Saleh Kazemi: "La mia vita d'artista tra i caffé di Roma"

Iraniano, ventotto anni, ha dipinto quasi tutti i locali della scena culturale della città, a partire da Trastevere. E qui spiega il suo concetto di libertà creativa: "L'interesse occidentale per il mio Paese è una moda da cui mi tengo lontano"

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Saleh Kazemi è un artista iraniano di 28 anni che fa ormai parte della piccola scena bohémienne del centro di Roma, dove è arrivato appena diciottenne. Molti giovani romani probabilmente hanno già visto i suoi lavori tra caffè e librerie. Disegna perlopiù a china, con un tratto ondeggiante e dettagliato che dà vita a bozzetti o murales dall'estetica di inizio Novecento. Carattere avventuroso, Kazemi ha girato l'Europa e la sua arte l'ha portato persino in India. Noi però lo incontriamo in piazza del Fico, dietro piazza Navona. Siamo vicini a un locale, Etablì, dove nel 2015, senza un soldo per sdebitarsi con il proprietario, ha realizzato il primo dei suoi murales: "Loro hanno guardato il mio quaderno di disegni e mi hanno detto: facci così tutta la parete. L'ho finito in quattro giorni".

Saleh Kazemi 

Da lì, siccome il ristoratore comprava il pane in uno storico forno di Trastevere, il centenario Giselda, "anche loro hanno voluto un murale. Mi hanno commissionato un disegno a specchio del locale, da riempire con personaggi famosi (c'è anche Pasolini, ndr). Ho lavorato per sette notti. Non ho mai fatto uno schizzo preparatorio, non ho mai cancellato una linea". Da allora gran parte della scena culturale del centro di Roma, soprattutto se passa per un caffè ("le caffetterie sono la mia passione"), è finita immortalata in un disegno di Kazemi: Ombre Rosse, il caffè Greco, Porto Fluviale, il Camillo B, come pure lo sgangherato Tram 19 e la Feltrinelli. C'è persino chi gli ha commissionato di ritrarre un intero appartamento in via del Cedro, in Trastevere, prima di un trasloco.

 

L'artista si è laureato all'Accademia di belle arti, ma più che frequentare le lezioni ha viaggiato in Europa per mantenersi come fotografo, ci racconta, prima a Berlino per seguire i raduni dei politici, poi in Svizzera, per conto di alcune aziende. In quel periodo è sempre in treno. "Di ritorno a Roma", dice, "ho nel mio zaino tutte le apparecchiature fotografiche e un giorno mi distraggo e me lo portano via. Negli hard disk c'era tutto il mio lavoro. Da allora ho detto basta tecnologia. C'erano anche i miei documenti: sono rimasto bloccato quattro mesi a Roma. La cosa più preziosa però erano i miei diari disegnati dal 2007. Ai carabinieri chiesi di recuperare solo quelli".

 

È in quel periodo che, sempre più squattrinato, decide di dedicarsi interamente al disegno. "Li chiamo disegni documentari", racconta, e molti sono la cronaca per dettagli dei suoi viaggi europei, iraniani e indiani. "Non uso le foto. Devono essere fatti dal vivo. Se interviene qualcosa che non mi fa continuare, mi fermo e l'opera resta incompleta. All'inizio il disegno era la mia libertà rispetto alla fotografia. Potevo aggiungere dettagli che non c'erano e cancellare quel che non mi piaceva". Alcuni ritratti hanno un che di familiare: "Egon Schiele è uno dei miei miti", confessa, "ma i disegni che lo ricordano non li pubblico: Schiele è un dio per me, non posso assomigliargli".

 

Col tempo, a partire dalle fiere, i suoi lavori sono diventati una serie di stampe che viene venduta nelle librerie indipendenti della capitale e di altre città italiane. Kazemi ha spirito imprenditoriale. È finito persino al museo di Goa, una regione dell'India, per una mostra sui giovani artisti. Lì si ritrova con un emissario di Feltrinelli, che gli propone un graphic novel su Teheran, ma non se ne fa nulla: "Il mio carattere si è formato qui in Europa. Quando torno a casa mi sento un estraneo. E questo interesse occidentale per il mio Paese è una moda in cui non voglio entrare".

Feltrinelli, 2014 

Intanto, Kazemi continua a disegnare. A Roma abita a Garbatella e ha un atelier a Ostiense. Prima della pandemia voleva trasferirsi a Milano, eppure, come maledizione vuole per chi indugia troppo nell'Urbe, non è mai riuscito a lasciare davvero la capitale: "Si dice che si lavora di più a nord, perché qui ci sono meno gallerie, ma ho lavorato più qui che da qualsiasi altra parte".

Ombre Rosse a Roma, 2017, 2x1,50 m