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La forza della natura

Foto di Sebastião Salgado/Progetto Amazzonia
  
Anche l’uomo come le altre creature è parte dell’ambiente. Ma da tempo ha scelto solo di sfruttarlo. È arrivato il momento di cambiare
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L'ambiente sta intorno a noi o è dentro di noi? È la grande domanda che inaugura il pensiero occidentale. I filosofi presocratici, ben sette secoli prima di Cristo, cominciano a interrogarsi sulla realtà della natura e sulla natura della realtà. Le loro opere, da Talete a Parmenide, si intitolano tutte Peri physeos, cioè Della natura. Per loro l’uomo non è un semplice ospite della terra, ma è fatto della stessa materia. Perché i quattro elementi primordiali — aria, acqua, fuoco, terra — non sono mere sostanze, ma i quattro lati del mondo. I quattro principi generatori della vita.

Le quattro porte dell’essere, che non fa distinzione tra le creature. E tiene uniti enti e viventi in una “bella d’erbe famiglia e d’animali”, per dirla con Ugo Foscolo. In realtà la filosofia e la religione degli antichi considerano il bipede parlante parte della natura e non il suo padrone. Po…

L'ambiente sta intorno a noi o è dentro di noi? È la grande domanda che inaugura il pensiero occidentale. I filosofi presocratici, ben sette secoli prima di Cristo, cominciano a interrogarsi sulla realtà della natura e sulla natura della realtà. Le loro opere, da Talete a Parmenide, si intitolano tutte Peri physeos, cioè Della natura. Per loro l’uomo non è un semplice ospite della terra, ma è fatto della stessa materia. Perché i quattro elementi primordiali — aria, acqua, fuoco, terra — non sono mere sostanze, ma i quattro lati del mondo. I quattro principi generatori della vita.

Le quattro porte dell’essere, che non fa distinzione tra le creature. E tiene uniti enti e viventi in una “bella d’erbe famiglia e d’animali”, per dirla con Ugo Foscolo. In realtà la filosofia e la religione degli antichi considerano il bipede parlante parte della natura e non il suo padrone. Poi però la nostra civiltà ha scelto un’altra strada, che per molti secoli l’ha portata lontano dalle sue origini. Da questa scelta deriva l’antropocentrismo dell’Occidente che considera le altre specie, animate e inanimate, come una risorsa a sua totale disposizione.

Col risultato di separare Sapiens non solo dagli altri animali, ma anche dalla parte animale di sé, facendone un re estraneo al suo regno. L’opposto di quelle società dell’America Latina o dell’Oceania o dell’Africa, fondate sull’equilibrio fra gli elementi considerati come altrettanti beni comuni da tutelare. Dove l’uomo non è altro rispetto all’ambiente, ma è un “nato dalla terra”, una creatura della selva, un cucciolo di madre natura, una gazzella a due zampe, un giaguaro in posizione eretta, una scimmia nuda. Noi, figli dell’antropocene, abbiamo smesso da tempo di sentirci parti di un tutto.

In compenso abbiamo diviso il tutto in parti che non comunicano tra loro. Abbiamo saccheggiato quell’ecosistema cui noi stessi apparteniamo. E contemporaneamente celebriamo riti espiatori come la Giornata Mondiale dell’Ambiente. Che sono comunque il segno positivo che il nostro pensiero sta tornando sui suoi passi. Grazie anche alle nuove sensibilità, soprattutto dei millennials, che hanno avviato un necessario ripensamento dei bisogni e dei desideri, dei mezzi e dei fini, una salutare interrogazione sui limiti della crescita e sul senso del progresso.

Ma soprattutto, questo misto di consapevolezza e senso di colpa origina quella chiamata di correo che inchioda ciascuno di noi alle proprie responsabilità. Come dire che per salvare il mondo non basta spegnere la luce, comprare l’auto ibrida, mangiare bio. Per poi lavarsene le mani. Ormai è tempo di capire che “only one earth”, come recita lo slogan della giornata che celebriamo oggi, cioè la terra è una sola. E non è tutta nostra. Perché, per dirla con gli Indiani d’America, non l’abbiamo avuta in eredità dai nostri padri. Ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli.

Le immagini

La mostra Amazzonia di Sebastião Salgado, prodotta dal Maxxi in collaborazione con Contrasto e curata da Lélia Wanick-Salgado, sarà presentata al Maxxi di Roma dal primo ottobre 2021 al 13 febbraio 2022. Per sette anni Sebastião Salgado si è immerso negli angoli più remoti dell’Amazzonia brasiliana fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano. Con 200 fotografie accompagnate da una colonna sonora originale — un “mondo sinfonico” creato da Jean-Michel Jarre utilizzando suoni concreti della foresta — la mostra dà anche voce alle comunità indigene attraverso le loro testimonianze. L’esposizione è accompagnata dal libro pubblicato da Taschen ( 528 pagine, 100 euro)