L' Italia discute se e come un detenuto sia graziabile: l' argomento figura sull' agenda dei lavori parlamentari nell' anno incipiente; parliamone in una chiave contemplativa, tra curiosità storiche, sintassi legale, umanità dolente. "Grazia", parola tecnica: «le pardon que le souverain accorde à un coupable» (Répertoir Merlin); ovvero «indulgentia principis». «Pardon», dicono i commenti alla Common Law: ha vari visi il re; qui compatisce (altrove appare magnifico o terribile). Solo lui perdona: un giudice perdonatore confonderebbe «all ideas of right» (J. Stephen, VI, cap. 25, citando Montesquieu); chi applica le norme non può dire e disdire, mentre «the King acts in a superior sphere». Potere esclusivo, stabilisce uno statuto d' Enrico VIII, 1536. Oltre Manica Carlo V se lo riserva con l' ordonnance 1359. Sebbene dal 13 marzo 1401 le grazie siano lettere della Cancelleria, restano singoli canali extra ordinem. I vescovi d' Orléans, ad esempio, prendendo possesso della sede graziano i detenuti locali, finché un editto aprile 1758 limita il privilegio ai delitti comuni commessi nella diocesi (venivano a costituirsi da mezzo mondo).
A Rouen, ogni festa dell' Ascensione, il capitolo libera «un criminel et ses complices». Vendôme città ne grazia uno nel venerdì ante domenica delle Palme. In Italia qualche confraternita esercita clemenza.. Il perdonato diventa «a new man»: indenne da pene, guadagna «new credit»; supponendolo «traitor or felon», come tale condannato, è diffamatore chi glielo dica. Il presidente della Repubblica «può concedere grazia e commutare le pene» (art. 87 Cost., c. 11): ad substantiam controfirma il «ministro proponente» e ne risponde (art. 89, c. 1); compiuto dal solo Capo dello Stato, l' atto nasce morto ma il presidente del consiglio è controfirmatore idoneo, o meglio eccellente (arg. ex art. 95, c. 1). Grazie e indulto «condonano» o commutano la pena, senza estinguere le accessorie, salvo che il decreto lo dica, «e neppure gli effetti penali» (art. 174 c.p). Nella lingua dei sentimenti è perdono, sicché presuppone l' atto da perdonare. Consideriamo un' ipotesi stravagante: che dei soi-disants innocenti scontino condanne; e qualificandoli tali, un Capo dello Stato amico rompa le catene come Gesù Cristo risorto quando irrompe nell' inferno (apocalissi apocrife).
Hanno subìto dei torti? Esistono rimedi ad hoc. Vedo un solo caso d' uso nominalmente anomalo ma giusto della grazia, quando la condanna dipenda da manifesti errori sulla norma, perché quest' accidente non è rimediabile mediante revisione. Due aneddoti valgono più dei teoremi. Federico Confalonieri ispira poca simpatia (nei poeticamente veri Cento anni G.. Rovani lo chiama conte Aquila): ricco, arrogante, narciso, figura malissimo mercoledì 20 aprile 1814; il regno d' Italia può sopravvivere sotto Eugenio Beauharnais ma dei cosiddetti «Italici puri» lo regalano all' Austria; piove; ombrelli di seta trafiggono Luigi Prina, ministro delle finanze, nelle quattro d' ore d' una festa omicida premeditata. Nega d' avere colpe, viaggia in Europa, trascura indegnamente l' immeritata moglie (Teresa Casati), tenta varie imprese (battelli a vapore sul Po, mutuo insegnamento elementare, Il Conciliatore, fanali a gas) e coltiva anche futili trame. Nel marzo 1821 aspetta l' invasione dal Piemonte costituzionale; dal letto (è spesso malato) ispirava i cinque d' un convegno a San Siro: G. Pecchio, che li ospita, G. Arrivabene, P. Borsieri, B. Bossi, C.. de Castillia, futuro denunciante.
Non avviene niente. Carlo Alberto ha tradito. I cauti spariscono. Lui resta, sordo agli avvertimenti, ritenendosi invulnerabile. L' ultimo avviso arriva giovedì 13 dicembre: fugga subito; poco dopo i gendarmi vengono nella via Tre Monasteri (ora Monte di Pietà); la fuga finisce nella botola murata d' un solaio. Dal giugno 1822 è preda d' Antonio Salvotti, incantatore mago d' arte inquisitoria.. Il Senato Lombardo-Veneto proscioglie gl' imputati contro cui mancano prove, ed emette varie condanne, anche capitali, segrete finché le confermi l' Imperatore. L' 8 dicembre 1823 arriva a Vienna Teresa, col fratello Gabrio Casati, Vitaliano e Carlo Confalonieri (rispettivamente suocero e cognato): caritatevolmente accolta dall' imperial sposa, la quarta; e notiamo come Carolina Augusta sia sorella d' Amalia, in odio al cui marito vicerè d' Italia Federico sobillava la piazza; cortese anche Sua Maestà, l' indomani, ma 6 giorni dopo conferma la pena capitale a due detenuti (lui e Alexandre Andryane), nonché ai contumaci, commutando le altre; mercoledì 24 dicembre lo comunica ai tre supplicanti; esclusa dall' udienza, Teresa rivede Carolina; partendo nel cuore della notte, non sa della sospensione che l' augusta amica ha strappato al consorte (e volendo essere sicura, spedisce una seconda staffetta al tribunale). I quattro arrivano nella notte sul 30 dicembre: parte un messo all' arciduchessa parmense Maria Luisa, figlia dell' imperatore; anche lei intercede; idem Ranieri d' Absburgo, vicerè. Teresa raccoglie firme. Ripartito la sera stessa, dopo 89 ore Gabrio rivede Vienna.
L' 8 gennaio Sua Maestà Apostolica commuta i due capestri nel carcere duro a vita (non è cattivo ma ha la testa tanto piccola). La notizia arriva martedì sera 13. In pari data, da Roma, Stendhal ragguaglia Adolphe Mareste: «à Milan on est malade»; temono una forca, «celle du comte Confalonieri, ce qui jette du noir». Il detenuto esce idropico, marzo 1835, graziato dal nuovo imperatore. Teresa è morta «sperando nel Signore degli afflitti» (epigrafe manzoniana), 26 settembre 1830. Almeno non è salito sul patibolo. Finiscono nel poligono, invece, schiena ai moschetti, E. De Bono, G. Ciano, C.. Pareschi, G. Marinelli (innocente qui, espia l' affare Matteotti), L. Gottardi, condannati come «traditori dell' idea» perché nel Gran Consiglio 24 luglio avevano consigliato all' Infallibile d' eclissarsi (Verona, 10 gennaio 1944): supplicano grazia ma le domande non arrivano (farsa macabra e turpe); corse notturne in cerca d' una finta autorità militare che le respinga; dopo lunghe schermaglie firma tal Italo Vianini, ore 8.15, riassicurato da un verbale dell' ordine che esegue; e alle 9 Thanatos passa a prenderli, quando erano convinti d' essere salvi, perché i condannati muoiono prima dell' alba.