Shahr-i Sokhta dista da Pompei diverse migliaia di chilometri, oltre cinquemila. Qui in Italia è appena cominciato il primo millennio dopo Cristo e l’impero romano è consolidata potenza, quando un’eruzione del Vesuvio nel 79 distrugge Pompei. Laggiù, in Iran, al confine con l’Afghanistan, tra l’inospitale deserto del Lut e le alture del Baluchistan, la sontuosa " città bruciata", Shahr- i Sokhta, al suo terzo terribile incendio intorno al 1800 avanti Cristo, viene definitivamente abbandonata: era in piedi dal principio del terzo millennio. Messe sul tavolo le distanze siderali tra le due città, tuttavia, Shahr- i Sokhta è ugualmente chiamata la " Pompei d’Oriente".
«Accade perché, come per la lava da noi, il suolo salino ha cristallizzato tutti i materiali, sigillando reperti e strutture del sottosuolo per millenni, permettendo di ritrovare tessuti, diversi materiali e manufatti delicati come ceste di vimini per esempio, oltre al materiale stesso con cui erano costruiti gli edifici, la terra cruda, altrimenti destinati a sgretolarsi » . Ce lo racconta il professor Giuseppe Ceraudo, direttore del Dipartimento di Topografia antica e fotogrammetria dell’Università del Salento e coordinatore del Maips ( Multidisciplinary archaeological italian project at Shahr- i Soktha). Come si evince dall’acronimo è un progetto multidisciplinare che ha per oggetto il sito archeologico iraniano, patrimonio Unesco, meta di una campagna che, dal 2016, coinvolge il Dipartimento di Beni culturali dell’Università salentina. Una vera e propria missione archeologica che, in particolare, mette in luce un unicum italiano: la coesistenza di quattro laboratori altamente specializzati del Dipartimento ovvero quello di Topografia antica e fotogrammetria, Antropologia fisica, Paleobotanica e paleoecologia e Archeozoologia; una specie di task force archeologica ( cui si aggiunge il Cedad pr le analisi del c- 14) che, insieme alla Scuola di specializzazione in Beni archeologici " Dinu Adamesteanu", coabita di fatto nello stesso plesso e schiera insieme docenti, ricercatori, dottorandi e studenti.
Ieri, nel corso di una conferenza internazionale online, proprio da Lecce, sono stati mostrati i più recenti risultati delle indagini quinquennali su questo " eldorado archeologico", raccolti nel volume Scavi e ricerche a Shahr-i Sokhta" (Studies and publications Institute, Pishin Pajouh, Tehran), a cura del direttore del progetto Maips Enrico Ascalone dell’Università di Göttingen e di Seyyed Mansur Seyyed Sajjadi dell’Iranian center for archaeological research, direttore del progetto archeologico di Shahr- i Sokhta e Dahan- ye Qolaman dal 1997. Conferenza con presenti, tra gli altri, il rettore UniSalento Fabio Pollice, gli ambasciatori italiano in Iran Giuseppe Perrone, e iraniano in Italia Hamid Bayat, del direttore dell’Iranian cultural institute Taghi Amini e del direttore del Dipartimento di Beni culturali Raffaele Casciaro.
Ma di che sito parliamo? Sicuramente di una città favolosa, al confine del mito. Come fanno sapere dall’Università del Salento, infatti, il sito molto ambito da tutto il mondo per le indagini archeologiche, è stato spesso associato alla mitologica Aratta, citata nei maggiori poemi sumerici tra cui quello di Gilgamesh. Per parte salentina, nel corso di questi anni, si è proceduto a fare indagini anche – come ricorda Ceraudo - prima durante e dopo gli scavi, con l’aiuto di satelliti e droni, da remoto, per definire una base cartografica e analizzare elementi vegetali, antropologici, ossa, sepolture. Una lunga ricerca che ha permesso di tracciare i confini di una città antichissima, ricca ( soprattutto di lapislazzuli), al centro di traffici e scambi importanti. I più recenti studi, poi, hanno restituito una nuova sequenza stratigrafica e cronologica, che le ha ‘alzato’ la vita di 3/4 secoli, raccontando anche di un particolare equilibrio sociale esistente tra clan e gruppi; infine, sono state portate alla luce centinaia di proto- tavolette in argilla, usate per la registrazione contabile familiare. Come si continua?
«A fine anno, emergenza sanitaria permettendo - conclude il professor Ceraudo - torneremo in Iran per continuare a scavare. Ci sono buone ragione per ritenere che il protocollo sarà rinnovato per un altro quinquennio».