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La Biennale di Architettura progetta il futuro post-Covid

Installazione nel Padiglione Centrale della Biennale (ansa)
Presentata la Mostra Internazionale che apre il 22 maggio a Venezia. E già il titolo - "Come vivremo insieme?" - ne spiega la filosofia di fondo: coniugare la sostenibilità con le questioni aperte dalla pandemia. Puntando sui collettivi e non più sulle archistar, come conferma il curatore: "Dobbiamo mettere l'ego da parte"
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È la Biennale della terra, dei materiali organici, degli spazi fluidi e di una architettura orizzontale che si sdraia sui rilievi, aderisce agli umori del suolo e ne trae nutrimento. Come un organismo ospite. Reverente. Mai invasivo. Un soffitto tempestato di pietre ossidiane dalle grotte del Mbai in Kenya è la cupola rupestre di una sala riunioni antidiluviana in cui discutere del destino del mondo. Sembra un film di Luc Besson l'incipit che il curatore Hashim Sarkis ha pensato per la sua mostra ai Giardini e all'Arsenale dove arcaico e fantascienza si danno la mano. E, infatti, alla domanda posta come titolo di questa 17a Mostra Internazionale di Architettura in laguna, al via da sabato 22 maggio, "How will we live together?" Come vivremo insieme?, tutti i 112 partecipanti in arrivo ai da 46 paesi diversi hanno risposto mescolando passato e futuro, memoria e sperimentazione.

Ecco allora ambienti refrigerati dallo stoccaggio della neve come si faceva …

È la Biennale della terra, dei materiali organici, degli spazi fluidi e di una architettura orizzontale che si sdraia sui rilievi, aderisce agli umori del suolo e ne trae nutrimento. Come un organismo ospite. Reverente. Mai invasivo. Un soffitto tempestato di pietre ossidiane dalle grotte del Mbai in Kenya è la cupola rupestre di una sala riunioni antidiluviana in cui discutere del destino del mondo. Sembra un film di Luc Besson l'incipit che il curatore Hashim Sarkis ha pensato per la sua mostra ai Giardini e all'Arsenale dove arcaico e fantascienza si danno la mano. E, infatti, alla domanda posta come titolo di questa 17a Mostra Internazionale di Architettura in laguna, al via da sabato 22 maggio, "How will we live together?" Come vivremo insieme?, tutti i 112 partecipanti in arrivo ai da 46 paesi diversi hanno risposto mescolando passato e futuro, memoria e sperimentazione.

Ecco allora ambienti refrigerati dallo stoccaggio della neve come si faceva sulle montagne di Niigata in Giappone, funghi fotosensibili per finestre oscuranti, pareti in fibra di caffè e rivestimenti in ceramica bioattiva, antibatterica e, soprattutto, antivirale. Quanto mai attuale. Ma la pandemia ha solo accelerato l'urgenza di temi già sul tavolo da tempo, come cambiamento climatico e impoverimento delle risorse. Esponente di quell'architettura votata a uno sviluppo sociale sostenibile, Sarkis, cresciuto nello studio di Rafael Moneo - cui non a caso consegnerà il Leone d'Oro alla carriera - lavora da sempre fra il suo paese, il Libano, e Boston, la città della biotecnologia e del Mit, il prestigioso istituto di tecnologia del Massachusetts, che spicca nella metà delle didascalie come supporto alle ricerche dei progettisti.

L'intreccio fra discipline è evidente nei padiglioni, o meglio laboratori che miscelano colture con plastici, prototipi con rendering. Davanti al quesito come può l'architettura rispondere ai drammi di uno sviluppo corrosivo, come possono i luoghi dell'abitare diventare habitat equilibrati e come può l'uomo riconnettersi con la natura, le soluzioni vengono da un lavoro di squadra. E fa impressione l'elenco degli specialisti per ogni progetto. "Non parliamo di singoli nomi, ma di studi, atelier, lab, bureau: di fronte all'emergenza mettiamo l'ego da parte" dice Sarkis. Le archistar hanno lasciato insomma il posto ai collettivi. E la ricerca sulle forme, l'estetica, l'autorialità, passa in secondo piano rispetto all'utopia concreta di comunità autarchiche, periferie rivitalizzate da tutti i servizi in una logica di benessere locale, costruzioni issate con nuove fibre di vetro e carbonio rigenerato, oltre a recuperi dalla tradizione, come gli orti urbani (sognati qui per la Striscia di Gaza,) i balloon-frame del Nord America o addirittura il sistema residenziale modulare delle città operaie o delle new town inglesi.

Sembra finita l'epoca delle torri che, causa Covid, implicherebbero pure una concentrazione ansiogena ormai impensabile. "Adesso parliamo di casa come ecosistema" spiega Alessandro Melis curatore del Padiglione Italia, professore all'Università di Portsmouth nel Regno Unito, e oggi fresco di nomina al New York Institute of Technology. La sua mostra in Biennale è un vero lab con strumentazioni sofisticate per misurare le emissioni e studiare le mutazioni. Fisici, biologi, geologi, urbanisti fanno parte del suo team transdisciplinare. Il brainstorming ha prodotto tessuti auto-degradabili, coltivazioni idroponiche, plastiche digerite dai platelminti, ceramica bioattiva che assorbe ed elimina le polveri sottili, boschi orizzontali dentro i quali innestare l'architettura. E non viceversa. Alla domanda quanto tempo ci vorrà per un'applicazione reale, risponde secco "anche subito. Ma non siamo pronti culturalmente. Un impianto di estrazione del petrolio in Alberta costa infinitamente di più della produzione di alcuni di questi materiali". Come la lavorazione della plastica raccolta negli oceani e trattata da un sistema altamente ingegnerizzato per farne elementi per l'edilizia.

Ma un progetto è già partito: il Warka Water Village, ovvero una cisterna fatta di tessuto che assorbe la rugiada per trasformarla in acqua. Una risorsa per le comunità sub sahariane. È stato pagato col budget della Biennale per il Padiglione: "Invece di esporlo qui, lo abbiamo installato in Camerun, anche questa è sostenibilità".