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La filosofia e il pensiero forte di Vattimo

Gianni Vattimo 
Escono gli scritti politici del filosofo che ha scardinato ogni verità assoluta. Proponendo una nuova visione del mondo coincidente con l’impegno
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Io devo molto a Gianni Vattimo perché, a sua insaputa, ha segnato il mio percorso filosofico a partire dal 1964 quando, durante il mio soggiorno a Basilea, dove Karl Jaspers (oggetto della mia tesi di laurea) aveva trascorso gli ultimi anni di insegnamento, leggevo Essere, storia e linguaggio in Heidegger che Vattimo aveva pubblicato l'anno prima con l'editrice torinese Giappichelli. In quell'anno andavo a far visita a Jaspers e incominciavo a essere sedotto da Heidegger, non come l'avevo conosciuto all'Università Cattolica, ma come il libro di Vattimo me lo stava facendo conoscere in una luce nuova. Era un Heidegger che si congedava dalla metafisica inaugurata da Platone che per secoli, attraverso la sua salda struttura, aveva presieduto l'ordinamento del mondo e si era posta come garante della sua stabilità. L'Heidegger letto da Vattimo demoliva questa stabilità (che già era stata scossa da Nietzsche) e inaugurava una vi…

Io devo molto a Gianni Vattimo perché, a sua insaputa, ha segnato il mio percorso filosofico a partire dal 1964 quando, durante il mio soggiorno a Basilea, dove Karl Jaspers (oggetto della mia tesi di laurea) aveva trascorso gli ultimi anni di insegnamento, leggevo Essere, storia e linguaggio in Heidegger che Vattimo aveva pubblicato l'anno prima con l'editrice torinese Giappichelli. In quell'anno andavo a far visita a Jaspers e incominciavo a essere sedotto da Heidegger, non come l'avevo conosciuto all'Università Cattolica, ma come il libro di Vattimo me lo stava facendo conoscere in una luce nuova. Era un Heidegger che si congedava dalla metafisica inaugurata da Platone che per secoli, attraverso la sua salda struttura, aveva presieduto l'ordinamento del mondo e si era posta come garante della sua stabilità. L'Heidegger letto da Vattimo demoliva questa stabilità (che già era stata scossa da Nietzsche) e inaugurava una visione dell'essere non come struttura salda e inconfutabile, ma come evento che accade nel linguaggio di coloro che lo interpretano. Proposi la lettura heideggeriana di Vattimo a Jaspers, che aveva scritto un libro intitolato Metafisica, non nell'accezione sopra esposta, ma come ricerca di un'ulteriorità di senso, richiesta dal fatto che, come lui aveva scritto: "Noi non viviamo immediatamente nell'essere, e per questo la verità non è un nostro possesso definitivo, noi viviamo nell'esserci temporale: la verità è la nostra via". Questa destituzione jaspersiana della verità assoluta, che aveva caratterizzato la metafisica classica, mi sembrava che potesse accogliere la lettura che Vattimo aveva fatto di Heidegger. Ma forse tra Jaspers e Heidegger i rapporti si erano guastati. E alla mia osservazione Jaspers rispose con un laconico vielleicht (forse).


Io ero un allievo di Emanuele Severino, il filosofo de La struttura originaria e, dopo averla letta e portata all'esame, mi ero reso conto che era una struttura dell'essere perfetta, con tutte le articolazioni tra loro connesse, anzi incatenate. A presiederla è il principio di non contraddizione che, come dice Aristotele: "anche chi lo nega, per negarlo, lo deve impiegare". Nessuna obiezione era praticabile e anche chi ha provato non c'è riuscito. Questa struttura o la si accettava o la si rifiutava, altri percorsi non si davano. E quale poteva essere allora il mio percorso? Ancora una volta, a sua insaputa, mi venne in soccorso Vattimo che incominciai a frequentare nei seminari estivi che negli anni Ottanta lui teneva in Umbria. In uno di quei seminari Vattimo definì il pensiero di Severino "pensiero forte". E ricordo la sua espressione: "Se Severino non ci fosse, bisognerebbe inventarlo".
Fu in quegli anni che il "pensiero debole" di Vattimo fu contrapposto al "pensiero forte" di Severino. A entrambi va riconosciuto il grande merito di aver emancipato in modo deciso la filosofia italiana, che per lungo tempo non era andata oltre l'eredità di Croce e Gentile, con strumenti che si sono rivelati più solidi di quelli offerti dal marxismo e dalla psicoanalisi che avevano caratterizzato quegli anni.

Ma cosa vuol dire "debole"? Vuol dire che nessuna forma di pensiero è in grado di esprimere una verità assoluta come pretendeva la metafisica; vuol dire che non c'è un Dio che, come vuole la tradizione platonico-aristotelica, possa essere pensato come causa dell'essere e come fondamento della morale; vuol dire che l'essere non può essere conosciuto attraverso la sua oggettivazione come pretende di fare la scienza; vuol dire che tramonta l'uomo sottomesso ai valori enunciati dalla morale dedotta dalla metafisica, e che si apre lo spazio dell'"Oltre-uomo" (come Vattimo traduce l'Über-mensch di Nietzsche solitamente reso con "Super-uomo"), il quale, scrive Vattimo: "si manifesta come una forma di umanità collocata oltre l'uomo così com'è oggi", ossia pensato al vertice della gerarchia dell'essere, a cui è stato assegnato il dominio della terra.


L'uomo, come vuole la lezione di Heidegger, è un essere gettato nel mondo, in una determinata epoca storica, in una particolare cultura e tradizione, fattori questi che condizionano la sua comprensione dell'essere e dai quali peraltro non può prescindere. Parte da qui il cammino di Vattimo verso l'ermeneutica di Gadamer, per il quale non si dà una lettura della realtà valida per tutti, perché ciascuno giudica a partire dai propri pre-giudizi, che sono i condizionamenti culturali in cui ciascuno è nato e cresciuto, e siccome da questi pre-giudizi non si può prescindere "occorre starci - come scrive Gadamer - nel modo giusto".


Il modo giusto è quello di mettere a confronto la propria visione del mondo in un dialogo continuo con la visione del mondo degli altri, non con l'atteggiamento di chi vuol vincere la partita, ma con la disposizione di chi si pone all'ascolto dell'altro ipotizzando che abbia un gradiente di verità superiore al proprio. Questa è la vera essenza della "tolleranza" spesso confusa con la buona educazione. La tolleranza consiste nel riconoscimento dell'assoluta alterità dell'altro, a cui rapportarsi non nella forma del conflitto, ma in quella dell'accettazione della sua alterità. Questo atteggiamento ha da subito delle applicazioni pratiche: in termini religiosi significa ripresa del "cristianesimo" che si congeda dai dogmi della tradizione a favore dei valori della fratellanza e della carità; in termini politici significa ripresa del "comunismo" che si congeda dalle sue fallimentari realizzazioni storiche, per ri-accordarsi ai motivi di fondo che l'hanno generato, che sono le disuguaglianze tutt'altro che scomparse dalla faccia della terra.


Il nichilismo annunciato da Nietzsche: "Manca lo scopo, manca la risposta al perché? Tutti i valori si svalutano", che caratterizza il nostro tempo è l'inevitabile conseguenza del collasso della metafisica, ma anche l'occasione per trovare nuove forme di governo in società divenute complesse e anche globalizzate che non possono più essere governate con gli strumenti tipici della metafisica e della politica che da essa discendeva. Al pari di Nietzsche e di Heidegger, anche Vattimo mina alla base le modalità con cui la filosofia dell'Occidente si è configurata, ma a differenza di Nietzsche e di Heidegger, scende nel campo minato della prassi sociale, non solo come un filosofo teoretico che descrive una nuova modalità di leggere il mondo, non più suscettibile di essere guardato con occhi metafisici, ma anche bisognoso di essere testimoniato con la propria vita, perché, come scrive Antonio Gnoli nella sua stupenda (e lo dico con convinzione) Introduzione agli Scritti filosofici e politici di Vattimo: "Il modo con cui egli ha pensato la filosofia in parte coincide con il sentimento con il quale ha interpretato la sua vita". Vattimo ha aperto la strada. Ora la strada attende chi, in un mondo instabile e da nulla garantito, abbia il coraggio di incamminarsi non solo con il proprio pensiero.