Peppe, l'italiano astro nascente dei manga
di Maurizio Di Fazio , di Maurizio Di FazioQuesta è la storia di un ragazzo italiano divenuto una star del manga nella patria invincibile e universale del genere, il Giappone. Un caso rarissimo, un'impresa cavalleresca per un europeo. Lui si chiama Giuseppe Durato, ma in arte è Peppe, dotato di profili social affollatissimi e pagina Wikipedia in inglese. Vive nel paese del Sol Levante da sei anni, oggi ne ha 29. Il suo primo manga si intitola Mingo (sottotitolo, "Non pensare che tutti gli italiani siano popolari con le ragazze"): è uscito a puntate settimanali, per un anno, sulla storica e gloriosa rivista nipponica Big Comic Spirits di Shogakukan, la stessa su cui sono state serializzate le pagine di tanti maestri con gli occhi a mandorla. Per essere poi raccolto in un'edizione monografica. L'opera è adesso reperibile anche nella nostra penisola, in vendita sulle piattaforme generaliste e sui siti Internet dedicati. Prima di questo formidabile esordio,…
Questa è la storia di un ragazzo italiano divenuto una star del manga nella patria invincibile e universale del genere, il Giappone. Un caso rarissimo, un'impresa cavalleresca per un europeo. Lui si chiama Giuseppe Durato, ma in arte è Peppe, dotato di profili social affollatissimi e pagina Wikipedia in inglese. Vive nel paese del Sol Levante da sei anni, oggi ne ha 29. Il suo primo manga si intitola Mingo (sottotitolo, "Non pensare che tutti gli italiani siano popolari con le ragazze"): è uscito a puntate settimanali, per un anno, sulla storica e gloriosa rivista nipponica Big Comic Spirits di Shogakukan, la stessa su cui sono state serializzate le pagine di tanti maestri con gli occhi a mandorla. Per essere poi raccolto in un'edizione monografica. L'opera è adesso reperibile anche nella nostra penisola, in vendita sulle piattaforme generaliste e sui siti Internet dedicati. Prima di questo formidabile esordio, per trapiantarsi nell'eldorado dei suoi desideri Peppe aveva fatto, tra le altre cose, il modello part-time e il concorrente di un reality show parecchio amato dalle giovanissime orientali, Terrace House, da noi su Netflix.
Caro Giuseppe, se lo sarebbe mai aspettato di diventare un mankaga di successo a casa loro, in Giappone?
"Era un sogno veramente enorme, nessun occidentale aveva mai fatto il suo debutto su una rivista del calibro di Big Comic Spirits. Da un lato stento ancora a crederci, dall'altro sono sempre stato convinto, dentro di me, delle mie capacità e del fatto che se non avessi mai mollato l'obiettivo sarebbe stato raggiunto".
Quando e come è nata questa sua passione?
"Guardando i cartoni animati da bambino in tv, come Dragon Ball, mentre l'incontro con i manga è sopraggiunto in ritardo: avevo già sedici anni la prima volta che ne ho tenuto uno in mano".
Il suo primo manga si intitola Mingo. In che modo è autobiografico?
"Il titolo deriva dal soprannome con cui mi chiamano i miei amici più stretti dai tempi del liceo: volevo diventare mangaka, e così per un gioco di parole si è passati a Manga e poi a Mingo. Per alcuni versi, sì, il lavoro è basato sulle mie esperienze iniziali in Giappone, quantomeno dal punto di vista emotivo; ma tutte le avventure di Mingo sono, di fatto, fiction".
Assomiglia ai classici manga o ha scelto una sua via personale, magari occidentalizzata?
"La composizione dei capitoli segue le loro regole ortodosse di scrittura, mentre i disegni sono (volutamente) non eccessivamente curati, 'sporchi', per un mio gusto particolare. Mingo è incentrato sul contrasto culturale tra l'Italia e il Giappone".
Il manga spiegato ai profani: qual è il suo specifico tecnico-espressivo, rispetto a un fumetto americano o del Vecchio continente?
"Nella stragrande maggioranza dei casi, sono un prodotto di intrattenimento commerciale: da questo dipendono le cadenze settimanali dei capitoli e i ritmi di lavoro durissimi. In Giappone li leggono tutti, e a tutte le età, dai bambini agli anziani, con considerevoli ricadute e influenze sulla cultura popolare. In occidente il fumetto tende a essere, invece, un prodotto più artistico, perché i suoi lettori occupano una nicchia della popolazione generale: pure in Italia sono ben pochi".
Facciamo un passo indietro: quando e perché è andato a vivere in Giappone, e non altrove?
"Il fumetto è la forma d'arte più accessibile e intima che ho trovato per esprimere me stesso ai tempi delle superiori. Dopo la Maturità dovevo decidere, come tutti, che strada prendere: si vive una volta sola, mi sono detto, e se volevo diventare un fumettista, tanto valeva provare a farlo nel posto al mondo con il maggior numero di fervidi sostenitori. Così ho studiato la lingua e la cultura giapponese all'università Ca' Foscari di Venezia, e conseguita la laurea sono partito, con un biglietto di sola andata".
E come è stato accolto?
"Lì gli italiani sono molto apprezzati per la loro storia, cultura, arte, moda... e, purtroppo, anche per la nostra reputazione di latin lover. Ecco, quest'ultima associazione mentale non mi è mai piaciuta, e con Mingo ho provato a ribaltare certi stereotipi duri a morire".
Che peso riveste, da quelle parti, la meritocrazia?
"Credo che la mia vicenda sia emblematica: un ragazzino migrato da uno sconosciuto paesino abruzzese, Fossacesia, che con una semplice telefonata a una delle più grandi case editrici giapponesi è stato accolto, professionalmente, con tutti gli onori. In Italia forse quella telefonata sarebbe andata a finire diversamente".
Che immagine hanno i giapponesi, oggi, di lei?
"Quella di un ragazzo semplice e onesto che ha lavorato faticosamente per coronare l'anelito che coltivava da quand'era piccolo".
Quali sono i suoi autori preferiti?
"Tra i giapponesi Matsumoto Taiyo, tra gli italiani Gipi".
I ragazzi italiani amano i manga?
"Moltissimo! Basti pensare alla popolarità di manifestazioni come il Lucca Comics&Games".
Sta lavorando a nuovi progetti?
"Sono in una fase di documentazione. Il mio prossimo manga verterà sempre sul cortocircuito tra la cultura italiana e giapponese, ma stavolta su temi storici, e con toni più drammatici".
Come si immagina tra dieci anni?
"Vorrei scrivere e dirigere un lungometraggio: mi auguro che allora ci sarò riuscito".