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L'Argentina sotterranea di Marco Bechis

L’Esma, il più grande centro clandestino di tortura di stato di Buenos Aires, è oggi museo e sito della Memoria 
Il regista di “Garage Olimpo”, racconta l’esperienza della prigionia durante la dittatura nel memoir "La solitudine del sovversivo". E chiude i conti con il passato e il dolore familiare
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Garage Olimpo fu un colpo allo stomaco. Quando la telecamera a spalla scendeva nei sotterranei di Buenos Aires gli spettatori non vedevano la picana, un supplizio inventato negli anni Trenta per spostare le mucche nei mattatoi e usato dai sequestratori per fare parlare gli oppositori della giunta militare di Videla. Non la vedevano, ma ne avvertivano la presenza. Le torture erano fuori campo, i suoni occupavano la scena. Il regista Marco Bechis voleva che la percezione della violenza, e non la sua esibizione, rimanesse incollata il più a lungo possibile. Che l’eco delle immagini interiori durasse all’infinito nelle menti di chi guardava.


Garage Olimpo era la sua Memoria. Nel 1999, quando il film uscì, aveva sperato di depositarvi tutto il suo vissuto e di chiudere i conti con il ragazzo che era stato: un ventenne privilegiato, di buona famiglia cosmopolita, che si era avvicinato al movimento dei Montoneros ed era stato inghiottito dai sotterranei del Club A…

Garage Olimpo fu un colpo allo stomaco. Quando la telecamera a spalla scendeva nei sotterranei di Buenos Aires gli spettatori non vedevano la picana, un supplizio inventato negli anni Trenta per spostare le mucche nei mattatoi e usato dai sequestratori per fare parlare gli oppositori della giunta militare di Videla. Non la vedevano, ma ne avvertivano la presenza. Le torture erano fuori campo, i suoni occupavano la scena. Il regista Marco Bechis voleva che la percezione della violenza, e non la sua esibizione, rimanesse incollata il più a lungo possibile. Che l’eco delle immagini interiori durasse all’infinito nelle menti di chi guardava.


Garage Olimpo era la sua Memoria. Nel 1999, quando il film uscì, aveva sperato di depositarvi tutto il suo vissuto e di chiudere i conti con il ragazzo che era stato: un ventenne privilegiato, di buona famiglia cosmopolita, che si era avvicinato al movimento dei Montoneros ed era stato inghiottito dai sotterranei del Club Atlético, uno dei tanti centri di detenzione, tortura e sterminio dell’Argentina. Ma mentre la protagonista del suo film moriva, al pari di migliaia di altri desaparecidos, lui era tornato. Era vivo e questo bastava a farlo sentire un traditore. Il senso di colpa dei sopravvissuti, i salvati che pensano ai sommersi e ripetono ossessivamente una domanda: perché io sì e loro no?


Quanto sia stato difficile accettare di essere una vittima Bechis lo racconta solo oggi, arrivato a 65 anni, nel memoir La solitudine del sovversivo. La descrizione dettagliata di quel che accadde il 19 aprile 1977 si alterna ai ricordi della sua infanzia agiata in Sudamerica. Figlio di un manager italiano e di una hostess cilena, Bechis era cresciuto in un’atmosfera ovattata fino alla morte del fratello minore, caduto per un incidente nella tromba dell’ascensore della loro casa a San Paolo. Dopo quell’incidente la famiglia si era trasferita a Buenos Aires e dopo qualche anno ancora era tornata in Italia. A Bechis quel trasferimento non andava giù, il suo mondo era dall’altra parte dell’Atlantico. E così aveva convinto la famiglia a tornare, lui solo, in Argentina. Una volta, due… e infine l’ultima, quella che segnerà per sempre la sua esistenza.


Si era iscritto a una scuola serale per maestri e si era avvicinato ad alcuni militanti dei Montoneros, ma non aveva aderito alla lotta armata, pensava che lo squilibrio di forze con il regime militare li condannasse tutti alla sconfitta e quindi alla morte.

Per sé aveva immaginato un ruolo diverso, l’educazione degli ultimi come strada per l’emancipazione. Una distinzione inesistente in quegli anni, gli squadroni della morte e i loro mandanti non andavano tanto per il sottile. E così Marco Bechis, uscito dalla scuola abbracciato alla fidanzata Dayin, era stato infilato a forza in una Ford Falcon beige e privato di tutto, anche del nome. Nei sotterranei del Club Atlético era diventato il detenuto A01, numero dei lucchetti alle caviglie 190 e 191, cella sedici, un metro per due, cemento grezzo, muro alto imbiancato da poco, sul soffitto tubi di fogna, un materasso di gommapiuma ingiallito e macchiato. Dettagli che aveva visto sollevando per una frazione di secondo la benda spessa che era costretto a portare sugli occhi.

Gli aguzzini non volevano che vedesse, quelle bende erano fabbricate in serie, strumenti della catena di montaggio progettata per lo sterminio. Lui però ascoltava tutto: il cigolio delle porte di ferro, le catene e i gemiti strozzati degli altri prigionieri, le urla dei torturati, una pallina da ping-pong, la radiocronaca del calcio, la voce dell’interrogatore “buono” e di quello “cattivo”, il rumore della picana e quello incessante dei suoi pensieri: cosa ammettere per salvarsi e cosa nascondere per non compromettere i compagni ancora liberi? La dimensione sonora del centro di detenzione, quella che anni dopo restituirà in Garage Olimpo, è la sua Memoria ma non è tutto.


Mentre lui sprofondava, i genitori avvisati da alcuni amici si erano precipitati a Buenos Aires e avevano mosso amicizie influenti fino ad arrivare al generale Suàrez Mason, l’uomo che controllava ogni sotterraneo della capitale. Per evitare un incidente economico-diplomatico a un anno di distanza dai Mondiali di calcio in Argentina, Mason decise di fare riemergere quel ragazzo italiano in un carcere legale. Un privilegio. Quattro mesi ancora e poi l’espulsione in esilio permanente.


Tornato in Italia Bechis spende ogni energia per denunciare i crimini della dittatura: campagne di informazione, una mostra video-grafica a Milano e poi il cinema. L’arte come atto politico, la volontà di raccontare i crimini a una platea il più ampia possibile. Non subito però, la denuncia aveva bisogno di un’estetica che fosse anche etica.


La trovò anni dopo, di ritorno dalla ex Jugoslavia dove era andato con un amico, il giornalista Gigi Riva, per i sopralluoghi di un film sulla guerra balcanica. Quando vide una colonna di autobus arrivare da Srebrenica e scendere centinaia e centinaia di donne, vecchi e bambini, quando ancora nessuno sapeva che si stava consumando un massacro di ottomila persone, lui capii che la violenza si doveva lasciare all’immaginazione.


Nasce così Garage Olimpo, per noi spettatori un pugno nello stomaco, uno dei più rigorosi e incisivi film di denuncia sul terrore argentino, ma per lui non abbastanza. È solo scrivendo la sua storia, 44 anni dopo il sequestro, che Bechis chiude i conti con il passato e prende coscienza di essere una vittima. Racconta l’inquietudine, l’angoscia di essere vivo, la rabbia per il silenzio degli aguzzini, l’assurdo senso di colpa nei confronti dei compagni finiti cinque metri sotto terra o gettati in mare da un aereo, che per anni l’aveva spinto a definirsi “un turista” dei sotterranei. Poi l’ultimo passo, nell’aula di un tribunale di Buenos Aires dove incontra i suoi aguzzini. Bechis con un colpo di teatro chiede alla Corte che gli siano indicati gli imputati: finalmente li vede. Simbolicamente si toglie la benda dagli occhi e la toglie anche a noi che avevamo compreso la violenza ma non una delle sue sottili conseguenze, quella che dà il titolo a questo libro ferocemente sincero, la solitudine del sovversivo.

Il libro. La solitudine del sovversivo di Marco Bechis è edito da Guanda (pagg. 344, euro 18)