Cesare Pavese e la solitudine dell’intellettuale
di Francesco Piccolo , di Francesco Piccolo«Perché non tento mai un altro genere?» si chiedeva Cesare Pavese nel 1935. Era poeta, ma la tentazione della prosa cominciava a incalzare i suoi pensieri. Scriveva queste parole in una specie di diario che sarebbe diventato Il mestiere di vivere; ma quello che è più rilevante è che questa domanda se la faceva nella sua stanza di Brancaleone, paese della Calabria dove era stato spedito al confino per l’accusa di antifascismo. Ed evidentemente era proprio quella esperienza che premeva per trovare forma di racconto, visto che in seguito Il carcere, una trasfigurazione di questo periodo, sarà il primo testo in prosa compiuto che Pavese realizzerà. Nel 1938. Ma non ne sarà soddisfatto per un bel po’ di tempo. Tant’è vero che pubblicherà altri romanzi brevi o racconti, e anche quando gli verrà esplicitamente chiesto di pubblicare quella prima prova, lasciando a lui il giudizio se ne valga o …
«Perché non tento mai un altro genere?» si chiedeva Cesare Pavese nel 1935. Era poeta, ma la tentazione della prosa cominciava a incalzare i suoi pensieri. Scriveva queste parole in una specie di diario che sarebbe diventato Il mestiere di vivere; ma quello che è più rilevante è che questa domanda se la faceva nella sua stanza di Brancaleone, paese della Calabria dove era stato spedito al confino per l’accusa di antifascismo. Ed evidentemente era proprio quella esperienza che premeva per trovare forma di racconto, visto che in seguito Il carcere, una trasfigurazione di questo periodo, sarà il primo testo in prosa compiuto che Pavese realizzerà. Nel 1938. Ma non ne sarà soddisfatto per un bel po’ di tempo. Tant’è vero che pubblicherà altri romanzi brevi o racconti, e anche quando gli verrà esplicitamente chiesto di pubblicare quella prima prova, lasciando a lui il giudizio se ne valga o no la pena, alla fine dirà no.
Solo più tardi, dopo aver scritto La casa in collina, passati ormai dieci anni, deciderà che quel racconto del confino è ben apparentato a quest’altro ambientato durante la guerra e i rastrellamenti tedeschi a Torino. «Il carcere non venne più ritoccato dopo il 1938 se non nei nomi propri per ragione di discrezione. Pare strano anche a me. Il curioso è che me n’ero finora vergognato, e soltanto accorgendomi che La casa in collina gli faceva riscontro m’indussi a pubblicarlo».
Curioso lavorio editoriale, tormentato, quello di Pavese; racconti o romanzi brevi che poi confluiscono in vari libri; e che successivamente si separano di nuovo per riacquisire autonomia, com’è successo sia a Il carcere, sia — soprattutto, essendo considerato una delle vette raggiunte dallo scrittore — a La casa in collina. Li pubblica nel 1949, con il titolo che rimanda al tradimento che secondo lui li imparenta. E quando lettori e critici leggeranno, parrà loro impossibile che questi due romanzi brevi siano stati messi insieme con un’idea a posteriori, e ancora più impossibile che siano stati scritti a dieci anni di distanza. Una reazione che divertirà molto Pavese.
La caratteristica in comune dei due protagonisti è questa, in sintesi: due intellettuali solitari e confusi, perplessi. Calvino dirà: l’uomo è lo stesso nei due romanzi, «con la sua debolezza e il suo scontento». Stefano, ne Il carcere, arriva in un paesino del sud che comprende poco e dove comunica poco, e ne rimane comunque estraneo. È immerso in una nebbia interiore, in cui ha difficoltà a pensare alla vita, a riflettere; e in cui la vita vera, quella che ha vissuto finora — e che noi non conosciamo perché è tenuta fuori dal racconto — sembra lontanissima. Quindi, all’improvviso, questo intellettuale è tutto e soltanto compreso nel tempo presente, non ha più lo sguardo largo che si è costruito nel corso della sua esistenza; e nel presente però si muove incapace di afferrarlo. Gli rimane il desiderio erotico — l’unica vera compagnia stabile della sua solitudine; un desiderio anche più vivo di chi lo soddisfa, Elena, la donna che per un periodo dorme con lui ogni notte; e anche più vivo di Concia, la serva che tormenta i suoi pensieri a causa della forma dei fianchi. Corrado — invece, e allo stesso modo — coltiva una solitudine confusa dentro il mondo: fa la spola tra il centro di Torino e la casa in collina, si ritrae e partecipa del tempo presente e della Storia che si svolge davanti ai suoi occhi; ma anche lui rimane perplesso, confuso, inabile alle scelte. Non sa seguire gli altri nella lotta partigiana, non sa decidersi, ma soprattutto non sa unirsi a loro. È come se, in definitiva, non sapesse stare in compagnia — nonostante ogni sera esca alla ricerca delle chiacchiere (e alla ricerca della verità sul figlio di Cloe, che sempre più capisce possa essere figlio suo). E con la propensione ad andarsene in solitudine verso il suo paese: «Avrei voluto trovar tutto come prima, come una stanza stata chiusa. Era per questo, e non per vana prudenza, che da due giorni non osavo nominare il mio paese: tremavo che qualcuno dicesse: “è bruciato. C’è passata la guerra”». Gozzano dice: «Solo, gelido e in disparte, sorrido e guardo vivere me stesso». Versi che sono davvero un po’ il senso di questi due romanzi. Stefano e Corrado sono protagonisti solitari e parlano di solitudine. Definiscono la solitudine, alla fine la cercano e la ottengono (…). I due romanzi brevi non stanno soltanto bene insieme; dialogano di continuo, e si sostengono l’uno con l’altro (…).
Ed è sulla vita di prima, sulla vita che c’era prima degli eventi straordinari in cui si svolgono i due romanzi, che bisognerà fermarsi: non sulla sua presenza, ma sulla sua assenza. Perché il vero nodo che tiene legati profondamente Il carcere e La casa in collina è la sospensione della vita reale. Ne Il carcere c’è addirittura il confino, cioè un paese lontano da tutto; c’è un rapporto con la vita reale quasi di mancanza di memoria, di dimenticanza, come se la vita reale non esistesse più, i pensieri di Stefano sono tutti concentrati sul (limitati al) paesino. L’idea è che il tempo si sia fermato qui, un po’ come — diranno poi in molti — Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi. E questo distacco dalla vita reale finisce per farla dimenticare, sia al protagonista sia al lettore.
La casa in collina ha lo stesso impianto, il rifugio da Elvira in attesa che le cose cambino e poi il collegio di Chieri, in attesa che i tedeschi si allontanino, e il tentativo di andare in paese, in attesa che la guerra finisca. Ecco, se c’è una caratteristica meravigliosa de La casa in collina è che riesce a raccontare una cosa che non si capisce come non abbia avuto più sviluppo in letteratura e qui invece ha una presenza fondamentale: l’attesa quotidiana che il tempo eccezionale, presente, finisca. Corrado sa sperare, sa aspettare, sa riflettere, sa capire. È anche capace di intuire, prima degli altri, che l’8 settembre è l’inizio di una guerra diversa ma non è la fine. Ha i pensieri seri dell’intellettuale solitario; ma incarna anche l’incapacità di contribuire all’esito. Ed è proprio da qui, dalla speranza ossessiva che quello che si sta vivendo finisca, che deriva la perplessità dell’intellettuale, l’incapacità di andare fino in fondo all’azione, alla presenza vitale (…). Nei due romanzi ci sono i ragionamenti, la nostalgia, l’amore, l’attesa del tempo normale, e anche una residua lucidità nel comprendere gli avvenimenti — ma ciò che ha formato Stefano e Corrado non c’è più. E di conseguenza non c’è più la sostanza intellettuale che li ha fatti diventare quello che sono, e che ha provocato quello che sta loro succedendo. Il motivo per cui sono calati in questo presente che Pavese racconta non c’è più, si è perduto. Rimane solo la speranza di ritrovare sé stessi dopo, più in là; rimane cioè solo la speranza di rimanere vivi (…).
In più c’è il titolo che unisce questi due romanzi brevi: Prima che il gallo canti. Quindi, in qualche modo, Pavese formula lui per primo un giudizio sui suoi due personaggi. Cioè suggerisce che, in qualche modo, sono dei traditori. Giudizio suggestivo, ma chissà quanto giusto (…). Stefano e Corrado, possiamo dire adesso, se tradiscono qualcuno, simbolicamente, allora tradiscono quella grandezza. Vorrebbero averla, ma sono confusi, perplessi, scontenti, deboli. E qui, in questa debolezza, in questa ammissione di debolezza, in questa capacità di dire di sé stessi: io sono un traditore, c’è sia l’eccezionalità della qualità letteraria, sia l’eccezionalità del pensiero in quel momento storico. Probabilmente, allora, c’è l’ipotesi che questo libro sia il più rivelatore sulla diversità di Pavese rispetto a tutti gli altri scrittori del suo tempo.
Il libro
Prima che il gallo canti di Cesare Pavese (Einaudi, pagine 292, euro 12)