Al via le celebrazioni per i 150 anni di Paul Valéry
di Benedetta Zaccarello , di Benedetta ZaccarelloUn autore è un mito, ci insegna Paul Valéry, un pensatore a cui Napoleone e Amleto, Dante e Faust sembravano avere, in fin dei conti, il medesimo statuto di realtà. A cosa rimandano, infatti, questi nomi, se non a personaggi messi in scena innumerevoli volte nel teatro della cultura? Se non a figure attraverso cui il presente ha di volta in volta immaginato e raccontato il proprio passato, eroi cui hanno dato voce forme diverse di letteratura? E se proprio di questa consapevolezza Valéry ha fatto dono alla critica europea, come pensare che lui stesso non abbia costruito deliberatamente il proprio personaggio?
Pensatore del virtuale, del potenziale, del possibile, a Valéry non basta costruire il racconto di una vita, con le sue inevitabili e inspiegabili contingenze, inchiodata alle coordinate di un solo nome, di un solo corpo. Come illustra il suo Cours de Poïétique al Collège de France - tenuto tra il '37 e il '45, a…
Un autore è un mito, ci insegna Paul Valéry, un pensatore a cui Napoleone e Amleto, Dante e Faust sembravano avere, in fin dei conti, il medesimo statuto di realtà. A cosa rimandano, infatti, questi nomi, se non a personaggi messi in scena innumerevoli volte nel teatro della cultura? Se non a figure attraverso cui il presente ha di volta in volta immaginato e raccontato il proprio passato, eroi cui hanno dato voce forme diverse di letteratura? E se proprio di questa consapevolezza Valéry ha fatto dono alla critica europea, come pensare che lui stesso non abbia costruito deliberatamente il proprio personaggio?
Pensatore del virtuale, del potenziale, del possibile, a Valéry non basta costruire il racconto di una vita, con le sue inevitabili e inspiegabili contingenze, inchiodata alle coordinate di un solo nome, di un solo corpo. Come illustra il suo Cours de Poïétique al Collège de France - tenuto tra il '37 e il '45, anno della morte - la relazione (indiretta) tra autore e lettore ci insegna che nessuna voce esiste senza un orecchio che la intenda, così come il medium dell'opera, destinato a infinite interpretazioni, ci aiuta a comprendere che la nostra percezione dell'altro non è che creazione di un interlocutore immaginato. Perfino la coscienza è per Valéry "dialogo interiore", spazio strutturalmente abitato dalla relazione e dalla moltitudine che alberga in ciascuno di noi.
Da sempre recalcitrante alla linearità della narrazione, al principio di non contraddizione, alla costruzione identitaria, Valéry non crea dunque un personaggio di sé, ma una "varietà" di immagini e di episodi che si dispiega, di opera in opera, in un complesso dispositivo letterario ad uso della posterità.
Così oggi, quando ci voltiamo indietro per tentare di (ri)comprendere la sua figura attraverso la lente del secolo e mezzo ormai trascorso dalla sua nascita, ci imbattiamo in una gamma di frammenti e forme della mitopoiesi di sé, in una galleria di alter ego (Leonardo, Descartes, Monsieur Teste, Narciso, Robinson, Agathe...) disseminati negli scritti come indizi di un puzzle letterario. Tracce di cui ciascuno è libero di impossessarsi per ricomporle in una propria costellazione di senso. Non a caso, molti sono i volti che questo autore ha assunto agli occhi dei suoi lettori: in Francia Valéry è il poeta de La Jeune Parque e de Le Cimetière Marin, l'autore del celeberrimo incipit de La Crise de l'esprit. In Italia è il teorico che ha ispirato l'estetica fenomenologica, che ha segnato la storia della disciplina nel dopoguerra, l'alternativa a Croce.
In Inghilterra, l'autore dei Cahiers e l'inventore della critica moderna. In Germania un filosofo che ha ispirato Benjamin e Adorno, Jauss e Blumenberg. In Svizzera un linguista e un teorico del linguaggio. Qualcuno ne ricorda il demone dell'astrazione, l'ostinato rigore. Per altri è lo scrittore capace di dar voce alla fiamma che anima la danza, alla vita, imprendibile, che attraversa l'ornamento e si cristallizza in architettura.
Anch'io sono partita vent'anni fa alla volta della Francia sulle tracce di un mio "Monsieur Valéry". Per interrogarne l'enigma, l'ho cercato negli occhi dei suoi lettori, ma soprattutto nel corpus dei suoi manoscritti. Un corpo sparso, come le membra di Apsirto gettate a mare da Medea, di cui parti sono ormai ricomposte e custodite nelle "arche" preziose degli archivi, altre continuano ad affiorare, come indizi nascosti per meglio attraversare, silenziosamente, il tempo. È il caso delle carte autografe appena riemerse dalla biblioteca di Rafaele Contu. Non sono solo documenti che riprendono vita in questo genere di scoperta, ma, in primo luogo, una pratica della scrittura nella quale secondo Valéry consisteva propriamente l'opera (non per nulla Valéry ha profondamente ispirato la nascita della "critica genetica"). Se storia e letteratura non sono che affabulazione collettiva, il processo della scrittura è per Valéry il luogo della creazione di una matrice di senso.
Le bozze corrette, gli epistolari coi traduttori, le annotazioni a margine, le dediche sui volumi, non ci mostrano soltanto il mestiere dello scrittore, il farsi della letteratura nelle pieghe del quotidiano e negli obblighi della professione. Ci parlano anche della genesi collettiva del senso delle opere, del dialogo implicito all'esercizio dello scrivere, del fatto che un autore non esiste se non agli occhi dei suoi lettori. È un archivio virtuale e vivente questo, dialogico e performativo, la rete e la geografia delle memorie, la catena delle letture e degli effetti di ricezione. Un'opera collettiva e aperta, che sempre sarà riplasmata dalle interpretazioni a venire. Oggi, è una vera gioia per me tornare in Italia per celebrare la longevità del meccanismo letterario valeriano, la vastità della sua eredità culturale, capace di traversare il tempo, quasi sotterraneamente, per rivoli carsici. E di nuovo non è un caso che la complessità di quest'opera si celebri in Italia.
Non solo per l'importanza del ruolo che il pensiero di questo autore ha svolto nella storia della nostra cultura. Né per la presenza ricorrente e del tutto peculiare dell'Italia nell'immaginario di Valéry di cui si parlerà a Palazzo Farnese a Roma, dando inizio al centocinquantenario della nascita. Ma per l'impossibilità di fare di questo scrittore, teorico dell'Europa e del Mediterraneo, il campione di una sola cultura.
L'autrice è responsabile dell'Equipe Valéry dell’ITEM (Istituto francese dei Testi e Manoscritti Moderni) -CNRS/ENS
Martedì 13 aprile alle 18 l'Ambasciata di Francia a Roma dà il via alle celebrazioni per i 150 anni di Paul Valéry con "Le amicizie ritrovate", un focus sulle amicizie italiane di Paul Valéry e in particolare il rapporto con Giuseppe Ungaretti e il suo traduttore Rafaele Contu. Intervengono Luigi Contu, direttore dell'Ansa, Patrizia Epistolari, docente di lingua e letteratura francese. Modera: Jérôme Gautheret. Corrispondente dall'Italia per Le Monde. Letture di Gaia Petronio