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Intervista a Paul Mendez: "Da escort a scrittore che difende l'orgoglio afro"

Paul Mendez (foto Christa Holka)
Paul Mendez (foto Christa Holka) 
Intervista all'autore afrobritannico lanciato dal romanzo d'esordio "Latte arcobaleno". Una storia di formazione autobiografica che racconta razzismo, discriminazione, presa di coscienza della propria identità sessuale e voglia di riscatto
10 minuti di lettura

Paul Mendez ha una storia incredibile: classe 1982, nato nella Black Country, ex cuore industriale del Regno Unito, cresce come testimone di Geova, fa l'escort nella Londra gay dei primi Duemila, dove trova l'amore con un poeta (Alan Hollinghurst), e diventa infine lui stesso uno scrittore. "Pensavo di vendere al massimo qualche copia", racconta Mendez a Repubblica. Invece il suo Latte Arcobaleno, in Italia per Edizioni di Atlantide, tradotto da Clara Nubile, attira l'attenzione di Bernardine Evaristo, il premio Booker 2019, e diventa un piccolo caso letterario. Dopo una vita lontano dal mondo e dalla letteratura, il cammino da scrittore di Mendez è sorprendente. Quella italiana è la sua prima traduzione.

Il romanzo è la storia di Jesse, un ragazzo nero che con Mendez condivide alcuni aspetti della vita: l'essere espulso dalla comunità religiosa e il ritrovarsi sperduto e alle prese con la scoperta della propria sessualità in una grande metropoli. Mendez però rifiuta la definizione di autofiction: è un'altra storia. È un libro che ha radici in un filone di letteratura che è stato capace di raccontare il razzismo, l'omosessualità e la traumatica perdita della religione. Per questo la critica ha rivisto in Mendez l'influenza di James Baldwin, che di tutto questo ha fatto dei capolavori della letteratura americana.

Latte arcobaleno è ambientato perlopiù nel 2002 ma inizia nel 1959, con il nonno di Jesse, Norman: un giamaicano appena arrivato in Gran Bretagna, che da giardiniere si ritrova a fare l'operaio spala carbone. Per Gabriele Romagnoli, che l'ha recensito su Robinson a febbraio, è la parte più potente del libro. Nell'originale inglese è scritta in patois.

"Devo dire che le prime cinquanta pagine non dovevano nemmeno essere parte del libro. Sono contento che siano piaciute tanto. Norman è basato su quel poco che so di mio nonno, morto quando mio padre aveva solo due anni. Mia nonna mi raccontò alcuni aneddoti che ho usato per costruire il personaggio: ma non sono mai stato in Giamaica e non so se era un giardiniere o meno, perciò è tutta fiction. Sapevo però che divenne cieco quando arrivò in Gran Bretagna: iniziò ad avere tremende emicranie. E secondo quanto ricorda mia nonna, un dottore gli disse che la causa era il suo essere così alto e perciò troppo vicino al sole. Sì, fu quello che gli disse un dottore britannico negli anni Cinquanta. Poi nel 2018, mentre scrivevo, è scoppiato lo scandalo Windrush. È il nome che si dà alla generazione dei migranti dalle isole caraibiche e da altre parti del Commonwealth dopo la Seconda guerra mondiale. Molte famiglie vennero nel Regno Unito in cerca di lavoro, convinte di restare per pochi anni. Ma la vita qui fu così ostile che non ebbero modo di risparmiare per il viaggio di ritorno. Durò fino agli anni Sessanta. Le loro carte d'arrivo, che testimoniavano la loro presenza in madrepatria, erano conservate dal governo, che nel 2018 le distrusse per errore, per poi dire che le stesse famiglie che vivevano in Gran Bretagna da mezzo secolo andavano rimpatriate perché non c'era modo di verificare che avessero vissuto continuativamente nel Paese. Ho sentito con forza la vergogna di questo scandalo. Così ho fatto delle ricerche. Negli anni Cinquanta la Giamaica dei miei nonni era in cattive acque dopo una stagione di uragani per cui la madrepatria non poteva stanziare fondi, perché era in ginocchio a sua volta. Nel 1948 il governo permise agli abitanti del Commonwealth di emigrare con la promessa di diventare cittadini britannici, ma solo di recente si è scoperto che la legge fu varata nella convinzione che ad arrivare sarebbero stati i bianchi dall'Australia e dalla Nuova Zelanda, non i neri. Ma fu importante, perché non c'era linguaggio discriminatorio: i britannici volevano dimostrare che erano l'opposto dei nazisti. Tutto questo è confluito nella prima parte del libro. Ma sono un romanziere in erba: devo ancora imparare l'arte per fare bene tutto il resto".

Anche James Baldwin però ebbe difficoltà col suo primo romanzo, Gridalo forte (1953). Fu un debutto potente soprattutto per la sua forma apparentemente incompleta. Con Latte arcobaleno si prova una sensazione simile.

"In effetti noi leggiamo i romanzi di Baldwin oggi, dopo che è morto nel 1987, e possiamo considerare la sua carriera nell'intero e dire che il suo primo libro non è completo come Un altro mondo (1962). Il che è comprensibile se pensiamo che Baldwin fu il maggiore di otto bambini ad Harlem, che è riuscito farsi strada fuori dal ghetto grazie alla letteratura, nonostante tutto cercasse di impedirgli di leggere. C'è un suo scritto in cui racconta che badava al fratello più giovane con una mano, mentre nell'altra teneva Racconto di due città di Charles Dickens o La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Baldwin non andrà mai all'università. Lavorerà nell'industria del New Jersey prima di scappare a Parigi nel '48, dove farà più lavori di giorno, scrivendo la notte. Fu un autodidatta. Io non mi paragono a lui. Sono più vecchio di quando lui iniziò a pubblicare. Ma con Latte arcobaleno, allo stesso modo, non sapevo come scrivere un romanzo. Ho vissuto per metà della mia vita come testimone di Geova: non ho la stessa cultura di molti altri autori, ho letto i libri che potevo leggere, molti non li ho ancora aperti. Mi hanno dato sette mesi per completare il romanzo, alla fine ho impiegato un anno intero per dare senso a quindici anni di scritti che avevo. Perciò sono sconvolto di aver avuto successo, perché alla base di tutto ci sono io, che non avevo idea di come si potesse reggere un romanzo".

Però a volte è un bene. Molti romanzi sanno di plastica per quanto sono rifiniti. Ma la letteratura ha sempre avuto le sue stonature. Così è più reale per i suoi difetti.

"Ho attinto a tutto quello che avevo. Anche alle tecniche attoriali per riprodurre la voce e l'accento dei personaggi, che forse si nota meno in italiano. A teatro tutto deve venire dai dialoghi: si pensi a Shakespeare. Ho cercato di dedicarvi molta attenzione in questo senso. Quando Jesse arriva per la prima volta a Londra, ho usato la trascrizione fonetica per rendere l'idea nel parlato dell'alienazione che prova".

Il patois dell'inizio del libro è molto convincente.

"La mia ispirazione è stata Un'isola di stranieri di Andrea Levy (2004), specialmente l'audiobook in cui si registra mentre lo legge. È una storia dedicata proprio alla generazione Windrush. È narrata in prima persona dalla prospettiva di più voci, britanniche e giamaicane, con i loro accenti. È la prima volta che ho realizzato che si poteva fare letteratura anche in un inglese non standard. E poi ho letto Sam Selvon, Londinesi solitari (1956), scritto in un dialetto coloniale orientale. Di Jean Rhys, invece, per me è molto importante Viaggio nel buio (1934): sapeva rendere l'identità di un personaggio solo attraverso il dialogo, proprio come Shakespeare. E infine c'è Breve storia di sette omicidi, di Marlon James (2014), narrato dal punto di vista di dieci persone, molte giamaicane, che parlano interamente in dialetto. È stato il libro che mi ha dato il permesso di scrivere in questo modo: non mi importa se si capisce o meno; è così che parla quella persona, sta al lettore cercare di comprenderla. È il problema della xenofobia e della mentalità antimigranti, per cui se io vengo nel tuo Paese devo saper parlare la tua lingua nella maniera in cui tu vuoi che la parli, altrimenti non sono il benvenuto. È una vergogna, perché così si perdono tante storie e narrazioni, perché il linguaggio non è tarato per le nostre orecchie e noi non vogliamo fare il lavoro di cercare di comprenderlo. Succede con l'inglese: la sua idea di purezza è frutto di mille anni di supremazia bianca. Perciò diventa difficile accettare che ci sono altri inglesi. Per la parte del nonno di Jesse, Norman, ho cercato di replicare il parlato dell'epoca e anche della Black Country dove si trasferiscono: mi sono registrato come se fossi lui e poi l'ho trascritto, come una performance teatrale".

Il romanzo è basato sulla sua vita, ma lei ci tiene a dire che non è autofiction e non è autobiografico. Perché?

"Scrivere un memoir, o autofiction, non mi permetteva di esprimermi al meglio, perché sentivo il bisogno di proteggere le persone di cui parlavo. Se ne è reso conto anche il mio editore. Perciò ha vinto la finzione. Ho una storia che è unica, è la mia: sono un cittadino britannico, terza generazione di immigrati caraibici; sono nero, vengo da una famiglia di testimoni di Geova, sono diventato un sex worker. Sentivo di dover partire da questo. La narrativa mi ha salvato dalla responsabilità di dire la verità e mi ha permesso di essere creativo. Sono passato dalla prima persona alla terza. Ma ci sono tante differenze: io non sono mai cresciuto con un patrigno bianco, come Jesse. Certo, ci sono dei punti di contatto, invece: anche io, come il protagonista, sono stato vittima di una violenza sessuale. Alla fine, ho i biglietti in prima fila, perché ho vissuto cose simili, ma non sono io quello sul palco".

La disturba che i giornalisti cerchino sempre di chiederle quali sono le differenze e quali i punti di contatto tra la sua vita e quella del protagonista?

"Sì, mi disturba, ma capisco che la gente abbia bisogno di avere definizioni precise su cosa è cosa. È marketing. È quel che vende i libri. Non c'è spazio per le sottigliezze, purtroppo. Credo comunque che tutta la narrativa sia un insieme di osservazioni, creatività e ricordi. Io non faccio differenza. Sono più esplicito di altri, ma si tratta di abilità scrittoria: io non sono ancora al punto di essere in grado di infondere il mio vissuto autobiografico senza renderlo evidente. C'è però anche un altro motivo: nel mercato editoriale britannico gli scrittori neri e di colore venivano pubblicati solo se avevano tra le mani un memoir lacrimoso che potesse scioccare il lettore. Ora è cambiato e credo che in futuro gli autori saranno più liberi di scrivere senza doversi ghettizzare nella propria piccola sezione di mondo".

Torniamo a Jesse. La scoperta della sua sessualità nel libro coincide con l'11 settembre: sta bussando porta a porta come testimone di Geova quando viene fatto entrare da una giovane coppia gay, che sconvolta dall'attentato lo invita a seguire la diretta della tragedia.

"Volevo creare una scena che mostrasse Jesse al bivio. I testimoni di Geova credono in un Armageddon che dovrebbe sterminare chi non fa parte della comunità. Quando Jesse va in questa casa e bussa alla porta, mentre sta evangelizzando, e gli appare un ragazzo a torso nudo, si trova in una situazione in cui le sue paure peggiori si stanno realizzando davanti ai suoi occhi: da un lato l'amore di una coppia gay, che è ciò che vorrebbe ma non può ancora ammettere, questo vivere 'come se fossero marito e moglie', così pensa Jesse nella sua ottica eteronormativa; dall'altro il disastro in televisione. È un po' la storia della caduta di Gerico, questa città biblica che si sentiva protetta dagli invasori grazie alle sue gigantesche mura, che nel caso di Jesse crollano in quel momento, ancor prima della sua cacciata dai testimoni di Geova".

C'è una canzone dei Joy Division, Disorder, del '79, che lei cita. Sembra riassumere la storia di Jesse: "Attendo una guida che mi prenda per mano; possono queste sensazioni aprirmi ai piaceri di un uomo normale?". È un caso?

"In parte sì. Ho ascoltato quella canzone per la prima volta anni fa. Ma c'è voluto del tempo perché penetrasse nella mia mente e mi rendessi conto che il suo ritmo è quello industriale della Black Country in cui sono cresciuto. Certo, le industrie negli anni Ottanta erano già in smantellamento, ma rimaneva questa eco residua di fabbriche vuote. I Joy Division mi hanno ricordato quelle atmosfere. Per la prima volta ho avuto nostalgia di casa, io che l'avevo abbandonata, della serie che me ne ero andato e non mi fregava niente e non mi aspettavo di commuovermi ricordandola. Per coincidenza il testo di Disorder è centrale nella storia di Jesse e nella mia: questo lottare con la depressione e cercare di vivere nel mondo. Ho ascoltato tanto Unknown Pleasures, l'album, mentre scrivevo".

A proposito di lotte. Jesse spesso ha l'impressione che chiunque lo consideri prima di tutto un nero e poi una persona. Persino il suo futuro amore. È così serpeggiante il pregiudizio o è solo la mentalità di Jesse?

"Ricordo di quando Samuel L. Jackson fu scambiato in Italia per un migrante (era il 2017, ndr.) e trattato male. È un esempio di quel che James Baldwin scrisse. Parafrasandolo: 'ho imparato in New Jersey che essere nero vuol dire essere sempre consapevole delle reazioni che i bianchi hanno nei miei confronti'. Quando mi siedo in metropolitana e il posto accanto a me è libero, non si siede nessuno. Ero in viaggio sull'Eurostar e tra tutti, i controllori hanno fermato me. È successo alla poetessa Amanda Gorman. Di ritorno al suo appartamento di Los Angeles, dopo la cerimonia di inaugurazione della presidenza Biden, è stata fermata da un agente che si è sentito in dovere di controllare se davvero quella era casa sua. È un problema globale. Le persone non sono in grado di mettere da parte il loro privilegio e rendersi conto che questo è quanto noi persone nere o di colore dobbiamo sopportare ogni giorni. Non è paranoia, o io che faccio il drammatico in Latte arcobaleno. Dovunque tu vada, la gente non crede che tu abbia diritto a stare lì e vuole sapere tutto di te per giustificare la tua presenza. Ai bianchi, specie se sono uomini, non succede. Posso capire però che l'Italia, che non è ancora venuta a patti con il multiculturalismo se non di recente, non si ritrovi in quel che racconto. Però io stesso sono stato nel vostro Paese prima della pandemia, a Bologna, e ho sentito che gli altri non erano a loro agio nell'avermi intorno. Qui in Gran Bretagna questo sentimento è più forte. Con la pandemia, nelle comunità rurali vieni considerato più pericoloso. La conseguenza di un governo che continua a ripetere che i neri sono più esposti a forme gravi di Covid, senza spiegare che è perché sono anche le stesse persone che si trovano in prima linea in molti lavori a rischio. Non solo. Un uomo nero è destinato a essere punito più gravemente per un crimine: si pensi a quello che è successo con la morte di George Floyd, ucciso per aver pagato con una banconota falsa. Non sapremo mai se lui era a conoscenza di star pagando con moneta contraffatta. È stato ammazzato perché considerato una minaccia, anche se lui non ha reagito: l'abbiamo visto tutti il video. C'è stato un altro caso: Elijah McClain, prima del Covid, soffriva di una condizione per cui a volte aveva molto freddo e indossava una mascherina. È stata chiamata la polizia, lui si è spaventato e la polizia l'ha ucciso. Noi neri viviamo questo tutto il tempo. Lasciare casa in un Paese a maggioranza bianca fa paura: potrebbe succedere qualsiasi cosa. Potrebbero pensare che hai fatto qualcosa di male e arrestarti. E l'unica differenza tra i Paesi europei e gli Stati Uniti è che la polizia è meno armata. Mi diverte quando qualcuno mette in dubbio la realtà di tutto questo: io sono nero dal 1982, sono un esperto in materia. Non parlo di lei che mi ha fatto questa domanda, ma in generale: i razzisti bianchi devono ascoltare quel che abbiamo da dire perché loro non sono neri, non sanno cosa si prova".

C'è speranza di superarlo?

"Viviamo su un pianeta che stiamo distruggendo con il cambiamento climatico, quindi prima o poi dovremo ritrovarci in armonia se vogliamo salvarlo. È forse una cosa un po' mielosa da dire, ma non ci sarà un mondo abitabile tra cinquant'anni se non ci riuniamo".

Jesse, come gran parte della comunità lgbtq, non ha alcuna educazione sentimentale. È stato privato di quegli anni di crescita emotiva che servono per diventare una persona che vive in maniera sana il sesso e l'amore.

"Non se ne parla mai di questo. La gente presume che, siccome abbiamo il matrimonio omosessuale e dei diritti, è tutto a posto. Ma la comunità gay ha un grande problema con la vergogna. Negli anni Ottanta Margaret Thatcher proibì qualsiasi riferimento all'omosessualità a scuola. È durato fino agli anni Duemila. Perciò sono cresciuto con l'idea che la mia identità sessuale fosse non solo sbagliata, ma che portasse malattie e che nessuno dovesse saperlo, tantomeno a scuola. Persino il mio background giamaicano ha problemi con la cultura gay. Erediti questo senso interiorizzato di vergogna. Forse i giovani di oggi non sentono questa repressione, ma per me il fatto di poter essere liberamente me stesso è ancora difficile da accettare. Sto tuttora cercando di imparare ad essere me, e che non c'è niente di cui vergognarsi. Resta la sindrome dell'impostore. E persino oggi l'omosessualità è accettata solo se rientra in certe maglie: se ti sposi e vivi come una coppia etero, va bene; oppure se sei una drag queen fantastica: la gente ti adora. Ma se vuoi costruire la tua vita in modo diverso, ti guarda con sospetto. Le persone queer però non dovrebbero sentirsi in dovere di conformarsi a uno standard per essere felici e accettate. Quando ho lasciato la comunità dei Testimoni, mi sembrava un sogno: potevo fare tutto quello che avevo sempre voluto. Ma ho rischiato molto così facendo e mi sono messo in pericolo. La repressione dei figli provoca anche questo. Perché si cresce con l'idea che la propria sessualità sia proibita, di essere sbagliati e quindi di non meritare salvezza. Perciò si fanno cose che potrebbero rovinarti per sempre".