È una storia che si dipana in alcuni mesi, in poche settimane, in fondo. Ed è anche la storia di un salto temporale dopo mezzo secolo, tra mitologie, storicizzazione, visioni sorprendenti. Marzo 1968, Pino Pascali espone Cinque bachi da setola e un bozzolo a L'Attico di Fabio Sargentini a Roma, in un clima di sperimentazione totale che farà di questa galleria uno degli epicentri dell'avanguardia internazionale in quel torno di anni. Sono dei giocattoloni morbidi e colorati, un mix tra ironia e un punto di svolta sulle potenzialità della scultura, capace di dominare lo spazio espositivo. Poco dopo la Biennale di Venezia - formidabili le immagini che documentano il dialogo tra Pascali e gli studenti che in quell'anno paradigmatico contestarono aspramente la kermesse - e poi l'11 settembre, giorno maledetto della sua morte per i postumi di un incidente in motocicletta, altra sua passione. Da qui, il mito, alimentato in cinquant'anni di progetti, pubblicazioni e - soprattutto - di opere che hanno fatto il giro dei musei del mondo, dalla Tate al MoMA.
È una narrazione che intreccia passato e presente quella che Walter Fasano ha messo in piedi con Pino, film premiato come miglior film al Torino Film Festival, grazie all'impegno di Regione Puglia, Apulia Film Commission e Fondazione Pascali di Polignano a mare. Proprio qui, nel museo che porta il suo nome, in un paesaggio dondolante tra cielo e mare, che aprì il suo orizzonte al mito mediterraneo e a una scultura capace di rapportarsi dialetticamente con la natura in maniera innovativa per l'utilizzo delle forme e dei materiali rintracciati nel quotidiano, nasce il lavoro di Fasano, regista con alle spalle un intenso impegno come montatore per Luca Guadagnino e altri big.
Affiora un vortice, cadenzato dalle musiche di Nathalie Tanner, che collega testimonianze, documenti, immagini e voci. Sono quelle di Suzanne Vega, Alma Jodorowsky, Monica Guerritore e Michele Riondino, rievocano momenti cruciali e leggono documenti che oggi rientrano di diritto nella storia dell'arte, come le parole pronunciate da Palma Bucarelli, direttrice della Galleria nazionale d'arte moderna, all'indomani da quella morte che sconvolse Roma e il mondo dell'arte. In soli trentatré anni di vita Pascali aveva rivoluzionato l'arte contemporanea. E nel giorno del suo funerale, testimoniato da una fotografia iconica che ritrae Sargentini, Cesare Tacchi e altri amici con la bara di Pascali sulle spalle, tutto cambiò. Prodotto da Passo Uno, il film si concentra sul ritorno nei luoghi di Pascali dei cinque bachi, e dell'allestimento - sotto l'occhio vigile di Sargentini, che li custodiva da quella personale fatidica - negli spazi del museo.
"Coprodurre un'opera filmica come Pino, ci dà la possibilità di raggiungere uno spazio trasversale tra cinema e arti visive, dove l'evoluzione del linguaggio cinematografico trova nuovi terreni fertili e più ampi campi distributivi", precisa Simonetta Dellomonaco, presidente di Apulia Film Commission. La fotografia è al centro di tutto il progetto: sono le immagini di Pino Musi a raccontare il viaggio dell'opera da Roma a Polignano, montate con un ritmo dinamico insieme a quelle foto d'archivio - Claudio Abate, Ugo Mulas e Elisabetta Catalano, naturalmente - che svelano incontri, mostre, momenti di vita vissuta, sorrisi, entusiasmi e intuizioni straordinarie di un artista che, come ricorda Sargentini "ha cambiato la connotazione dello spazio espositivo, non più contemplativo ma attivo. D'altronde Pino ha inventato l'installazione e perciò i giovani artisti oggi gli sono debitori".
È una narrazione che intreccia passato e presente quella che Walter Fasano ha messo in piedi con Pino, film premiato come miglior film al Torino Film Festival, grazie all'impegno di Regione Puglia, Apulia Film Commission e Fondazione Pascali di Polignano a mare. Proprio qui, nel museo che porta il suo nome, in un paesaggio dondolante tra cielo e mare, che aprì il suo orizzonte al mito mediterraneo e a una scultura capace di rapportarsi dialetticamente con la natura in maniera innovativa per l'utilizzo delle forme e dei materiali rintracciati nel quotidiano, nasce il lavoro di Fasano, regista con alle spalle un intenso impegno come montatore per Luca Guadagnino e altri big.
Affiora un vortice, cadenzato dalle musiche di Nathalie Tanner, che collega testimonianze, documenti, immagini e voci. Sono quelle di Suzanne Vega, Alma Jodorowsky, Monica Guerritore e Michele Riondino, rievocano momenti cruciali e leggono documenti che oggi rientrano di diritto nella storia dell'arte, come le parole pronunciate da Palma Bucarelli, direttrice della Galleria nazionale d'arte moderna, all'indomani da quella morte che sconvolse Roma e il mondo dell'arte. In soli trentatré anni di vita Pascali aveva rivoluzionato l'arte contemporanea. E nel giorno del suo funerale, testimoniato da una fotografia iconica che ritrae Sargentini, Cesare Tacchi e altri amici con la bara di Pascali sulle spalle, tutto cambiò. Prodotto da Passo Uno, il film si concentra sul ritorno nei luoghi di Pascali dei cinque bachi, e dell'allestimento - sotto l'occhio vigile di Sargentini, che li custodiva da quella personale fatidica - negli spazi del museo.
"Coprodurre un'opera filmica come Pino, ci dà la possibilità di raggiungere uno spazio trasversale tra cinema e arti visive, dove l'evoluzione del linguaggio cinematografico trova nuovi terreni fertili e più ampi campi distributivi", precisa Simonetta Dellomonaco, presidente di Apulia Film Commission. La fotografia è al centro di tutto il progetto: sono le immagini di Pino Musi a raccontare il viaggio dell'opera da Roma a Polignano, montate con un ritmo dinamico insieme a quelle foto d'archivio - Claudio Abate, Ugo Mulas e Elisabetta Catalano, naturalmente - che svelano incontri, mostre, momenti di vita vissuta, sorrisi, entusiasmi e intuizioni straordinarie di un artista che, come ricorda Sargentini "ha cambiato la connotazione dello spazio espositivo, non più contemplativo ma attivo. D'altronde Pino ha inventato l'installazione e perciò i giovani artisti oggi gli sono debitori".