Riccardo Muti e il dialogo della speranza
di Ilaria Zaffino , di Ilaria ZaffinoÈ sicuramente più vicino a Verdi — quando ne La forza del destino ci dice: «Chi può legger nel futuro? » — piuttosto che a Foscolo, per il quale «anche la speme,/ ultima dea fugge i sepolcri». «Qui invece serve speranza»: Riccardo Muti non ha dubbi, se prova a immaginare come sarà "L’anno che verrà". È lui che apre oggi la seconda giornata del festival di Repubblica, intervistato dal direttore Maurizio Molinari, online sul nostro sito a partire dalle 17, che citando un classico di Lucio Dalla si intitola proprio così, per rispondere a una domanda che tutti ci facciamo: e ora che cosa ci aspetta?
«Aspetto con ansia il momento di tornare a dirigere, negli Stati Uniti, dopo questa lunga assenza», confessa il maestro, che è il direttore musicale della Chicago Symphony Orchestra. Perché in tutti questi mesi in cui siamo rimasti senza contatti «q…
È sicuramente più vicino a Verdi — quando ne La forza del destino ci dice: «Chi può legger nel futuro? » — piuttosto che a Foscolo, per il quale «anche la speme,/ ultima dea fugge i sepolcri». «Qui invece serve speranza»: Riccardo Muti non ha dubbi, se prova a immaginare come sarà "L’anno che verrà". È lui che apre oggi la seconda giornata del festival di Repubblica, intervistato dal direttore Maurizio Molinari, online sul nostro sito a partire dalle 17, che citando un classico di Lucio Dalla si intitola proprio così, per rispondere a una domanda che tutti ci facciamo: e ora che cosa ci aspetta?
«Aspetto con ansia il momento di tornare a dirigere, negli Stati Uniti, dopo questa lunga assenza», confessa il maestro, che è il direttore musicale della Chicago Symphony Orchestra. Perché in tutti questi mesi in cui siamo rimasti senza contatti «qualcosa ha mutato il nostro modo di vivere e di essere. Noi siamo cambiati: e tutto questo si riversa nella musica». Accade sempre quando si affronta il dolore. Né potrebbe essere altrimenti: l’orchestra in fondo è una famiglia e «ora è una famiglia disgregata », si rammarica. «Ma quando torneremo a esibirci di nuovo dal vivo, finalmente riuniti, anche l’esecuzione musicale sarà diversa. Forse più profonda, forse più drammatica».
L’unico (grande) timore a offuscare la fiducia nell’anno che ci aspetta, dice il maestro, è che «aver chiuso i teatri ha allontanato inevitabilmente il pubblico. E ci ha fatto abituare all’idea che si può vivere anche senza cibarsi spiritualmente della musica». Ma non può continuare così.