Partigiano ante litteram in difesa del Regno Borbonico dall'invasione napoleonica o brigante tra i più temuti dell'Italia meridionale di fine '700? E' l'enigma, finora irrisolto, che da circa due secoli e mezzo ruota intorno alla figura di Frà Diavolo, al secolo Michele Pezza, nato a Itri (ora provincia di Latina) il 7 aprile 1771 e morto impiccato nel 1806, a soli 35 anni, a Napoli per mano dei francesi, dopo essere stato catturato al termine di una lunga latitanza da soldati agli ordini del colonnello Joseph Leopold Hugo, padre del drammaturgo Victor Hugo.
Il 7 aprile 2021, domani, cade, dunque, il 250esimo anniversario della nascita di Frà Diavolo, evento destinato, però, a causa della pandemia a passare sotto tono, malgrado l'interesse che da sempre Michele Pezza - sia nel bene che nel male - suscita a livello storico, letterario e cinematografico. Di certo una occasione persa per tentare di fare luce su un personaggio tanto popolare quanto discusso che, pur macchiandosi di un paio di delitti passionali negli anni giovanili, per i quali è costretto a vivere alla macchia braccato da un mandato di cattura, si "riscatta" mettendosi al servizio del re di Napoli Ferdinando IV per combattere i francesi, fino a conquistare i gradi di colonnello e un titolo nobiliare, Duca di Cassano. Una fedeltà assoluta al monarca borbonico che non viene meno nemmeno davanti al patibolo, dove rinunzian con orgoglio alle proposte degli invasori francesi di avere salva la vita se fosse entrato al loro servizio. Proposta "indecente" agli occhi di Frà Diavolo che preferisce affrontare la morte senza esitazione, entrando così nella leggenda popolare.
Ma chi era, in realtà, Michele Pezza? Quali furono le sue origini? Domande, in verità, alle quali le tante ricostruzioni letterarie e cinemotografico-operistiche non hanno mai dato un contributo di grande chiarezza. Ricostruzioni quasi sempre di fantasia, tra l'eroe senza macchia e senza paura, bello e affascinante, sorta di Robin Hood del Meridione d'Italia, come nel film La leggenda di Frà Diavolo del 1962 interpretato da un aitante Tony Russell e con Amedeo Nazzari nei panni del colonnello Hugo; e le macchiette di Stanlio e Ollio ne I tromboni di Frà Diavolo del 1933. Altrettanto fantasiosa l'opera lirica comica di Daniel Auber del 1830, che presenta un Frà Diavolo "brigante e gentiluomo", con ricostruzioni storiche completamente inventate. Tra le poche eccezioni, le biografie di Piero Bargellini, Bruto Amante e Giuseppe Dell'Ongaro.
Senza scomodare divi del cinema o personaggi comici del calibro di Stanlio e Ollio, va obiettivamente ricordato che il futuro fiero oppositore dei francesi, è di origini modeste e dall'aspetto quasi banale. Piuttosto piccolo di statura, magro, bruno, con immancabili baffi, ma fin dai primi anni dotato di una certa astuzia e irrefrenabile vivacità. I genitori, Francesco Pezza e Arcangela Matrullo, contadini, trasportatori e commercianti di olio ed olive, abitano nel centro storico medievale, nella parte alta di Itri, vicino alla chiesa di S.Maria. Nella duecentesca chiesa di S. Michele Arcangelo viene battezzato con il nome di Michele Arcangelo. Da bambino, essendo di salute cagionevole, la mamma per un voto lo veste con un saio francescano e lo affida alle cure del precettore parroco della stessa chiesa, monsignor Nicola De Fabritiis, il quale, vista la grande vivacità del bambino, lo "ribattezza" Frà Diavolo, segnandolo per tutta la vita. E anche dopo.
Il giovane Michele ha un debole per il gioco e per le belle donne ed in una rissa per motivi di gelosia compie un omicidio, cui segue un secondo delitto per difendersi dalla vendetta della famiglia della vittima. Ha inizio cosi' una lunga latitanza tra le montagne degli Ausoni e degli Aurunci, tra il Lazio e la Campania, insieme ad altri fuggitivi e a fuorilegge, con i quali per sopravvivere compie rapine e furti. Nel frattempo, l'avanzata dei francesi verso l'Italia induce il Regno borbonico a rafforzare l'esercito anche con i carcerati. Pezza ne approfitta per commutare la pena in 13 anni di servizio militare, entrando nel Corpo dei Fucilieri di Montagna, per confluire in seguito nel Reggimento della Fanteria reale che prende parte al fallimentare tentativo di liberare Roma dai francesi. Dopo la sconfitta, Frà Diavolo - come ormai viene comunemente denominato - rientra a Itri per organizzare una resistenza popolare all'avanzata dei francesi, aiutati dai polacchi, verso Napoli.
E' in questa fase che Pezza dimostra le sue doti militari e di anticipatore delle tecniche della guerriglia, bloccando per alcuni giorni l'avanzata dell'esercito franco-polacco nella "gola" di S.Andrea, lungo la via Appia, lato Fondi. Ma, il 28 dicembre 1798, i francesi sfondano il blocco ed iniziano 5 giorni di rappresaglia con saccheggi e massacri. Vengono uccisi, soprattutto, civili e numerosi anziani. Tra questi il padre di Michele, Francesco Pezza di 67 anni, fucilato a freddo insieme ad altri itrani e sepolto nella chiesa di S.Maria. Per Frà Diavolo un dolore terribile, che lo spinge ad organizzare operazioni militari ancora più incisive che, tra alterne vicende, lo rendono sempre più popolare, mentre la Corte napoletana "scappa" a Palermo. E così, grazie soprattutto al comandante Michele Pezza, capo di un esercito improvvisato tra le popolazioni campane, lucane e calabresi, e all'intervento dei sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo, e all'appoggio degli inglesi la cui flotta veleggia al largo delle coste laziali e napoletane, i francesi vengono sconfitti e Napoli ritorna ai Borboni.
Ma nel gennaio del 1806 la situazione precipita con la seconda spedizione francese contro il Regno di Napoli. Frà Diavolo è tra i primi a rispondere alla chiamata di Ferdinando IV, organizzando una resistenza popolare come in passato, distinguendosi in particolare nella difesa della roccaforte di Gaeta per circa sei mesi. Sconfitti definitivamente i borbonici, Pezza scappa al sud con pochi commilitoni, braccato da una vera e propria colonna mobile, agli ordini del Maresciallo Massena, organizzata proprio per dargli la caccia. Rimasto solo, con il fido amico Vito, viene catturato per una delazione, rinchiuso nel castello di Arechi a Salerno e poi condotto a Napoli, dove viene processato e condannato al patibolo, l'11 novembre 1806 sulla Piazza del Mercato di Napoli, "palcoscenico" di tante storiche esecuzioni, dove il colonnello Michele Pezza va incontro alla morte, apparentemente senza battere ciglio, consegnando alla leggenda il mito di Frà Diavolo .