Morto Francesco Scarabicchi, il poeta delle piccole cose
di Marco Belpoliti, di Marco BelpolitiE' scomparso dopo una lunga malattia Francesco Scarabicchi, uno dei poeti più significativi della generazione degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Anconetano, nato nel 1951, appartato, poco incline, come del resto molti poeti, alla manifestazione di sé, ha lasciato un'opera lirica distribuita su un lungo arco di anni e apparsa in origine presso piccoli editori, in plaquette, per essere, come è accaduto per Il prato bianco, poi ripresa nella collana bianca di Einaudi nel 1997, vent'anni dopo la sua prima edizione. Ricordo anche un altro bellissimo volume, L'ora felice, uscito invece presso Donzelli.
Al centro della poesia di Scarabicchi ci sono i piccoli eventi quotidiani, le piccole cose e gli accadimenti minimi che giustamente un altro poeta, Daniele Gorret, ha accostato alla poetica degli oggetti di Francis Ponge: il partito preso delle cose. La voce di Scarabicchi è senza dubbio originale, così come il suo tono p…
E' scomparso dopo una lunga malattia Francesco Scarabicchi, uno dei poeti più significativi della generazione degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Anconetano, nato nel 1951, appartato, poco incline, come del resto molti poeti, alla manifestazione di sé, ha lasciato un'opera lirica distribuita su un lungo arco di anni e apparsa in origine presso piccoli editori, in plaquette, per essere, come è accaduto per Il prato bianco, poi ripresa nella collana bianca di Einaudi nel 1997, vent'anni dopo la sua prima edizione. Ricordo anche un altro bellissimo volume, L'ora felice, uscito invece presso Donzelli.
Al centro della poesia di Scarabicchi ci sono i piccoli eventi quotidiani, le piccole cose e gli accadimenti minimi che giustamente un altro poeta, Daniele Gorret, ha accostato alla poetica degli oggetti di Francis Ponge: il partito preso delle cose. La voce di Scarabicchi è senza dubbio originale, così come il suo tono poetico intriso di malinconia. Un sentire e un patire umano che possiede nei suoi versi una dolcezza e insieme un'intensità distillata in brevi poesie, mai enfatiche o epiche, e neppure tragiche. La tragicità della sua prosa poetica, oltre a quella di versi, è attenuata infatti da un sentimento del tempo vissuto, che le parole bloccano e conservano presso il poeta stesso. Uno dei temi ricorrenti della sua poesia è la neve, insieme al gelo, alla nebbia (si veda Il prato bianco): una sobria malinconia di questo segno che cade dal cielo e si conserva a terra, come ha scritto Massimo Recalcati. In questo libro c'è anche la lezione di Morandi: "La tazza sbeccata, le scarpe che infilo al mattino, gli spiccioli nelle tasche, l'orologio, un colombo che vola sui fili del tram, l'erba ai bordi del traversine lungo la via ferrata, il fanale di una motocicletta che passa distante".
La parola in lui non esplode mai, non è agitata, ma rimanda alla presenza delle cose vive incise nella memoria, somiglia a una di quelle opere del pittore bolognese. Al centro della poesia di Scarabicchi c'è poi la sua famiglia, i due figli, Chiara e Giacomo (La vita di Giacomo), nati a distanza di vari anni tra loro. Giacomo, più giovane, trova Francesco e la moglie già avanti negli anni, e questo lo induce a rivivere la paternità in un'altra differente età della vita, come ha scritto Gianni Montieri presentando il suo lavoro pochi anni fa ad Ancona. La doppia paternità ispira versi di grande forza e delicatezza, che insieme alla sua età gli riverberano immagini e sensazioni dell'infanzia.
Questo è un altro tema della sua poesia dove la purezza, l'ingenuità e la profondità del sentire si palesano in versi scarni ma esatti, un modo del sentire che è unico nella poesia italiana della seconda metà del Novecento e del nuovo millennio. Il poeta si presenta come un sismografo dell'universale contenuto nel particolare. Forse si può parlare di Francesco Scarabicchi come un poeta dell'Antropocene, tanto è forte la sua idea dell'essere ospiti sulla Terra, della nostra dipendenza da questo mondo che ci circonda e di cui siamo i continui debitori. Pier Vincenzo Mengaldo ha parlato della sia poesia come di uno "schiacciamento del presente sul passato", tanto l'idea del rivivere è forte come nella doppia e distante paternità di Chiara a Giacomo.
Negli ultimi tempi Francesco era diventato nonno, ma la sua condizione fisica e mentale non gli permetteva di rendersi conto di questo evento così generazionale e transitivo. Un vero dolore perderlo, e non aver potuto leggere versi per questo bambino. Chissà cosa avrebbe evocato nel suo sentire poetico questa felice nascita e ricominciamento?