Cultura

André Aciman: "Il rimpianto degli amori incompiuti"

L’autore del fortunato " Chiamami col tuo nome" presenta " L’ultima estate"
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Quale posto migliore dell’Italia per un giramondo come André Aciman - il settantenne scrittore americano di origini ebraiche, nato in Egitto e vissuto a lungo nel nostro Paese - dove ambientare un romanzo in cui il sogno si intreccia al rimpianto e anzi sono forse tutt’uno? Il maturo Raul incontra un gruppo di giovani americani in vacanza sulla costiera amalfitana, tra loro c’è Margot-Maria e tra i due nasce un rapporto enigmatico, com’è l’amore. Dopo "Chiamami col tuo nome" (da cui è stato tratto il fortunatissimo film di Luca Guadagnino) e "Cercami", Aciman torna in libreria con "L’ultima estate", edito da Guanda.

Signor Aciman, c’è della magia nel suo romanzo. Possiamo definirlo una fiaba?

«Io non credo alla magia, e anche quando ho partecipato a sedute spiritiche, ho sempre avuto l’impressione che qualcosa di equivoco si fosse inserito fra i partecipanti. Ma una volta trasposta alla scrittura, la magia e i poteri sovrannaturali possono acquistare delle caratteristiche molto molto reali, nel senso che il romanzo può suggerire momenti che stanno a cavallo tra ciò che non potrebbe mai succedere e ciò che invece potrebbe se la storia venisse raccontata in un modo verosimile, quasi da articolo giornalistico».

Un modo per fuggire dalla realtà?

«Noi, come ho sempre sostenuto, viviamo in una dimensione del verosimile, perciò siamo tutti più o meno disposti a credere a cose che non accadono nel mondo reale del sic et nunc. Se, per esempio, una persona ci potesse guarire da un male alla schiena solo col tocco della mano e se grazie a questo tocco riuscisse a "vedere" i nostri pensieri più nascosti, riterrei plausibile che questa persona abbia altri doni più potenti. Tutto ciò si può descrivere come "spinta narrativa"».

Amore, vecchiaia, nostalgia della vita: qual è la dimensione più forte di questo suo nuovo romanzo?

«A mio parere, ciò che non possiamo superare non è nemmeno la vecchiaia, ma il rimpianto: le cose che avremmo dovuto fare, dire, sapere, gli sbagli e i pericoli che non siamo stati in grado di intravedere o di evitare. Nonostante Raul sia dotato di certi poteri… Il rimpianto non è altro che il desiderio di cambiare ciò che non si potrà mai modificare, a meno che…».

All’inizio del libro cita la "Tempesta" di Shakespeare: siamo fatti della sostanza dei sogni. Questo vale anche per lei? C’è un elemento autobiografico nel personaggio Raul?

«Ovviamente sì! Come ho sempre sostenuto — e lo faccio nel mio libro appena uscito negli Stati Uniti, "Homo irrealis" — noi siamo fatti di sogni, di fantasie, di rimembranze le più imprecise e più balorde, di immagini, di rimpianti che vanno avanti e indietro infaticabilmente… Io sono un "nastro di Möbius" di ossessioni che non avranno mai fine».

Il tempo, la memoria, gli amori perduti: ci vuole dire che la vita è un cerchio, si torna sempre alla giovinezza e gli amori incompiuti si compiranno?

«Ulisse aspettò vent’anni. Anch’io, come tutti noi, ho degli amori incompiuti. Forse, come succede per molti esili, sarebbe meglio non tornare. Il ricordo di mondi persi è sempre più piacevole che i ritorni in patria. Ulisse, come si sa, dovette ripartire una volta tornato ad Itaca».

La vita è fatta di connessioni casuali ma alla fine siamo condannati alla solitudine come dice Raul?

«La prova più dolorosa è la morte: si muore come si nasce, soli. La solitudine è una cosa che mi ha sempre fatto orrore. Mio padre ripeteva sempre: meglio soli che male accompagnati. Io temo di credere proprio il contrario: la solitudine è una condanna che ognuno cerca di evitare. Le domeniche, per non dire le domeniche sere da soli… oddio!».

Ma cosa rappresenta l’Italia per lei che ci ha vissuto nella giovinezza? I suoi "Lugentes campi", il luogo dei desideri dove si può realizzare il sogno?

«Proprio così. L’Italia è il luogo giusto a cui tendo per ritrovare la strada, quella vera, da cui la ragione mi ha distolto. Sono stato felice negli Stati Uniti, ma l’Italia è la mia dimora, quella che Proust, come Milton, avrebbe chiamato un paradiso. I veri paradisi sono quelli perduti».