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Biennale Architettura di Venezia 2021. Il titolo della nuova edizione è una domanda sul nostro futuro: "Come vivremo insieme?"

La sfida del curatore Hashim Sarkis del MIT: ripensare i modelli abitativi per affrontare la complessità di questa crisi globale attraverso accessibilità e apertura degli spazi pubblici
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Seduti su cuscini rosa in un padiglione foderato di legno che galleggia su una riserva d’acqua cristallina sorseggiamo una tisana preparata con l’acqua piovana di Venezia, raccolta, filtrata, depurata e resa disponibile a tutti i visitatori del Padiglione danese della Biennale Architettura di Venezia 2021 che finalmente ha potuto aprire al pubblico lanciando un segno di energia e determinazione ad affrontare la crisi globale con idee, manifesti e progetti. 

How will we live together?  È il titolo e la sfida di questa edizione curata dal dean della scuola d’architettura MIT (Massachusetts Institute of Technology), l’architetto libanese Hashim Sarkis, che gira questa domanda epocale ad architetti, designer, artisti invitandoli a confrontarsi su un macro tema fondamentale, mettendo in campo risorse di una disciplina, l’architettura, che sta ripensando se sessa …

Seduti su cuscini rosa in un padiglione foderato di legno che galleggia su una riserva d’acqua cristallina sorseggiamo una tisana preparata con l’acqua piovana di Venezia, raccolta, filtrata, depurata e resa disponibile a tutti i visitatori del Padiglione danese della Biennale Architettura di Venezia 2021 che finalmente ha potuto aprire al pubblico lanciando un segno di energia e determinazione ad affrontare la crisi globale con idee, manifesti e progetti. 

How will we live together?  È il titolo e la sfida di questa edizione curata dal dean della scuola d’architettura MIT (Massachusetts Institute of Technology), l’architetto libanese Hashim Sarkis, che gira questa domanda epocale ad architetti, designer, artisti invitandoli a confrontarsi su un macro tema fondamentale, mettendo in campo risorse di una disciplina, l’architettura, che sta ripensando se sessa per poter affrontare la complessità di questa crisi globale. Bere l’acqua di Venezia diventa allora un gesto tanto semplice quanto radicale, a cui non facciamo abbastanza caso spiega la curatrice Marianne Krogh che con gli architetti  Lundgaard & Tranberg ha creato un sistema per distillare  l’acqua e il suo concetto come simbolo di connessione fra natura, cultura ed esseri umani.

 

Connectedness titolo/manifesto  è il titolo di questo padiglione poetico e politico che rende tangibile l’idea che il mondo è un unico sistema interconnesso. “Siamo connessi non solo alla natura – di cui facciamo parte – ma a ogni cosa o individuo intorno a noi” si legge in An Incomplete Encyclopedia of the Antrhopocene (Standberg) il libro che accompagna il padiglione con un centinaio di testi da Bruno Latour a Donna Haraway.  Di connesione fra pubblico e privato  si occupa il Padiglione della Gran Bretagna che con The Garden of Privatised Delights, mette al centro la privatizzazione di aree urbane, spazi pubblici, aree verdi che sta flagellando le città d’Europa e Londra. L’idea dei curatori è una sorta di restituzione attraverso una migliore accessibilità e apertura degli spazi pubblici, così come la condivisione con il pubblico di spazi privati per restituire alle città elementi fondamentali della vita insieme. 

Il curatore Hashim Sarkis della scuola d’architettura del MIT (Massachusetts Institute of Technology)
 

La Repubblica dell’Uzbekistan per la prima volta in Biennale a Venezia in un luminoso hangar dell’Arsenale riflette su un modello urbano antico e tradizionale come quello delle Mahalla quartieri d’impronta rurale collocati nella densità urbana. Si tratta di insediamenti di case basse costruite intorno a legami famigliari e affacciate su un grande giardino interno in cui si coltivano erbe e frutti locali. A raccontarlo i curatori Emanuel Christ, Christoph Gantenbein che con un progetto di ricerca dell’Università di Zurigo ETH hanno studiato e mappato diverse mahalla in Uzbekistan e riprodotto a Venezia una grande casa a due piani degli anni cinquanta di una mahalla di Tashkent costruita da tre fratelli dove vivevano diciotto persone della famiglia. Può questo tipo di abitazione offrire un modello ecologico e sostenibile di sviluppo ? Può essere un antidoto alla distruzione sistematica  di quartieri e edifici storici delle megalopoli dell’esat e del far esat asiatico? Potenti fotografie di Bas Princen riproducono dettagli minimi e significativi della casa mentre un’opera sonora di Carlos Casas ne restituisce rumori quotidiani. Il tutto è raccolto in Mahalla The Survey un libro in tre volumi (Humboldt) con testi critici, fotografie di strade, case, piante del catasto ridisegnate, mappe, sezioni, e un disco con i suoni di Casas.

Un altro modello di casa per vivere insieme è quello del Padiglione USA American Framing ai giardini che mette in mostra balloon frame la struttura tradizionale in legno con cui sono costruite, all’insegna del do it yourself del sogno democratico americano, gran parte delle case negli Stati Uniti. La struttura si alza intorno al padiglione stesso e invita i visitatori a salire ed esplorare fino al secondo piano. Anche il Giappone mette in mostra una tipica casa storica ma  la smonta pezzo per pezzo in ogni sua componente presentando legni, pietre, frammenti e ogni dettaglio corredato di QR code che ne racconta la storia. E se il Belgio riflette sulla città con un Padiglione fatto di bellissimi modelli d’edifici,  la Russia crea una connessione stretta fra padiglione fisico e virtuale, spostando l’idea di confine fra questi due aspetti per soffrmarsi proprio sullo spazio ibrido di mezzo. Curato da Ippolito Pestellini Laparelli il padiglione, intitolato Open!  ha funzionato per un anno intero, il 2020,  su una piattaforma digitale (www.pavilliorus.com) trasformando l’istituzione in un processo di produzione di idee e progetti. Una volta tornati in Biennale il Padiglione Russia mette in mostra se stesso in un processo restauro e re-enachtment che diventa un’ulteriore occasione per riflettere sul ruolo sociale e politico dell’Istituzione e della sua potenzialità di connettere in maniera fisica e virtuale luoghi e idee. I luoghi fatti di mattoni,  intonaco verde, stucchi bianchi, e grandi finestre affacciate sulla Laguna, le idee quelle arrivate da lontano e che riflettono sul museo non più come luogo di conservazione ma come ambito di produzione e connessione. E come ulteriore risposta a How will we live together?