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Inseguendo il quinto elemento

È tempo di liberarci dello strano geocentrismo di cui l’ecologia è involontariamente intrisa: a forza di concentrarci sull’eccezionalità del nostro pianeta, sembriamo aver dimenticato che esso è fatto di cielo, come ciascuno dei suoi abitanti
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Assieme ai quattro elementi che compongono materialmente il pianeta e tutti i viventi che lo popolano, le cosmologie europee avevano spesso contemplato un quinto elemento: una materia sopraffine, luminosa, perennemente in movimento, che permea tutti i cieli. L’etere, questo era il nome solitamente assegnato a questo quinto elemento, era immaginato come la causa e sigillo di quell’eternità che è impossibile per qualsiasi creatura terrestre. Secondo alcuni tutti gli astri erano fatti di questa materia sottile, ed era questa stessa materia che conferiva loro la capacità di percepire, di sentire quanto li circondava: l’etere era insomma ciò che permetteva ai corpi di vivere come dei veri e propri soggetti. È per questa stessa ragione che la scienza moderna se ne è sbarazzata presto: da almeno quattro secoli la presenza di materia è il sintomo della possibilità di ridurre una parte del mondo a qualcosa di ordinato, c…

Assieme ai quattro elementi che compongono materialmente il pianeta e tutti i viventi che lo popolano, le cosmologie europee avevano spesso contemplato un quinto elemento: una materia sopraffine, luminosa, perennemente in movimento, che permea tutti i cieli. L’etere, questo era il nome solitamente assegnato a questo quinto elemento, era immaginato come la causa e sigillo di quell’eternità che è impossibile per qualsiasi creatura terrestre. Secondo alcuni tutti gli astri erano fatti di questa materia sottile, ed era questa stessa materia che conferiva loro la capacità di percepire, di sentire quanto li circondava: l’etere era insomma ciò che permetteva ai corpi di vivere come dei veri e propri soggetti. È per questa stessa ragione che la scienza moderna se ne è sbarazzata presto: da almeno quattro secoli la presenza di materia è il sintomo della possibilità di ridurre una parte del mondo a qualcosa di ordinato, conoscibile, dominabile.

Eppure, per riuscire a pensare diversamente la Terra e la sua fisiologia, dovremmo sforzarci di tornare a questa forma di materia bandita dalle scienze naturali. Non si tratta ovviamente di postulare l’esistenza reale di un ulteriore elemento da aggiungere alla tavola di Mendeleev: si tratta di restituire invece a tutti gli elementi di questa tavola le proprietà di cui l’etere era espressione e realtà. Rifondare l’ecologia a partire dal quinto elemento significherebbe allora compiere almeno due passi fondamentali.

Si tratterebbe, in primo luogo di restituire a tutta la materia, in tutte le sue forme, quella capacità di capire, sentire, immaginare e reagire arbitrariamente, che noi siamo soliti associare a solo alcuni dei suoi composti: quelli che hanno sviluppato le forme che noi chiamiamo cervello, sistema nervoso, neuroni. Il paradosso del nostro sguardo sulla natura è in effetti flagrante: siamo materialisti, non crediamo all’esistenza dell’anima, eppure crediamo alla capacità, da parte della materia, di produrre coscienza. Ma si tratta di una abilità rara e soprattutto misteriosa: la materia avrebbe prodotto infinite forme, avrebbe generato vita e poi, per puro caso, avrebbe generato una forma di vita capace di pensare, sentire, immaginare.

La Terra è come un enorme laboratorio in cui la materia si sforza disperatamente di arrivare alla coscienza e ci arriva solo quando assume forma umana o simile a quella umana. È difficile non riconoscere in questa prospettiva un resto abbastanza grossolano di vecchie dottrine teologiche. Ed è difficile spiegare che il pensiero si generi come per magia dalla stupidità, che la coscienza si generi dall’insensibilità: tra esseri umani non succede mai così, perché dovremmo presupporre che questo accada su scala planetaria?

Ripensare all’etere ci permetterebbe di ammettere che esistano “menti materiali”, che la materia pensi e che è solo per questo che riesce ad organizzarsi, produrre forme, immaginare mondi e viventi così complessi. In questo, ripristinare la lunga tradizione di pensiero che è stata etichettata come panteismo (e sulla quale Emanuele Dattilo ha recentemente scritto un’opera importantissima) potrebbe essere essenziale.

Si tratta di una prospettiva, del resto, che la scienza comincia ad accarezzare: a partire dalle ricerche degli anni novanta di Toshinori Takagi, l’idea di materiale intelligente comincia ad essere qualcosa di più che una semplice metafora. La necessità di pensare la materia come il luogo e la forma del pensiero dovrebbe essere uno dei punti all’ordine del giorno della nuova ecologia, almeno quanto lo sono gli sforzi di preservare la vita di specie in via di estinzione. Tutto pensa, tutto sente, tutto cospira: è solo per questo che questo pianeta va rispettato, ed è solo per questo che è diventato il luogo di un’esplosione di idee che non aspettano di arrivare alla parola per esistere

D’altra parte, tornare al quinto elemento, significa anche liberarci dello strano geocentrismo di cui l’ecologia è involontariamente intrisa: a forza di concentrarci sull’eccezionalità del nostro pianeta, sembriamo aver dimenticato che esso è fatto di cielo, come ciascuno dei suoi abitanti. La vita sulla Terra è possibile solo grazie al sole e all’energia che ogni giorno arriva da fuori. È questa luce extraterrestre che ogni animale cerca quando desidera mangiare. È questa luce extraterrestre che rende possibile ogni nostro movimento e ogni nostro pensiero. Sembra strano, eppure grazie a questa luce, siamo tutte e tutti degli alieni. Qui su Terra.

Le immagini

La mostra Amazzonia di Sebastião Salgado, prodotta dal Maxxi in collaborazione con Contrasto e curata da Lélia Wanick-Salgado, sarà presentata al Maxxi di Roma dal primo ottobre 2021 al 13 febbraio 2022. Per sette anni Sebastião Salgado si è immerso negli angoli più remoti dell’Amazzonia brasiliana fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano. Con 200 fotografie accompagnate da una colonna sonora originale — un “mondo sinfonico” creato da Jean-Michel Jarre utilizzando suoni concreti della foresta — la mostra dà anche voce alle comunità indigene attraverso le loro testimonianze. L’esposizione è accompagnata dal libro pubblicato da Taschen ( 528 pagine, 100 euro)