh, da milanese...