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Joseph Beuys, l'artista che provocava la vita

Ritratto di Joseph Beuys (foto di Michele Bonuomo), Napoli 1981, galleria Lucio Amelio 
A cento anni dalla nascita, un film documentario su Sky Arte celebra il performer tedesco innamorato dell'Italia mentre in tutto il mondo sono si organizzano iniziative in suo onore
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13 novembre 1971: Napoli, Modern Art Agency, la galleria di Lucio Amelio. A pochi centimetri da Joseph Beuys discutono con lui Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Jannis Kounellis, Emilio Prini, lo stesso Amelio e "tutto intorno, il pubblico foltissimo forma un semicerchio, dapprima piuttosto largo e distanziato, poi sempre più stretto, a contatto diretto con l'oratore", appunta il critico Filiberto Menna in una sua cronaca di quei giorni. È una scena, ritratta tempestivamente dal fotografo Bruno Del Monaco, che segna l'avvio del rapporto professionale tra il maestro tedesco e l'Italia, visto che a Foggia - a cui rimase legato anche negli ultimi anni della sua vita - c'era già stato durante la seconda guerra mondiale quando prestava servizio militare in aviazione.

La mostra si chiamava La rivoluzione siamo noi, stesso titolo di una delle sue opere iconiche, ovvero il suo ritratto a figura intera, con passo felpato, aurea da sciamano e …

13 novembre 1971: Napoli, Modern Art Agency, la galleria di Lucio Amelio. A pochi centimetri da Joseph Beuys discutono con lui Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Jannis Kounellis, Emilio Prini, lo stesso Amelio e "tutto intorno, il pubblico foltissimo forma un semicerchio, dapprima piuttosto largo e distanziato, poi sempre più stretto, a contatto diretto con l'oratore", appunta il critico Filiberto Menna in una sua cronaca di quei giorni. È una scena, ritratta tempestivamente dal fotografo Bruno Del Monaco, che segna l'avvio del rapporto professionale tra il maestro tedesco e l'Italia, visto che a Foggia - a cui rimase legato anche negli ultimi anni della sua vita - c'era già stato durante la seconda guerra mondiale quando prestava servizio militare in aviazione.

La mostra si chiamava La rivoluzione siamo noi, stesso titolo di una delle sue opere iconiche, ovvero il suo ritratto a figura intera, con passo felpato, aurea da sciamano e l'inconfondibile look: cappello di feltro, stivali e gilet. Quest'anno si festeggia il centenario della sua nascita - era nato a Krefeld il 12 maggio 1921 ed è morto a Düsseldorf nel 1986 - , con iniziative di vario tenore in tutto il mondo, ma anzitutto nella sua Germania, come ben documentato sulla piattaforma nata ad hoc per questo anniversario così importante:http://www.beuys2021.de. 

Tra le altre, la mostra promossa dall'Accademia di belle arti di Düsseldorf propone un confronto stimolante tra la sua ricerca, le opere del suo maestro Ewald Mataré e quelle suo allievo Jörg Immendorff, a conferma del ruolo centrale della didattica nella filosofia di Beuys, che poi è divenuta parte imprescindibile di tutta la sua epopea divulgativa e radicale in giro per il mondo.

[[ge:rep-locali:repubblica:300636337]]Nessun artista come Joseph Beuys ha infatti saputo incarnare un impegno sistematico, precisando attivamente il suo ruolo politico e creativo nella società, percorrendo un sentiero plurale, incontrando persone in ogni geografia per talk pubblici e praticando i suoi principi essenziali di uomo attento all'ordine della natura e rispettoso dei propri simili e degli animali. Questo suo impegno ben appare in Beuys. L'artista come provocatore, il film di Andres Veyel in onda stasera, giorno dell'anniversario, su Sky Arte - concepito utilizzando audio e video d'archivio inediti - , da cui emerge la sua natura sovversiva assolutamente attuale. È lo stesso Veyel ad ribadire che Beuys sosteneva "che il mondo possa essere cambiato, in base alla capacità di ogni singola persona".

"'Ogni uomo è un artista', diceva, e questo è un atto di consapevolezza, l'avvio di un'azione politica che lo portò infatti ad essere tra i fondatori del partito dei Verdi in Germania", precisa il critico Michele Bonuomo, a lungo stretto collaboratore di Amelio e amico personale di Beuys, con cui ha condiviso mostre e incontri tra Italia e America. Intenso è stato il rapporto tra il maestro tedesco e il nostro paese, "sulla scia del Grand Tour che molti artisti e intellettuali nordici praticavano in Italia da secoli, d'altronde Joseph aveva nel suo immaginario la visione di un'Europa che ritrovava le proprie radici mediterranee e in cui il tema della natura era centrale", dice Bonuomo.

La mostra del 1971 nella galleria di Amelio è la prima tappa di un percorso che ha visto Beuys protagonista di progetti e mostre irripetibili, tra queste il paradigmatico talk pubblico tra l'artista e Renato Guttuso agli Incontri internazionali d'arte di Roma, sotto l'occhio vigile della collezionista Graziella Lonardi Buontempo (1972), Beuys. Tracce in Italia, la mostra (con catalogo rigoroso) curata da Germano Celant a Villa Pignatelli di Napoli (1978) e naturalmente l'impegno del maestro in Abruzzo nella grande tenuta di Bolognano del conte Bubi Durini e della moglie Lucrezia, che nel 1982 piantano su sua indicazione settemila alberi in via d'estinzione nella loro tenuta, battezzandola Piantagione Paradiso, in linea con quel concetto di "Difesa della natura" che è un altro dei suoi slogan drammaticamente attuali.

Pochi mesi dopo a Documenta Kassel Beuys fa piantare settemila querce. "Arte e vita per Beuys sono la stessa cosa, perciò è un maestro anche per tutto ciò che riguarda i diritti umani". E nel mentre Lucrezia De Domizio Durini (Mondadori Electa ha appena pubblicato il suo saggio Vergogna e Verità) prepara nella sua tenuta un museo dedicato interamente all'artista, in linea con quel concetto di arte intesa "come bene comune".