È umana la memoria dell'aria
di Chiara Valerio , di Chiara ValerioChe la divisione della materia del mondo — acqua, aria, terra, fuoco — fatta da Empedocle nel V secolo a.C. lasciasse fuori qualcosa di importante, lo avevano inteso, già pochi decenni dopo sia Platone che Aristotele. Se infatti, l’acqua, la terra e il fuoco avevano un aspetto tangibile, qualitativo — c’erano insomma verbi d’azione utilizzabili a proposito — potevano essere, per esempio, spostati e deviati, appiccati, prosciugati e coltivati, l’aria destava sospetto. L’aria poteva solo mancare. Inoltre, era difficile da definire, vedere, contenere e spiegare. Era chiaro che nell’aria ci fosse altro.
È dunque nella classicità, nella filosofia naturale, che nasce l’idea, se non il sospetto, ripeto, di una quinta sostanza, eterna, incorruttibile, appartenente a mondi transitori, come il nostro, e a mondi eterni, che tutto permea e avvolge: l’etere. Questo etere, nonostante ne fosse ovunque speci…
Che la divisione della materia del mondo — acqua, aria, terra, fuoco — fatta da Empedocle nel V secolo a.C. lasciasse fuori qualcosa di importante, lo avevano inteso, già pochi decenni dopo sia Platone che Aristotele. Se infatti, l’acqua, la terra e il fuoco avevano un aspetto tangibile, qualitativo — c’erano insomma verbi d’azione utilizzabili a proposito — potevano essere, per esempio, spostati e deviati, appiccati, prosciugati e coltivati, l’aria destava sospetto. L’aria poteva solo mancare. Inoltre, era difficile da definire, vedere, contenere e spiegare. Era chiaro che nell’aria ci fosse altro.
È dunque nella classicità, nella filosofia naturale, che nasce l’idea, se non il sospetto, ripeto, di una quinta sostanza, eterna, incorruttibile, appartenente a mondi transitori, come il nostro, e a mondi eterni, che tutto permea e avvolge: l’etere. Questo etere, nonostante ne fosse ovunque specificata — nell’Epinomide fake-dialogo di Platone (dicono) e in Aristotele — la natura invisibile e intangibile, aveva dal punto di vista quantitativo, misurabile, il problema medesimo dell’aria. Non si vedeva e non si toccava. All’etere, come all’aria, bisognava credere.
Credere, nonostante il verbo nell’ultimo anno e mezzo di pandemia, sia stato riportato nell’ambito semantico del parlare di scienza — credi a Crisanti o a Galli? — è verbo lontano dalla scienza che è, per dirla grossolanamente, il processo e il linguaggio con cui capiamo il mondo e cerchiamo di descriverlo. Eppure, per la maggior parte della storia umana, gli scienziati hanno creduto all’etere, alle sue proprietà fisiche, alla sua necessità. L’etere era l’equivalente per le teorie scientifiche, dell’aria per i viventi. Fino ad Einstein, praticamente, senza etere non si poteva far vivere la fisica, esattamente come senza aria gli esseri umani non potevano e non possono vivere. Che l’aria fosse uno strano elemento, ben prima della fisica a scuola, me lo avevano insegnato le avventure di Paperino che, in uno dei suoi balordi progetti per far soldi, comincia a lavorare, o forse mette su, di sana pianta, una azienda in cui si vendono al dettaglio “acqua in scatola” e “aria in bottiglia”.
Quest’aria in bottiglia ha caratteristiche di salubrità che l’aria di Paperopoli non ha, è aria pura, buona, fresca. All’aria, e non solo Paperino, attribuisce qualità curative. La qualità dell’aria porta nei nostri polmoni altre caratteristiche dello spazio fisico, l’aria stantia può essere vettore di infezioni — come abbiamo saputo assai bene dagli studi su aerosol e droplets nell’ultimo anno e mezzo.
Lo stesso Einstein si rammarica (in Einstein e l’etere, di L. Kostro, Dedalo, 2001, trad. N. Russo) di aver sostenuto, nei suoi primi lavori, l’inesistenza dell’etere, quando avrebbe potuto scrivere una cosa quantitativa, sperimentale, che fosse cioè impossibile misurarne la velocità, e continua osservando quanto con la parola etere si intenda la necessità di rappresentare lo spazio come latore di proprietà fisiche. Ecco, l’aria che respiriamo andrebbe pensata così, non come elemento in sé, ma come latrice di proprietà fisiche, economiche e civili. L’aria dei paesi fuori protocollo di Kyoto riguardante le emissioni serra è diversa da quella che si respira sulla riva del mare dell’isola di Pasqua, o sulle cime nevose, o nei ghiacci eterni, l’aria dice di noi più dell’acqua, della terra e del fuoco, l’aria, invisibile e intangibile, necessaria è una forma di memoria, come sono i diritti in quei paesi e la sanità che si è rivelata così strategica?
L’aria ricorda comportamenti, errori, correzioni, lega i viventi, connette giorno per giorno animali e piante, tutto permea, dov’è c’è aria c’è vita. Uno dei problemi di Fermi — problemi di stima in cui il fisico italiano era bravissimo; il più noto è “Quanti sono gli accordatori di pianoforte nella città di New York?” — riguarda l’alta probabilità che ciascuno di noi respiri ancora l’aria che ha respirato Gesù il giorno della sua crocifissione. Uno dei racconti di fantascienza più famosi di Robert Sheckley, Fantasma V (in La settima vittima, nottetempo, 2012, trad. di D. Abeni e M. Egan) riguarda proprio l’aria.
L’aria, come nel problema di Fermi con Gesù protagonista, si porta dietro nel racconto di Sheckley, non solo la memoria delle cose tangibili, ma pure dei sogni (ammesso che i sogni non siano tangibili), e i due protagonisti del racconto, partiti per bonificare un nuovo pianeta ricco di acqua e piante e con un clima primaverile tutto l’anno, si troveranno a combattere con l’aria. Ecco, ciò detto, non vorrei mai che l’aria combattesse noi, visto che mi pare, prendendo spunto dall’etere, dal quinto elemento, che, nonostante tutto, ci sono cose che non sappiamo, o che, pur conoscendole, non abbiamo capito. Crediamo all’aria.
Le immagini
La mostra Amazzonia di Sebastião Salgado, prodotta dal Maxxi in collaborazione con Contrasto e curata da Lélia Wanick-Salgado, sarà presentata al Maxxi di Roma dal primo ottobre 2021 al 13 febbraio 2022. Per sette anni Sebastião Salgado si è immerso negli angoli più remoti dell’Amazzonia brasiliana fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano. Con 200 fotografie accompagnate da una colonna sonora originale — un “mondo sinfonico” creato da Jean-Michel Jarre utilizzando suoni concreti della foresta — la mostra dà anche voce alle comunità indigene attraverso le loro testimonianze. L’esposizione è accompagnata dal libro pubblicato da Taschen ( 528 pagine, 100 euro)