Il tramonto dell’Occidente è rimandato
di Alessandro De Nicola , di Alessandro De NicolaA quasi un secolo di distanza dalla pubblicazione della versione definitiva del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, scopriremo che il filosofo tedesco si sbagliò sui tempi ma non sull’esito finale? Nel 1923, appena finita la Grande Guerra (il primo volume apparve nel 1918), era naturale per molti vedere l’avvio di un crollo della civiltà occidentale così come era fino allora fiorita, ma ora mutilata e imbarbarita dai morti di Verdun e dal terrore bolscevico. Per Spengler tutte le civiltà avevano un loro ciclo vitale e quando in Occidente dalla fase della Kultur “faustiana”, che modifica il mondo, si passa a quella della Zivilisation, spenta e di gestione dell’esistente, dominata dalla stampa e dal denaro, ecco arrivare l’inevitabile decadenza.
È un secolo che catastrofisti di ogni sorta preconizzano il collasso di quelle che Roberto Menotti nel suo libro Decidere. Come le società liberali affr…
A quasi un secolo di distanza dalla pubblicazione della versione definitiva del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, scopriremo che il filosofo tedesco si sbagliò sui tempi ma non sull’esito finale? Nel 1923, appena finita la Grande Guerra (il primo volume apparve nel 1918), era naturale per molti vedere l’avvio di un crollo della civiltà occidentale così come era fino allora fiorita, ma ora mutilata e imbarbarita dai morti di Verdun e dal terrore bolscevico. Per Spengler tutte le civiltà avevano un loro ciclo vitale e quando in Occidente dalla fase della Kultur “faustiana”, che modifica il mondo, si passa a quella della Zivilisation, spenta e di gestione dell’esistente, dominata dalla stampa e dal denaro, ecco arrivare l’inevitabile decadenza.
È un secolo che catastrofisti di ogni sorta preconizzano il collasso di quelle che Roberto Menotti nel suo libro Decidere. Come le società liberali affrontano le complessità (Rubbettino) chiama le democrazie liberali di mercato. Anzi, una diversa fine, provocata dai monopoli e dalla rivolta del proletariato, Marx l’aveva vaticinata più di 170 anni fa, anche se a crollare sono stati i sistemi che a lui dicevano di ispirarsi.
Eppure, come si dice a ogni crisi finanziaria, this time is different, perché raramente abbiamo assistito a una globalizzazione e allo stesso tempo a una atomizzazione del mondo quale quelle cui assistiamo nel tempo presente. Da qui la sensazione diffusa che il sistema delle democrazie liberali oggi viva una crisi molto seria che si accompagna a cambiamenti radicali, sia del modo di vivere sia dell’influenza delle tecnologie, che interessano l’intera umanità.
Il volume di Menotti è ambizioso e affronta la complessità attuale sotto diversi punti di vista, economico, sociale, politico e finanche antropologico, ponendosi domande fondamentali per il nostro futuro.
Una questione rilevantissima riguarda la tecnologia che non è stata mai così pervasiva, veloce nel cambiamento e minacciosa: l’umanità deve porsi seriamente il problema che un domani l’Intelligenza Artificiale sviluppi pensieri e comportamenti autonomi dall’uomo e, come il sistema SkyNet di Terminator, possa dominarlo (o distruggerlo). Le democrazie liberali dovranno mettere a punto criteri per guidare i nuovi cervelli che stiamo creando e prendere spunto da come nel passato siamo riusciti a evitare il peggio delle nuove invenzioni (si pensi alla bomba atomica che finora l’uomo è riuscito a non impiegare per autodistruggersi). Questo è l’unico tema dove la visione del futuro dell’autore è colorita di incertezza mentre per le altre sfide prevale una visione ottimistica.
Prendiamo i Big Data e il potere dei moloch che li gestiscono, Facebook, Amazon, Google, Microsoft e gli altri fratelli. Menotti riconduce il pericolo del dominio da parte di questo oligopolio dei dati e della privacy dei cittadini, nonché la loro capacità di influenzarne i comportamenti, a un problema di concorrenza e regole. E fortunatamente, dai tempi dei padroni delle ferriere e dei petrolieri, le democrazie liberali sono abituate a periodiche battaglie per prevenire l’emergere di monopoli egemonici che, infatti, nonostante le profezie di Marx, non sono mai durati a lungo.
E allora le istituzioni rappresentative delle democrazie, sotto attacco da una combinazione di apatia, sfiducia, aneliti di democrazia del web, aspettative irrealistiche, il tutto alimentato da un populismo che segue il sondaggio dell’ultimo giorno? Pure in questo caso la risposta di Menotti ha uno sguardo lungo. Un certo mix di democrazia diretta (i referendum, ad esempio) e rappresentativa è connaturata agli Stati moderni liberali (d’altronde, la Svizzera – dove si vota anche sulle rotonde stradali – non sembra un inferno di instabilità) e il conflitto è intrinseco a questo tipo di società che «deve accettare un certo tasso di instabilità cronica, assorbire il dissenso (...) e convivere con i meccanismi decisionali molto imperfetti che caratterizzano tutti gli esseri umani». L’importante, richiamandosi a Karl Popper, è che si sia d’accordo sul metodo di risoluzione delle controversie e «sugli argini che limitano lo scontro politico». Le istituzioni liberali servono esattamente a questo e perciò, oltre a non aspettarsi che lo Stato fornisca più risposte di quelle che è in grado di dare in modo efficiente, preservarle e rinnovarle è tutto sommato quanto di meglio si possa fare per rimandare il tramonto dell’Occidente a data da destinarsi.