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Chiare, fresche dolci acque

Foto di Sebastião Salgado/Progetto Amazzonia 
Intangibile, rispetto agli altri elementi, poteva solo mancare. Non si vedeva, bisognava semplicemente credere che ci fosse. Eppure quella stantia non è come quella pura di montagna ed è per questo che va tutelata. Perché ricorda i nostri errori, le correzioni. Perché lega i viventi
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Appena è tornata in acqua, Elisabetta, dopo la pandemia, lo ha fatto da Punta Lingua, a Procida. Si tuffa sempre da lì, solo che stavolta, nella bracciata, ha incontrato una medusa. È un’esperienza che i nuotatori fanno, ma l’interpretazione che ne ha dato Elisabetta era nuova. “Ho avuto la certezza, mi ha detto, di aver invaso la sua casa: sono io che ho urticato lei, non il contrario: l’elemento non è mio, io ne sono ospite”. E gli ospiti, si sa, devono sapersi ritirare in buon ordine prima di diventare fastidiosi.

I social dell’ultimo anno e mezzo sono stati inondati di festosi avvistamenti di specie lì dove non se ne vedevano più: si erano ritirati, i padroni di casa pesci, cetacei e mammiferi, man mano che l’invasore umano procedeva con la sua tracotanza: e ora si riappropriavano del loro elemento.

Non è un caso che il documentario che ha vinto l’Oscar proprio quest’anno (il p…

Appena è tornata in acqua, Elisabetta, dopo la pandemia, lo ha fatto da Punta Lingua, a Procida. Si tuffa sempre da lì, solo che stavolta, nella bracciata, ha incontrato una medusa. È un’esperienza che i nuotatori fanno, ma l’interpretazione che ne ha dato Elisabetta era nuova. “Ho avuto la certezza, mi ha detto, di aver invaso la sua casa: sono io che ho urticato lei, non il contrario: l’elemento non è mio, io ne sono ospite”. E gli ospiti, si sa, devono sapersi ritirare in buon ordine prima di diventare fastidiosi.

I social dell’ultimo anno e mezzo sono stati inondati di festosi avvistamenti di specie lì dove non se ne vedevano più: si erano ritirati, i padroni di casa pesci, cetacei e mammiferi, man mano che l’invasore umano procedeva con la sua tracotanza: e ora si riappropriavano del loro elemento.

Non è un caso che il documentario che ha vinto l’Oscar proprio quest’anno (il primo in presenza di pubblico e parvenza di festa, il primo non palesemente isterico) si chiami My octopus teacher di Pippa Ehrlich e James Reed — prodotto da Netflix — dove octopus è una lei. È la storia di un uomo la cui vita va a pezzi, il figlio non gli parla più, è spento.

All’improvviso ricorda ciò che gli dava requie da ragazzo: era il mare. Decide così di mollare tutto e dedicarsi a riabituare il suo corpo all’acqua. Il training è lento perché sceglie di non aver tramiti di bombole o di muta: vuole dimostrare al mare che può fidarsi di lui: che vi entra nudo. Spoglio di civiltà. Certo, ha una telecamera, ma essa stessa fluttua, si sposta, si appanna, si insabbia, si perde. È qui, quando l’ospite accetta di vivere come i pesci, che la maestra polpa entra in scena. La polpa è vanitosa: cambia colore o si veste di conchiglie. È coraggiosa: sfida uno squalo pigiama e lo frega. È tenera: si poggia sul petto dell’uomo in un abbraccio che neppure la dea Kalì poté meglio: e lo cura.

L’acqua cura anche Gavin Francis, medico, che ogni volta che l’ospedale gli concede qualche giorno di ferie cerca di scappare il più possibile dalla terra. Isole si chiama il libro in cui parla di come non si faccia altro, per tutta la vita, di passar di isola in isola, tutti come Odisseo, dove il mare è ciò che ci permette le connessioni e le disconnessioni: diventa, cioè, vitale per ricalibrare la consapevolezza di cosa sia davvero importante per sé. E certo l’esperienza parte da viaggi accumulati nel tempo, ma l’uscita del libro è di questo tempo qua (in Italia lo pubblica EDT), quello post pandemico, quello che ci ha costretti, per continuare il lavoro, la scuola, le relazioni sociali, all’assenza di orizzonte associata alla connessione costante. Ecco: l’acqua offre esattamente il contrario: orizzonti e disconnessioni.

È la stessa visione di Dante pellegrino che dal Paradiso si “affaccia” sul mondo e, come un astronauta, offre una veduta dall’alto del Mediterraneo. Lo evidenzia Roberta Morosini, studiosa del Trecento, che — in un libro strepitoso nell’anno delle celebrazioni dantesche: Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio (edito da Viella) — definisce la Divina Commedia un poema “acquoreo”.

L’acqua pervade tutto, è il luogo operoso dove si dispiega l’intelletto umano: la terra ne è solo un piccolo limite. La Commedia è acquorea e si apre con un naufragio “dal pelago alla riva” e finisce con un’immersione nel “gran mar dell’essere”: dice “non era uno spazio fantastico, popolato da mostri e sirene, ma uno spazio umano, che narra l’ingegno e l’industria dell’uomo che lavora, e la storia di uomini e donne che lo hanno attraversato”. Petrarca invece se lo rende proprio: lo trasforma da mare nostrum a mare meum, lo interiorizza e ne fa il simbolo del suo tormento spirituale — ed è l’unico dei tre a esserci stato davvero (in Francia, da piccolo, con suo padre), mentre Boccaccio vide quello di Napoli.

Il 22 giugno, a Taormina, si assegneranno i Nastri d’Argento: l’opera di Emma Dante, Le sorelle Macaluso, scritta a più mani con Elena Stancanelli e Giorgio Vasta, è candidata per sette categorie: montaggio, sonoro in presa diretta, miglior film, miglior regista, scenografia, sceneggiatura e fotografia. La protagonista forse non avrebbe potuto ritirare il premio perché è l’acqua. Non solo perché la vicenda è tutta siciliana, ma anche perché l’acqua è il posto dove si dispiega la libertà: è l’elemento in cui, nella poetica di Emma Dante, è possibile crescere ed emanciparsi, decidere del proprio destino o restarne per sempre vittime. Le scene spesso sono a pelo d’acqua, altre volte sono nell’acqua: le sorelle protagoniste sono sirene sfortunate (come ogni sirena), si trasformano, nascono e muoiono nei lavandini e nelle vasche da bagno, trasmutano. Ci ricordano che aderire completamente al mondo, vivere senza l’acqua, è impossibile.

Le immagini

La mostra Amazzonia di Sebastião Salgado, prodotta dal Maxxi in collaborazione con Contrasto e curata da Lélia Wanick-Salgado, sarà presentata al Maxxi di Roma dal primo ottobre 2021 al 13 febbraio 2022. Per sette anni Sebastião Salgado si è immerso negli angoli più remoti dell’Amazzonia brasiliana fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano. Con 200 fotografie accompagnate da una colonna sonora originale — un “mondo sinfonico” creato da Jean-Michel Jarre utilizzando suoni concreti della foresta — la mostra dà anche voce alle comunità indigene attraverso le loro testimonianze. L’esposizione è accompagnata dal libro pubblicato da Taschen ( 528 pagine, 100 euro)