Sally Bayley: "Ho iniziato a fuggire nel momento in cui ho cominciato a leggere"
di Ilaria Zaffino , di Ilaria Zaffino“La lettura è una torcia potente che illumina il buio, è una via di fuga e un lettore avido è un artista della fuga. Io ho iniziato a fuggire nel momento in cui ho cominciato a leggere”. Bastano queste poche parole per farcela amare. Basta leggerne qualche altra per non farcela più dimenticare. Sally Bayley non è solo un’artista della fuga, ma anche un’abile narratrice, che sa intrecciare più piani e dimensioni di lettura per confezionare un romanzo ipnotico e complesso, come dimostra in questo suo memoir – che non è solo un memoir, come lei stessa ci tiene a precisare nel corso di questa intervista – La ragazza con la colomba, primo titolo di una trilogia che sta ancora completando e suo primo lavoro tradotto in Italia dall’editore Clichy.
“Leggere, mi diceva mia nonna, è il trampolino di lancio per cose migliori. Se sei una buona lettrice, non dovrai mai fare i conti con tutto qu…
“La lettura è una torcia potente che illumina il buio, è una via di fuga e un lettore avido è un artista della fuga. Io ho iniziato a fuggire nel momento in cui ho cominciato a leggere”. Bastano queste poche parole per farcela amare. Basta leggerne qualche altra per non farcela più dimenticare. Sally Bayley non è solo un’artista della fuga, ma anche un’abile narratrice, che sa intrecciare più piani e dimensioni di lettura per confezionare un romanzo ipnotico e complesso, come dimostra in questo suo memoir – che non è solo un memoir, come lei stessa ci tiene a precisare nel corso di questa intervista – La ragazza con la colomba, primo titolo di una trilogia che sta ancora completando e suo primo lavoro tradotto in Italia dall’editore Clichy.
“Leggere, mi diceva mia nonna, è il trampolino di lancio per cose migliori. Se sei una buona lettrice, non dovrai mai fare i conti con tutto questo”, continua Sally nel libro, bambina precoce che cresce in una famiglia disfunzionale di sole donne – la madre, la nonna, la zia – con una nidiata di fratellini: dodici bambini e tre adulti. “Penso di essere molto diversa dal resto della mia famiglia. A volte è come essere in uno zoo. Io sono l’animale strano che non trova il suo posto… la cosa nell’angolo”, racconta ancora la bambina e confessa: “Quando avevo otto anni desideravo essere Miss Marple. Lo desidero ancora. Miss Marple sa tutto di tutti, ma nessuno sa niente di lei… Tutto quello che so viene dai libri. Tutto quello che ho scoperto lo devo a Miss Marple e poi a Jane Eyre. Dopo aver scoperto Jane Eyre, niente è stato più come prima… Quando leggi un libro come Jane Eyre, cominci a vedere delle cose, piccoli frammenti di questo o quello che ti sfrecciano davanti agli occhi come stelle”. È seguendo la traiettoria di queste stelle, che si chiamano anche Dickens o Shakespeare, che Sally cresce perché, ammette, “fuori dai libri succede poco o nulla. Per lo più la vita è noiosa, quindi devi inventartene una parte”.
E mescolando la sua storia con quella dei personaggi dei romanzi più amati – di cui riporta ampi stralci in un abile gioco di specchi e di rimandi – ci racconta come a quattordici anni fu affidata ai servizi sociali riuscendo poi a frequentare l’università. “Desideravo che qualcosa mi tirasse fuori da casa: una malattia rara, un pericolo di morte imminente, qualcosa di più di una stranezza… L’assistente sociale sembrava una di quelle cose che mia zia definiva Cose di Sinistra: un’idea strampalata, un’assurdità all’acqua di rose”. Ora Sally Bayley insegna scrittura a Oxford e a chi le chiede perché ha deciso di scrivere questo libro con prontezza risponde: “Non credo che siamo noi a decidere queste cose. Scrivere è una compulsione e ho scritto seguendo alcuni ritmi interni che ho imparato da bambina: per esempio, il ritmo del canto e della filastrocca, o quello della poesia. E poi ho recuperato alcune immagini incontrate nei libri che ho letto. Se il linguaggio letterario ti entra dentro fin da piccolo può diventare un mezzo per recuperare aspetti di te stesso e degli altri: come reti che vengono gettate in mare”.
Una bella metafora. Ce la spiega?
“Anche Shakespeare ha scritto di bambini perduti: per esempio nel Pericle, c’è Marina, la figlia che si teme persa in mare. E poi T.S. Eliot ha scritto una poesia intitolata proprio Marina. Ecco La ragazza con la colomba è la mia versione di pesca con reti profonde per trovare quella figlia perduta. Le mie reti sono fatte di linguaggio letterario: di poesia, di rime, di canzoni, di cadenze letterarie, di suoni e di parole, di associazioni che dall’orecchio passano agli occhi”.
Ma questa è la sua storia?
“Questa è la storia di una bambina perduta. In realtà in lei ci sono molti bambini: è Jane Eyre e David Copperfield; dunque una bambina e un bambino. Ma è anche un’anima saggia: è Miss Marple, una sorta di fata madrina. Tutti nasciamo in circostanze che sfuggono al nostro controllo. I bambini ereditano delle storie. Questa è la mia storia, e nello stesso tempo non lo è. È la storia di molti altri personaggi della letteratura, ci insegna che per capire il mondo bisogna leggere”.
E quanto è stata importante la lettura (e poi la scrittura) nella sua di infanzia?
“La lettura è stata la mia porta sul mondo esterno. Mi ha regalato una galleria di personaggi e di circostanze che mi sembravano familiari e tuttavia erano molto diversi da quelli reali. Ho iniziato a leggere e ho iniziato a tracciare la mia via di fuga. Mi stavo costruendo una famiglia alternativa attraverso i libri. Ho scritto fin da piccola: scarabocchiavo storie dentro al mio letto. Mi prendevo molto sul serio, ma ci vuole un buon soggetto per essere uno scrittore: devi aver vissuto per un po’ e poi aver elaborato, digerito, riflettuto, approfondito. Devi aver trovato i tuoi schemi, i tuoi ritmi: il tuo immaginario”.
In quali libri “fuggiva”?
“Ho letto tutto Dickens, o quasi: tutto quello che trovavo nella biblioteca comunale locale. Poi sono passata alle sorelle Brontë. Ho letto tutto dei loro lavori: anche i diari e le lettere. E anche di Dickens ho letto alcune lettere. Amo moltissimo lettere e diari. Ovviamente ho letto Shakespeare. E un po’ di poesia: i sonetti di Shakespeare, Dylan Thomas e soprattutto T.S. Eliot perché mia madre aveva un vecchio libro in casa e c’era anche un’edizione di Dylan Thomas presa in prestito da qualche parte. Da bambina amavo Agatha Christie e ho letto molta letteratura vittoriana, perché era quella che trovavo con più facilità in biblioteca”.
Secondo lei, perché i bambini hanno bisogno di libri?
“Hanno bisogno di un linguaggio strutturato in più strati e profondo, perché il loro cervello cresca. E hanno bisogno di un posto per nascondersi, da fare proprio. L’età di lettura oggi però, purtroppo, si è molto abbassata: i giovani ventenni a cui insegno scrittura creativa hanno l’età di lettura di un bambino di undici, dodici anni. Non leggono libri difficili o sofisticati e quindi non ‘lottano’ mai con parole o frasi complesse. Tutto deve essere immediatamente comprensibile per loro, non c’è mistero: nessuna rilettura per rivedere idee o opinioni o prospettive”.
Quanto è stato difficile scrivere un memoir?
“Non sono sicura che il mio libro sia davvero un memoir: per molti versi è un anti-memoir perché non segue un ordine cronologico ovvio e non racconta molti fatti infelici. Anzi, si oppone fortemente alla categoria, molto commerciale, del ‘misery memoir’. Al contrario segue l’immaginazione di una bambina che diventa grande in un contesto familiare confuso: una bambina che prende i personaggi della letteratura come punti di riferimento per prepararsi a fuggire. In fondo è un’opera d’immaginazione, anche se parla di me”.
E lei quali autori ha preso come modello?
“Forse Dickens, ma anche autori più moderni: per esempio, Virginia Woolf, T. S. Eliot, Dylan Thomas. Non credo di avere un unico modello. Mi piace la scrittura sperimentale; credo che l’arte sia una questione di rischio e la vera arte sia sempre in parte fallimentare. Sono contraria alle formule di qualsiasi tipo che potrebbero essere insegnate ai corsi di scrittura creativa. E non sono una fan della fiction young adult, anche se penso che La ragazza con la colomba possa essere letto dagli adolescenti, da quelli tra loro cioè che hanno interesse a leggere e a costruire associazioni a partire dalla lettura. Penso anche di aver imparato molto da D.H. Lawrence: le sue lettere hanno una voce fortissima, così come la voce di Sylvia Plath che molti considerano una poetessa ‘confessionale’, mentre lei non ci dice quasi nulla di sé. Mi interessano le voci che nascondono più di quelle che rivelano l’identità. Voci che giocano e re-immaginano versioni di sé e degli altri: voci che costruiscono mondi”.
Perché il suo libro ha avuto successo?
“Penso che sia la forza della voce della bambina, la verità e la vivacità del suo mondo interiore che attrae i lettori, anche se non hanno letto le storie di Miss Marple, Jane Eyre, David Copperfield o il Racconto d’inverno di Shakespeare che appare alla fine. La bambina è una ribelle, come diceva mia madre di me: ha molto carattere e ‘aplomb’. Tutti noi viviamo giorno per giorno con delle voci nella nostra testa che ci spingono ad andare avanti. Ecco, La ragazza con la colomba parla di quella forte voce che viene dal bambino interiore e ci spinge a fare domande, a guardarci intorno, a scoprire di più, a conoscere: il bambino curioso che è in noi”.
A cosa sta lavorando ora?
“In Gran Bretagna è appena uscito il seguito della Ragazza con la colomba: si intitola No Boys Play Here, è un libro costruito intorno a Shakespeare e nello stesso tempo racconta la storia degli uomini persi nella mia famiglia: mio padre e mio zio, che sono due versioni di Falstaff dell’Enrico IV. Si passa dalla commedia alla tragedia. E ora sto completando il terzo capitolo della serie: The Green Lady. Anche qui voglio ricreare storie perdute: quella di mia madre, di mia zia e di mia nonna. Ma anche di altre donne che ho intravisto nella mia infanzia: per esempio, delle insegnanti le cui vite solitarie sono state dedicate all’educazione. Da una parte, è anche uno studio dell’eccentricità, che si avvicina allo spirito dei bambini. Abbiamo espulso gli eccentrici dalla nostra cultura, invece credo che tutti i bambini siano eccentrici per natura, ma i nostri attuali sistemi educativi esigono che si conformino a forme omologate di conoscenza e idee di successo”.
Il libro
La ragazza con la colomba di Sally Bayley (Clichy, traduzione di Giada Diano, pagine 320, euro 17)