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Nostalgia anni 80. In un libro i film che ci hanno fatto sognare rivisti con lo sguardo di oggi

Ventotto titoli (+1) che hanno segnato la storia del cinema pop nei meravigliosi Eighties raccolti in un libro, Film Pop Anni 80, che ne racconta trama, eredità e capacità di sopravvivenza. Ne abbiamo parlato con i due autori. Scoprendo che Tom Cruise forse è invecchiato meglio di Top Gun. E che in una scena di Flashdance, la bellissima Jennifer Beals aveva addirittura i baffi...
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Ci sono E.T. e Indiana Jones, Rocky, Karate Kid e tanti altri. Ovvero gli eroi che chi ha vissuto gli anni 80 non può non conoscere e amare. Sono i protagonisti di film entrati per sempre nell'immaginario collettivo. Ma se quei blockbuster uscissero al cinema oggi (o per lo meno quando le sale riapriranno) cosa ne sarebbe di loro? Se lo sono chiesto Matteo Marino (classe 1977, critico cinematografico e autore anche di Il mio primo dizionario delle serie tv) e Simone Stefanini (classe 1975, giornalista, critico musicale e musicista) quando hanno deciso di raccogliere in un libro film, rigorosamente pop, che hanno "colonizzato" la loro adolescenza e, con l'aiuto dello psicologo Stefano Ventura, hanno compilato una lista di 28 titoli (+1) imprescindibili. Così è nato Film Pop Anni 80 (BeccoGiallo, 416 pagine, 19 euro): "Io e Simone ci conosciamo dal 2014. A unirci è stato David Lynch: eravamo entrambi al Lucca Film Festival a seguire la …
Ci sono E.T. e Indiana Jones, Rocky, Karate Kid e tanti altri. Ovvero gli eroi che chi ha vissuto gli anni 80 non può non conoscere e amare. Sono i protagonisti di film entrati per sempre nell'immaginario collettivo. Ma se quei blockbuster uscissero al cinema oggi (o per lo meno quando le sale riapriranno) cosa ne sarebbe di loro? Se lo sono chiesto Matteo Marino (classe 1977, critico cinematografico e autore anche di Il mio primo dizionario delle serie tv) e Simone Stefanini (classe 1975, giornalista, critico musicale e musicista) quando hanno deciso di raccogliere in un libro film, rigorosamente pop, che hanno "colonizzato" la loro adolescenza e, con l'aiuto dello psicologo Stefano Ventura, hanno compilato una lista di 28 titoli (+1) imprescindibili. Così è nato Film Pop Anni 80 (BeccoGiallo, 416 pagine, 19 euro): "Io e Simone ci conosciamo dal 2014. A unirci è stato David Lynch: eravamo entrambi al Lucca Film Festival a seguire la tre giorni dedicata al regista di Twin Peaks", racconta Matteo Marino. "Abbiamo continuato a seguire l'uno i progetti dell'altro e abbiamo scoperto un altro pezzo di vita in comune: l'amore per i film degli Eighties come Ghostbusters o I Goonies. Da lì la decisione di scrivere qualcosa insieme sull'argomento, che unisse analisi, ironia e sentimento. Il risultato è stato una sorta di romanzo di formazione generazionale, un saggio pop che parte dalle emozioni suscitate dai film con i quali siamo cresciuti e arriva a esaminare cosa significa rivederli dopo tanto tempo o proporli ai ragazzini di oggi. Non solo nostalgia e celebrazione, dunque, ma anche spirito critico. E tanto cuore". 
 
Le caratteristiche fondamentali per rientrare nell’elenco dei film prescelti quali sono state? 
"Abbiamo scelto di restringere il campo (si fa per dire) a quei film pop che hanno inciso sull'immaginario collettivo mondiale. Non per forza capolavori riconosciuti dalla critica (ci sono anche quelli, perché a volte alcuni film d'autore sono diventati pop, come per esempio Shining e Blade Runner, così come alcuni film d'intrattenimento sono diventati classici), ma il nostro occhio di riguardo è stato per quel tipo di cinema destinato a vivere fuori dalla sala e dentro la coscienza popolare".
E.T. di Steven Spielberg è uscito nel 1982 

Ogni titolo è analizzato sotto diversi punti di vista.
"Ogni capitolo è dedicato a un film specifico, ed è diviso in sette sezioni. La prima sezione è un'introduzione che serve a contestualizzare il periodo in cui il film è uscito, chi eravamo, come eravamo, e quello che all'epoca ci aspettavamo dalla visione. Per questo i film compaiono in ordine cronologico seguendo la data di uscita italiana. La sezione Buoni e cattivi parla dei personaggi che amiamo o detestiamo, con una dicotomia che sarà di volta in volta tutta da verificare. Cuore cerca di individuare ed esplorare il nucleo del film, e soprattutto il motivo per cui ci è rimasto dentro. Icona pop è un catalogo ragionato di tutto quello che il film ha impresso in maniera indelebile nei nostri occhi e viene replicato in meme e poster, citato e omaggiato di continuo ancora nelle opere di oggi. Playlist racconta la ricchezza delle colonne sonore e delle canzoni delle pellicole di quegli anni, suggerendo quali ascoltare al momento giusto e quali portare sempre con sé, ieri col walkman, oggi con Spotify. Rewatch è il momento in cui maggiormente si nota la doppia anima del libro: cosa significa riguardare quel film con gli occhi e la sensibilità di oggi, magari con figli e nipoti? Regge alla prova del tempo? Cosa ci dice del presente, e di come immaginavamo il futuro? Infine Mappa è una guida alle location in cui ogni film è stato girato (la caserma dei Ghostbusters, il locale delle caldaie di Nightmare, il resort di Dirty Dancing!), e in alcuni casi individua le tappe del nostro comune immaginario. Infine, un ottavo punto di vista, per così dire, è quello degli illustratori, i bravissimi Zeno Colangelo e Jacopo Starace, che hanno condensato per noi ciascun film in un'immagine. La copertina fotonica è poi opera di Arturo Lauria, che ha avuto il difficile compito di catturare lo spirito del libro in un colpo solo. Per noi c'è riuscito alla perfezione".
 
Quale è il vostro film del cuore e perché? 
Matteo: "È difficile scegliere. Comunque dico E.T., perché è il primo film che ho visto al cinema. Avevo quattro anni e avevo chiesto a mio papà di portarmici, e lui lo fece, nonostante temesse fossi troppo piccolo. La mia reazione un po' drammatica un po' comica alla 'morte' dell'extraterrestre la racconto nel libro. Fu un'esperienza magica che mi rimase impressa anche perché il proiezionista alla fine del film aprì il tetto della sala - all'epoca si apriva per far fumare gli spettatori tra un tempo e l'altro - incorniciando con un vero cielo stellato il decollo della nave spaziale con la quale E.T. tornava finalmente a casa. Mai avrei immaginato che vedere un film in sala potesse essere così bello. Andare al cinema mi manca molto".
Simone: "Stand By Me, perché è tratto da Stephen King, altro amore della vita, e perché è il miglior film sull’amicizia che esista. È una storia che travalica il tempo, ambientata negli anni 50 americani, che erano un po’, per i nati negli Eighties, quello che gli Ottanta sono per noi, quelli del sogno e della rinascita. Quattro ragazzi e un’Avventura con la A maiuscola che mischia commedia, dramma, orrore, per un’esperienza che non dimenticheranno mai più. Ogni santa volta che lo danno in tv, lo guardo di nuovo, recitando le battute a memoria, e quando entrano le note di contrabbasso della canzone di Ben E. King che gli dà il titolo, mi commuovo come la prima volta". 
 
Una parte dell'illustrazione che introduce al capitolo dedicato a Stand by me 

Il più difficile per voi da "decifrare"?
"Probabilmente Shining, perché è stato sviscerato da tutti, compresi i più grandi critici mondiali, sui libri e su YouTube, e sapevamo fin dall’inizio che non sarebbe stato facile trovare una chiave originale. Ma dipende da che tipo di difficoltà si parla. Il rewatch meno divertente è stato con tutta probabilità Top Gun: tolta la colonna sonora e le evoluzioni girate dal vero, è invecchiato meglio Tom Cruise del film. Quello invece che ci ha provocato più dolore scrivere è stato Fa' la cosa giusta di Spike Lee, perché l’abbiamo affrontato all’indomani dell’omicidio di George Floyd".
 
C’è un titolo su cui avete discusso perché uno di voi lo riteneva essenziale e l’altro no? 
"Batman di Tim Burton. Se l'è battuta con Beetlejuice - Spiritello porcello". 
 
Con gli occhi di oggi quali sono i film che hanno resistito al passare del tempo? 
"Beh, Indiana Jones, L'impero colpisce ancora, Blues Brothers, Ritorno al futuro, I Goonies, Stand By me, Breakfast Club, Labyrinth, Ghostbusters, La storia infinita e (quasi) tutti gli altri film contenuti nel libro!".
 
E quale invece rimarrà solo nei cuori della generazione che gli 80 li ha vissuti?
"Quelli impregnati di machismo tipo Top Gun o Rocky IV che sconfigge da solo il comunismo, o ancora le quattro controfigure di Alex in Flashdance, di cui una è un ballerino coi baffi individuabile con il fermoimmagine al momento giusto (l'alta definizione di oggi non perdona): questi potrebbero non affascinare un o una teenager di oggi, ma poi chissà. Tendiamo a sottovalutare la capacità di giudizio dei ragazzi, creando disclaimer o spiegoni per contestualizzare, ma in realtà capiscono il gap generazionale meglio degli adulti e, probabilmente, anche dei film invecchiati non benissimo prenderebbero il meglio, che nel caso degli anni 80 è la possibilità di sognare, di progettare il futuro, che oggi, non per colpa loro, sembra si sia ridotta ai minimi termini".
 
Il tempo delle mele compie quarant'anni: è uno di quelli che hanno tenuto o parliamo di un film che ha perso tutto il suo smalto?
"Il fatto interessante è che il film contiene già più punti di vista, e cambia a seconda dell'età in cui lo vedi, con nonchalance. Se da piccoli ci innamoravamo dei protagonisti, oggi parteggiamo per la nonna, avanti anni luce rispetto ai tempi! In ogni caso, quando in un qualsiasi dj set del 2020 parte Reality di Richard Sanderson, la voglia di ballare un lento con limone incorporato è sempre troppo forte".

Il tempo delle mele

Per farvi un'idea di cosa aspettarvi da Film Pop Anni 80 ecco una parte del capitolo dedicato proprio al film che ha fatto della protagonista Sophie Marceau un simbolo di quel decennio.

La scena cult di Il tempo delle mele 

Bentornate e bentornati al tempo delle interminabili telefonate al fisso tra compagni di scuola, le linee perennemente occupate e la bolletta alle stelle che mandava in bestia quegli esseri ormai distanti anni luce che per meri motivi biologici dicevano di essere i nostri genitori. Bentornati al tempo del maledetto apparecchio ai denti, sfilato sul pianerottolo e nascosto nella tasca del giubbetto prima di entrare a una festa. Bentornati al tempo in cui le mamme conservavano i pullover d’angora dentro il frigorifero, perché se no spelavano, e i figli ci mettevano le pile, credendo fermamente di allungare così la vita di quelle dannate stilo nella speranza che non li avrebbero mollati sul più bello quando erano in giro con l’invenzione più giusta di tutti i tempi, il walkman, quel parallelepipedo di romanticismo e libertà racchiuso tra due cuffiette ricoperte di spugna. Più precisamente, bentornati al 7 novembre 1981, data d’uscita italiana del grande successo d’Oltralpe (in Francia era esploso l’anno prima) che avrebbe segnato l’immaginario sentimentale di una generazione di adolescenti e causato, con la sua tournée promozionale, venticinque feriti a Napoli e uno a Roma nelle resse per vedere da vicino i protagonisti, e su tutti lei: la debuttante Sophie Marceau, già dea. Bentornate e bentornati al tempo delle mele.
 
Buoni e cattivi. L’avrete senz’altro visto due milioni di volte sulle tv private durante la vostra adolescenza, ma per chi fosse sopravvissuto sentimentalmente senza quel fondamentale compendio di educazione emotiva, ecco una rapida sinossi: Vic ha quasi quattordici anni, è alle superiori, e la sua unica ragione di vita è andare a una festa in cui si balla, si bevono analcolici e si tenta di rimorchiare. Lì incontrerà Mathieu, un giovane coi baffi da preadolescente, quel pelo matto che fa da contorno alle labbra superiori dei maschi rendendoli agghiaccianti, ma a lei piace oltre ogni misura. A casa sua, il padre dentista e la madre fumettista sono innamorati ma litigano fino a farsi o rifarsi l’amante, poi si ingravidano e sembrano riappacificarsi, o forse no. Intanto Mathieu sembra interessarsi a una ragazza poco più grande di lui, una che ci sta… Come ormai sappiamo una volta diventati adulti, essere adolescenti è una merda atomica, e chi ne esce un supereroe. Ragazzi e ragazze scoprono il proprio corpo e il sesso, quindi se ne ossessionano e non riescono a pensare ad altro, mentre i genitori per lo più sembrano scandalizzati dalla crescita dei figli, ne hanno una paura fottuta. Chissà che hanno combinato loro a quell’età, verrebbe da pensare. (...) Tracciato questo semplice ma evocativo profilo psicologico, torniamo a Vic, l’irrequieta protagonista del film, che improvvisa una sbarazzina sfilata di moda giovanile con la complicità della madre per scegliere cosa mettersi, e l’attimo dopo è tutta porte sbattute in faccia e lacrime sul cuscino. "Ma cos’ha?". "Tredici anni". Anche per Vic l’amore è tutto, e nonostante l’oggetto di tale sconfinato sentimento sia un impiastro che è a malapena un personaggio, lei vive per lui e manco si accorge che i suoi genitori, tornati emozionalmente adolescenti, si regalano corna a profusione. (...) Buoni e cattivi? No. Non ci sono buoni e cattivi in questo film, solo incompresi che tentano di cavarsela come meglio possono. Ragazzi e ragazze che vogliono sembrare più grandi, e adulti che non vorrebbero essere cresciuti così tanto.
 
Cuore. È possibile mettere dentro un solo film una storia d’amore adolescenziale, una coppia di genitori che rischia il divorzio, una vecchia che vive al massimo, uno spaccato della società francese, siparietti di criptopedofilia, discoteche con luci al neon che neanche in un video dei Daft Punk, bambini presi a botte, limoni e controlimoni, brufoli, apparecchi dentali che si incastrano con altri apparecchi dentali, francesitudine al top della gamma e sensazione di odori ormonali che se ti avvicini alla tv devi poi sanificare e deodorare? Oui, se il film è questo. Patemi d’animo esagerati, cotte fulminee, dolori struggenti e foto strappate, ma anche una commedia degli equivoci con gag triviali (il pacchetto di patatine al cinema con il buco sotto in cui la vicina di posto infila la mano e…), oltre che fenomenologia intergenerazionale delle relazioni (figli, genitori, genitori di genitori) con annesse riflessioni sull’idealizzazione dell’amore da una parte e la scoperta dei compromessi per vivere bene dall'altra. Il tempo delle mele non ha un solo cuore, ma tanti, anche se quello che batte più forte è quello di Vic. E Vic è Sophie Marceau, sogno erotico illegale di tutti i maschi non minorenni come lei al momento della visione: sguardo da nouvelle vague, capelli alla Fantaghirò, corpo appena sbocciato e malizia propria dell’età. All’epoca del film aveva davvero tredici anni. Alla fine, Vic capisce che l’amore alla sua età può cambiare come una banderuola al primo accenno di vento e a un’altra festa si allontana da quel tappetino di baffi, che aveva finalmente conquistato, per ballare con un tipo a caso con gli occhi azzurri, sì, ma vacui come la paura dell’ignoto. Sorpresa. Fermoimmagine. Fine. Tanto sentimentalismo nascondeva in bella vista i suoi anticorpi ("Quando io e Mathieu ci siamo rivisti, ci siamo corsi incontro. Sembrava un film! Sai quando si vedono le immagini al ralenti?". "Oh, io il ralenti lo detesto, è troppo banale") e preludeva a un finale beffardo, che La La Land scansati proprio. Il lieto fine c’è, però. Solo che riguarda altri.
 
Icona pop. Vestiti, musica, ambientazioni, auto, elettrodomestici, motorini senza casco e tanto altro fanno di questo film dei cugini francesi una specie di documentario su come eravamo, in cui possiamo rispecchiarci anche noi italiani. Anzi, alcune cose del film diventate iconiche in Italia, tra cui il titolo e la locandina, sono farina del nostro sacco. Il titolo originale, La Boum, significa letteralmente “La festa”, ed è stato adattato nel nostro Paese con il più poetico e significativo Il tempo delle mele (caso più unico che raro di cambiamento di titolo non criminale), che negli anni Ottanta ha dato modo ai vari umoristi urbani di fare battute sul tempo delle pere. In ogni caso, è diventato praticamente un modo di dire. E il poster con i due ragazzi sui pattini e la mela è quanto di più fresco ci sia. Guardandolo, ci viene una nostalgia sconfinata. E poi, ovviamente, come icona internazionale, c’è quella singola scena lì, brevissima eppure per sempre nei nostri cuori. La scena del walkman.
 
Playlist. Mathieu arriva da dietro mentre Vic si sta versando un’aranciata al buffet, e le mette le cuffie. Lei si volta ed è così che lo conosce. È il loro primo incontro: una musica che solo loro possono ascoltare, mentre gli altri si dimenano al ritmo di un’altra canzone. Non è forse questo l’amore? La musica che Vic sente nelle cuffie e che la fa innamorare all’istante è quella di Reality di Richard Sanderson: "Dreams are my reality / The only kind of real fantasy". Noi, come pubblico in sala, quel tema l’abbiamo già sentito ottocento volte in varie versioni fin dai titoli di apertura, ma gronda talmente miele e beata illusorietà da rendere perfettamente il senso del film. Da quel momento in poi, è diventata la canzone da lento più gettonata dai dj degli anni Ottanta, quella in cui si tenta il tutto per tutto per abbordare la persona di cui siamo segretamente cotti. È arrivata al primo posto in classifica in quindici Stati e ha obbligato Sanderson (che non ne ha mai bissato il successo) a cantarla per tutta la vita, fino a esaurimento della pazienza.
 
Rewatch. Ecco, mica facile. A parte l’amarcord, Il tempo delle mele non è il tipico film che se lo danno di sera in replica ti viene voglia di guardarlo, passata l’adolescenza: usi e costumi opposti a quelli odierni, amore che più sdolcinato non si può, il pur bravissimo Claude Brasseur (qui padre di Vic) spacciato per sex symbol tanto quanto un normalissimo professore di tedesco che fa battere il cuore di tutte senza un perché, doppiaggio imbarazzante e un ritmo non proprio brioso, sono tutte cose che potrebbero farvi desistere. Ma se siete dotati dell’eroismo necessario per godervelo, potreste innanzitutto riscoprire il triplo punto di vista generazionale di cui abbiamo parlato, a cui forse non avete fatto troppo caso la prima volta, e togliervi di dosso quella patina di cinismo che vi appanna da anni, per ritrovare l’entusiasmo di un tempo meno complicato o meno compromesso di adesso. Facile passare dalla faccia torva alla commozione per un passato, quello dei primi anni Ottanta, in cui il nostro universo interiore, quello emozionale e pure quello economico, sembravano davvero in espansione.


(Testo di Matteo Marino e Simone Stefanini,  © 2020 BeccoGiallo S.r.l.)