In principio erano affascinanti detective e donne fatali: i personaggi del noir americano degli anni Quaranta e Cinquanta, il periodo forse più creativo della storia di Hollywood. C’è un prima e un dopo, nella storia di un genere che negli anni ha assunto mille sfumature. Il confine tra due epoche è rappresentato da una scena in bianco e nero, che " taglia in due la storia del cinema": l’assassinio sotto la doccia in Psycho di Alfred Hitchcock. Il montaggio stupefacente, la scelta destabilizzante di far identificare lo spettatore con il punto di vista della protagonista e poi farla morire dopo mezz’ora lasciandolo senza punto di riferimento. Creare paura con il "cinema puro", ovvero attraverso elementi squisitamente tecnici. Inizia da qui, il viaggio attraverso la storia di un genere che poi è lo specchio dell’America e dei suoi incubi più profondi. Un genere che, come nessun altro, ha saputo imporre la propria impronta estetica e tematica nell’immaginario contemporaneo, e che negli anni si è contaminato mescolando poliziesco, horror, melodramma, scoprendo il pulp e debordando in nuovi territori, dal crime televisivo a nuovi influssi internazionali.
Cinema noir americano. 1960-2020 di Renato Venturelli (Piccola Biblioteca Einaudi — Mappe) è la ricostruzione appassionante di una delle pagine più significative della cultura americana, tracciata con rigore storico e con la passione del cinefilo.
Venturelli — critico cinematografico e collaboratore di Repubblica, autore di libri sull’horror, il poliziesco americano, il gangster film, direttore dal 2005 della pubblicazione Cinema & Generi — accompagna i lettori di film in film, di regista in regista, raccontando come — dopo una sospensione del genere, segnata da L’infernale Quinlan di Orson Welles — dagli anni Sessanta il noir diventa dapprima un genere da omaggiare, poi intraprende nuove strade. Nel ’74, nel mezzo di questa operazione nostalgia, arriva Chinatown, capolavoro di Roman Polanski: ma è l’inizio di qualcos’altro.
Polanski, infatti, se rievoca ambienti degli anni Trenta ed esteriormente rispetta i canoni del filone nostalgico, in realtà inscena una tragedia potente: un film che rifiuta il lieto fine e incarna il luogo fisico e mentale di un Male dal quale non si può più fuggire. Presto si affermerà il cosiddetto neo-noir. Se prima — scrive Venturelli — restava solida "la tradizione del detective hardboiled, dove il cavaliere solitario rischiava di smarrirsi nei labirinti del mondo", dagli anni Ottanta ci si concentra " sull’interiorità più cupa dei suoi torbidi protagonisti". Nel 1986 appare Velluto blu, di David Lynch, che accosta due universi: un’America di provincia apparentemente ingenua e luminosa, e un universo sotterraneo, sopraffatto dall’eros e dalla violenza.
Una lettura nuova, che aprirà la strada a un successo destabilizzante, ovvero la serie tv I segreti di Twin Peaks, tra soap, noir e fantastico. Sono gli anni 90, e presto verrà messa in discussione la stessa narrazione hollywoodiana. E il noir, ancora una volta, "si ritrova in posizione privilegiata — scrive Venturelli — nell’interpretare quest’epoca del post-moderno di massa". È il momento del thriller erotico Basic instinct (’ 92), de Il silenzio degli innocenti (’ 91), icone che ancora condizionano il nostro immaginario. Fino alla dirompente ascesa del genere pulp, con Pulp fiction (1994) di Quentin Tarantino: l’incipit di un filone di eccessi, distacco ironico, uso quasi parodistico dei generi. Che sembra esaltarli: ma li svuota di senso preparando la loro liquidazione.