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Giovanni Spadaccini: “Vi svelo le tante vite dei libri (usati)”

Libraio da oltre dieci anni, ha raccolto aneddoti, curiosità e storie che gli sono capitate. E qui ce ne racconta qualcuna
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“Fosse anche Omero o Cervantes, un libro nuovo è un libro che finge sempre di essere inedito, nel biancore della carta e nel luccicare della copertina patinata. In ogni singola ammaccatura, invece, in ogni parola sottolineata o nota a margine, un libro usato ti ricorda che qualcuno ha scoperto quell’opera prima di te, l’ha masticata e digerita, e poi l’ha risputata fuori, rimettendola in circolo nella grande biblioteca del mondo… In qualche modo comprare i libri usati è fare i conti con questo: che i libri ci sopravvivono, assai meno deperibili della nostra carne, e che intessono un dialogo tra loro lungo i secoli”. Forte della sua esperienza di libraio “di soli libri usati” da più di dieci anni, Giovanni Spadaccini non ha dubbi: i libri nascondono più di una vita. E in un saggio, memoir, raccolta di più storie – come lo si voglia chiamare questo Compro libri anche in grandi quantità, sott…

“Fosse anche Omero o Cervantes, un libro nuovo è un libro che finge sempre di essere inedito, nel biancore della carta e nel luccicare della copertina patinata. In ogni singola ammaccatura, invece, in ogni parola sottolineata o nota a margine, un libro usato ti ricorda che qualcuno ha scoperto quell’opera prima di te, l’ha masticata e digerita, e poi l’ha risputata fuori, rimettendola in circolo nella grande biblioteca del mondo… In qualche modo comprare i libri usati è fare i conti con questo: che i libri ci sopravvivono, assai meno deperibili della nostra carne, e che intessono un dialogo tra loro lungo i secoli”. Forte della sua esperienza di libraio “di soli libri usati” da più di dieci anni, Giovanni Spadaccini non ha dubbi: i libri nascondono più di una vita. E in un saggio, memoir, raccolta di più storie – come lo si voglia chiamare questo Compro libri anche in grandi quantità, sottotitolo: Taccuino di un libraio d’occasione, uscito ora per Utet – che segna il suo esordio da autore, prova a raccontarcene qualcuna. E ci spiega anche perché maneggiare libri usati da altri aggiunge significati nuovi alla nostra di vita.

Giovanni Spadaccini è nato nel 1980 a Reggio Emilia dove si occupa di libri usati dal 2010 

Perché ha scritto questo libro? Soprattutto: quanto ci ha messo? Racconta di una lunga gestazione…
“Ho iniziato a scriverlo dieci anni fa, avevo appena aperto la libreria, mi incuriosiva tantissimo quello che mi capitava di vedere quando, con mia moglie, andavamo nelle case delle persone a comprare i libri. In realtà era più un esercizio di memoria, era più per tenerle care certe cose, mi dicevo: questa scrivila, non dimenticarla. Mi sono accorto nel tempo – alcune di queste storie sono uscite sulla rivista Doppiozero – che potevano stare insieme, potevano diventare un libro, ma mancava qualcosa, un collante che le tenesse insieme. In un certo senso, mi dicevo, si somigliano: c’è sempre qualcuno che è morto, qualcuno che ha bisogno di soldi, qualcuno che ha bisogno di liberare spazio… Poi, una notte mi è venuta l’idea di metterci me stesso dentro, farmi commentatore di quel che raccontavo. E così è nato questo libro. Alla fine sono stati dieci anni di gestazione e due settimane soltanto di stesura. L’idea me l’ha Tabucchi che a proposito di Sostiene Pereira diceva: ‘Pereira l’ho corteggiato, lo facevo entrare in casa mia, parlavo con lui’. È in quel momento che l’ho capito: devi esserci tu dentro, mi sono detto. Così, invece di una serie di storie tra loro non collegate, è diventato un libro vero e proprio”.

Questa copertina, strappata da un romanzo di fantascienza, segnava una pagina in un altro libro 

Lei racconta le “altre vite” di un libro: quali tra tutte ha trovato più interessanti?
“Quella a cui sono più affezionato è sicuramente la storia di Elena e Edmeo, due giovani fidanzati di Correggio. Nel ’44 lui era prigioniero in un campo di concentramento a Salisburgo e lei, che era all’ultimo anno di liceo, gli scrive questi biglietti in cui racconta per esempio dell’esame di maturità, dell’onomastico, del fatto che ha voglia di rivederlo. Tutti biglietti che ho ritrovato dentro uno dei cartoni di libri provenienti dalla biblioteca di Edmeo, poi diventato preside di un liceo. E la cosa sorprendente di questa biblioteca – non mi è mai più capitata una cosa del genere – è che era composta da due copie per ogni libro. Una era annotata, era stata studiata, si vedeva, e l’altra era perfetta, intonsa, bianca, pulitissima. Mi sono domandato spesso se nella mente di Edmeo questa ossessione duplicatoria fosse legata al campo di concentramento, se fosse dovuta alla separazione, dunque due copie, una per lui e una per lei: questo ragazzo, che nel ’44 aveva poco più di vent’anni, ha visto la morte in faccia e pensava di non tornare più a casa... Ecco, questo per me dice molto sul fatto che i libri sopravvivono anche alla morte”.

Scrive, “ci sono cose che si trovano tra una pagina e l’altra, in ogni ammaccatura, in ogni parola sottolineata, nota a margine c’è un’altra vita”.
“Tutti noi come segnalibro usiamo spesso quel che ci viene più comodo: cartoline, biglietti. E molto spesso poi le persone dimenticano queste cose tra le pagine dei libri. Ho trovato le cose più diverse, dalle cartoline alla schedina del totocalcio, un biglietto d’amore, veramente qualsiasi cosa. Ho dei sacchi pieni di queste cose e non riesco a separarmene”.

Biglietto lasciato dentro un libro del poeta Francis Ponge, edizioni Gallimard 

Perché? Cosa ci vorrebbe fare?
“Avevo cominciato dieci anni fa ad attaccare lettere e biglietti alle pareti della mia libreria. L’idea iniziale era di fare un’esposizione con questi oggetti, accompagnati da piccole didascalie, avevo trovato anche lo spazio adatto, una bellissima chiesa sconsacrata, perché sul serio meritano, ci sono tante storie che altrimenti andrebbero perse. Molti di questi oggetti li ho fotografati e ho inserito le foto all’interno del mio libro”.

Foto datata 1932 trovata come segnalibro da Giovanni Spadaccini 

Dice anche “un libro conduce sempre ad altri libri”. In che senso?
“Gli scrittori non sono mai atomi isolati. Quando Dostoevskij scrive non è che lo fa con l’idea di essere l’ultimo scrittore sulla Terra o il primo, ma avendo in mente i libri scritti prima di lui. È come se gli scrittori, quelli grandi in maniera particolarmente evidente, dialogassero tra loro nei secoli. Io la vedo così: Cervantes è come se scrivesse per Dostoevskij e Dostoevskij non può fare a meno di Balzac o di scrittori anche suoi stretti contemporanei con cui polemizzare o al contrario avere un rapporto di affezione, di elezione. I libri non sono mai una particella staccata, si chiamano, si scrivono tra di loro in un certo senso”.

A un certo punto divide i lettori in due categorie: chi compra solo nuovo, chi invece a solo usato. Perché?
“Ovviamente c’è della satira in questa distinzione che faccio. Anche perché mi è capitato sulla mia pelle di avere a che fare proprio con queste due ‘squadre’. E ho tanti amici, anche stretti, che da me non hanno mai comprato un solo libro. Mettiamo che stiano cercando Delitto e castigo, io ne ho quattro copie, ma lo comprano nuovo perché non sopportano l’idea che quel libro sia passato per altre mani. E non è una questione solo di igiene…”.

Beh in questo momento con il Covid avrebbero una giustificazione…
“Non è solo per quello. È una questione anche estetica, non vogliono un libro vecchio. A un certo punto lo scrivo: vogliono un libro nuovo per aver quasi l’illusione di esserne il primo lettore. Anche comprare l’Odissea, ma comprarla nuova – con la sembianza di libro nuovo, pulito, senza segni, senza appunto cartoline dimenticate all’interno – dà quel senso di illusione al lettore di essere il primo. E poi dall’altra parte ci sono i feticismi: quelli che invece comprano solo libri usati. Quelli sono i romantici, come li chiamo io, sono quelli che aprono il libro e ci infilano il naso dentro, lo annusano, cercano segni della vita passata di quel libro”.

In un altro punto, si chiede come si usa un libro. Che risposta si è dato?
“Quello è un capitolo su cui ho ragionato negli anni, forse più per un senso di colpa, perché tanti libri che erano nelle mie corde non sono riuscito a finire di leggerli. Allora mi sono detto che, nonostante noi pensiamo di sapere come si usa un libro, quasi mai lo sappiamo davvero e l’unica certezza che io posso avere sull’uso di un libro è che posso rifiutarlo, chiuderlo e non leggerlo mai più. Ogni tanto guardo la mia biblioteca a casa e vedo libri comprati dieci anni fa che non ho letto e ci sto male. Allora mi dico: questo dovresti leggerlo. Così vado lì lo apro e lo richiudo. E rimane chiuso (ride, ndr)”.

Scrittori come Antonio Moresco o Andrea Tarabbia hanno detto che lei dà ai libri una seconda vita. Si aspettava il loro apprezzamento?
“Moresco e Tarabbia sono stati tra i primi a leggere la bozza del mio libro, lo scorso anno, ma le loro dichiarazioni sono state una sorpresa. Sono due scrittori di cui ho enorme stima e poi sono persone a cui voglio bene, Moresco è stato una sorta di maestro per me, sono vent’anni ormai che lo leggo e lo frequento e mi ha insegnato quasi tutto del mestiere”.

Ma questo è il primo libro che scrive?
“È il primo che pubblico, sono laureato in filosofia con un dottorato in antropologia. Pensavo di dedicarmi alla carriera accademica, ma non mi rendeva felice, poi ho trovato questo posto e mi sono accorto che tra i 20 e i 30 anni non avevo fatto nulla, non sapevo fare niente, se non avere a che fare con i libri. Così ho aperto questa libreria: a giugno sono undici anni che compro e vendo solo libri usati”.

Allora è l’antropologo che c’è dietro al libraio a cercare le vite nascoste nei libri e a consegnarci questo messaggio: gli uomini passano, i libri restano?
“Sì il messaggio che volevo dare è proprio questo e io lo vedo tutti i giorni. I libri restano, sopravvivono a chi li ha scritti, a chi li ha letti, a chi li ha posseduti, a chi non li ha letti. Sono sempre momenti molto tristi: il più delle volte ho a che fare con case che devono essere svuotate, con vite delle persone che stanno per essere ‘vendute’. Penso che un giorno potrebbe capitare a me”.

Di cosa invece parlerà il suo prossimo libro?
“È presto per dire se ne scriverò un altro. Aver pubblicato questo è già stato piuttosto stressante per me abituato a stare nella mia tana buia, insieme ai libri silenziosi… (e sorride, ndr)”.

Il libro
Compro libri anche in grandi quantità di Giovanni Spadaccini (Utet, pagine 192, euro 16)