La spinta dell’evoluzione italiana nell’ultimo mezzo secolo, perseguendo con tenacia, anzi, con vera e propria pervicacia la via del benessere per dimenticare sacrifici, miseria, privazioni dell’immediato dopoguerra, è stata la fame. Una dominante che ha scavato così a fondo nell’animo degli italiani facendoli mutare via via negli anni in affamati di scalata sociale, avidi di beni, mai sazi di proprietà e potere.
Oppure, come con arguta precisione li ha ribattezzati Davide D’Urso nel suo nuovo libro, una narrazione che fonde storia personale al ritratto di oltre mezzo secolo di cambiamenti storico- sociali radicali, sono " I famelici". Primo tra loro, vero carattere italico attraverso il quale si può leggere l’origine della nazione che oggi conosciamo, è suo padre, vigoroso settantenne che incarna la generazione di genitori che « dopo la prima casa non si sono accontentati. Negli anni ’ 80 con nuovi sacrifici sono riusciti a coronare un altro sogno, la tanto agognata villetta sul mare. Tempo dopo, un piccolo sforzo ancora, e hanno garantito un tetto sulla testa anche ai propri figli. Ecco, hanno accumulato beni per una vita, e ora si sono accorti di non saper fare nient’altro » .
A raccontarlo è D’Urso, nato negli anni Settanta, che porta su di sé incertezze, precarietà, ingresso nel mondo reso accidentato da un quadro economico e sociale radicalmente cambiato, oppure rinviato per indole contrapposta al padre che osteggiava in gioventù, dall’alto dei suoi studi universitari, definendolo piccolo borghese. Così " I famelici" è un memoir poetico che cerca di ricostruire quando è avvenuta la frattura fra generazioni, intende rintracciare il momento esatto quando i figli hanno cominciato ad avere una spinta, una visione diversa per la costruzione della realtà; meno fame.
Primo passo è sospendere il giudizio, smettere di additare con facilità l’Italietta bieca perché non è il male del paese, ma forse il motore dello sviluppo, nel bene e nel male, poi scendere dall’impalcatura dei propri preconcetti intellettuali costruiti proprio grazie alle opportunità offerte dalla fatica del padre, anche se si registrerà sempre una distanza culturale. Allora D’Urso, ponendosi la domanda «com’è possibile che noi figli pensiamo di essere così diversi dai nostri genitori, al punto da rifiutare sacrifici di gran lunga inferiori a quelli che hanno fatto loro? Chi ci crediamo di essere?», risale la foce della sua famiglia. Guarda in faccia la vita vera dei suoi genitori che partirono da un povero paesino del sud trasferendosi " su", indicando in questo modo un luogo del nord tanto imprecisato quanto riconoscibile per i confini tratteggiati solo dall’opportunità per realizzare una vita diversa, anche se ci si sente sradicati.
È con loro che si è costruito il miracolo italiano. «Mia madre puliva le scale e si occupava dell’immondizia dell’intero condominio, per poi scalare il suo compenso dalle spese dell’affitto. Mio padre rivendeva il cibo confezionato che riceveva in mensa alle botteghe del quartiere. A sentirli oggi che vivono in un palazzo di proprietà, con una macchina ciascuno, tre televisori, una casa al mare, il giardiniere e la colf; a sentire la vita che hanno fatto, sembra la vita di altre persone».
D’Urso racconta con dolce spietatezza e accuratezza un sogno costellato di contraddizioni, inconcepibile per chi è venuto dopo. Eppure forte, che resiste ancora, andandosi a scontrare oggi con la fragilità di un mondo ribaltato nel profondo, ereditato dai figli.