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Arriveranno i nuovi Anni ruggenti

Parigi, 1924: operai in cima alla Tour Eiffel danno l’ultima riverniciatura  
Come avvenne all’indomani della Grande guerra intellettuali e studiosi si aspettano un risveglio artistico, culturale e vitale. Ecco perché
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PARIGI
Nei giorni in cui Parigi si sveglia da un lungo letargo, con cinema pieni, teatri già esauriti, giovani che riempiono i tavolini dei café en terrasse, la Bibliothèque nationale rende omaggio al surrealismo, una petizione per far entrare Joséphine Baker al Panthéon raccoglie migliaia di firme e in libreria arriva Les Années folles della storica Myriam Juan. Dopo l’anno della Grande Paura, la Francia sogna un’esplosione sociale e artistica come fu dopo l’ecatombe della Prima guerra mondiale e dell’influenza spagnola, giusto un secolo fa.

«C’era un desiderio di vivere pienamente il presente, di fare tabula rasa, voltare le spalle a un passato traumatico», racconta Juan rievocando quegli anni ruggenti, il decennio dell’Art déco e del jazz, di Coco Chanel e Walt Disney, del Grande Gatsby. «I giovani d’oggi — diceva Fitzgerald — non credono più alle vecchie…

PARIGI
Nei giorni in cui Parigi si sveglia da un lungo letargo, con cinema pieni, teatri già esauriti, giovani che riempiono i tavolini dei café en terrasse, la Bibliothèque nationale rende omaggio al surrealismo, una petizione per far entrare Joséphine Baker al Panthéon raccoglie migliaia di firme e in libreria arriva Les Années folles della storica Myriam Juan. Dopo l’anno della Grande Paura, la Francia sogna un’esplosione sociale e artistica come fu dopo l’ecatombe della Prima guerra mondiale e dell’influenza spagnola, giusto un secolo fa.

«C’era un desiderio di vivere pienamente il presente, di fare tabula rasa, voltare le spalle a un passato traumatico», racconta Juan rievocando quegli anni ruggenti, il decennio dell’Art déco e del jazz, di Coco Chanel e Walt Disney, del Grande Gatsby. «I giovani d’oggi — diceva Fitzgerald — non credono più alle vecchie regole. Vanno alla deriva con la corrente». Il movimento dadaista si scagliava contro la borghesia, mentre emergeva la classe media, la fantasia andava al potere con il surrealismo e André Breton scriveva: «Cara immaginazione, ciò che più amo in te è che non perdoni».

«È stato un decennio di speranza, creazione e libertà. La vita correva», spiega Juan, ricordando che il crononimo, il nome dato a quel periodo storico, è venuto più tardi. Solo alla fine degli anni Sessanta, quando si apriva un’altra fase di emancipazione, si è cominciato a parlare di Années folles in un eterno gioco di specchi. Anche se non crede al ripetersi della Storia, tanto più che non abbiamo alle spalle le trincee della Grande guerra e i milioni di morti della spagnola, l’autrice del breve saggio storico, pubblicato nella collezione Que sais-je?, è convinta che qualcosa di quel fervore soffi nell’air du temps.

Era l’inizio dell’emancipazione femminile, le donne più audaci fumavano in pubblico, buttavano i corsetti, indossavano pantaloni, accorciavano le gonne mostrando le ginocchia. La garçonne potrebbe essere la neofemminista radicale di oggi. Il genere fluido diventava un’evidenza, gli artisti omosessuali non si nascondevano più. Nelle brasserie di Montparnasse si incrociavano Modigliani e Chagall, i giovani ballavano il charleston, Baker faceva scandalo in topless nella Revue Nègre, con un erotismo burlesque. Parigi era una festa, come scriveva Ernest Hemingway, brillava di mille luci al punto da essere diventata “l’ombelico del mondo” secondo Henry Miller. E anche se solo un’élite poteva permettersi bagni di champagne in un hotel parigino dopo uno spettacolo al Moulin Rouge, le avanguardie infondevano tutta la società. È allora che la cultura di massa comincia a prendere forma.

Difficile avvistare i movimenti e gli artisti che segneranno i nuovi anni Venti. Guy Boyer, direttore della rivista Connaissance des Arts, che ha avuto un’audience online triplicata durante il lockdown, intercetta un forte bisogno di cultura e un “nuovo impegno” tra gli artisti. «Si interessano al sociale, all’ambiente, al mondo digitale», sottolinea Boyer. Complice una nuova sensibilità ecologica, perderà del  fascino la frenesia di organizzare fiere ai quattro angoli del Pianeta. Il mondo potrebbe restare più piccolo anche dopo la pandemia. «Si torna alle radici, al territorio», continua Boyer.

La neofrugalità spinge i conservatori dei musei a domandarsi se è davvero indispensabile far viaggiare un dipinto dagli Stati Uniti per una mostra, o se non ce n’è uno equivalente più vicino. Qualcosa resterà dell’esperienza di gallerie che hanno inventato una nuova offerta culturale, così come degli spettacoli teatrali en plein air.
«Non si torna mai indietro, a un secolo di distanza il paragone che si può fare è limitato», avverte la storica Emmanuelle Loyer. «Parlare di quegli anni è più che altro un modo di illuminare il presente», aggiunge citando l’idea di un’accelerazione che chiude un’epoca mentre si cerca una nuova modernità.

«Velocità era la parola chiave allora come oggi», osserva Loyer che cita su quel periodo il libro di Paul Morand, L’homme pressé, l’uomo che va di fretta. Il fermento culturale era accompagnato dal boom economico, da innovazioni tecnologiche e scientifiche diffuse su larga scala, dall’automobile all’aviazione, ai progressi della medicina, come adesso corrono la smaterializzazione del lavoro, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie che hanno permesso di sviluppare un nuovo vaccino in pochi mesi, e poi la fine del petrolio, il fulminante successo di Tesla e tutto quello che accompagnerà la transizione ecologica.

Il neurologo Erwan Deveze intercetta la rapidità del passaggio da una fase di depressione a quella di esaltazione, tipico di ogni crisi. «Dopo un anno ansiogeno, soffia una ventata di ottimismo, in particolare tra i giovani», dice Deveze citando recenti sondaggi. L’esaltazione porta a un orizzonte dei possibili, in cui il sessanta per cento dei francesi vorrebbe cambiare vita, in cerca di un nuovo senso. Al bisogno di protezione davanti alla minaccia sanitaria, potrebbe seguire il desiderio di trasgredire, il gusto del rischio. Ma la follia di quegli anni può essere letta in un doppio significato. Negli Stati Uniti i Roaring Twenties furono anche gli anni del proibizionismo, del Ku Klux Klan, della speculazione a Wall Street che portò al crac del 1929.

I magnifici Venti precipitarono nell’abisso della Grande Depressione. In Germania gli “Anni dorati” sono stati seguiti dall’ascesa del nazismo. «C’era anche sottotraccia una follia morbosa che ha prodotto catastrofi economiche e politiche, com’è successo all’Italia prima degli altri», nota Juan. La Francia che scalpita nelle riaperture di questi giorni è anche quella che vede l’estrema destra galoppare nei sondaggi. «Non dimentichiamo — prosegue la storica — che in quel decennio di progressismo e liberazione c’erano anche pulsioni reazionarie». Le donne liberate erano chiamate a fare figli per ripopolare le nazioni, le diseguaglianze sociali e il razzismo contro le minoranze aumentavano.

Nel suo nuovo saggio La révolution qu’on attendait est arrivée, la rivoluzione che aspettavamo è arrivata, il sociologo Jean Viard indica un bivio. «Non c’è mai stato un momento nella storia dell’umanità in cui, facendo un’estrema sintesi, cinque miliardi di persone si sono chiuse in casa per salvare i più anziani, ovvero la categoria improduttiva a cui resta poco da vivere. È magnifico, si è realizzata una forma di utopia». La sfida, prosegue Viard, è costruire qualcosa di nuovo intorno a questo capovolgimento di priorità e valori. «Se accoglieremo la trasformazione allora si aprirà uno straordinario ciclo di progressi sociali e politici, in caso contrario è prevedibile un terribile contraccolpo». Come accadde un secolo fa.