Cara professoressa, "cara signora", se una lettera comincia così - e se chi la riceve ha un piede nel Millenovecento - non può non ricordare. Quella lettera. Una sorta di feticcio: evocata anche e soprattutto a sproposito; nei fatti, poco conosciuta. Scambiata per un libretto rosso alternativo, presa per un atto d'accusa verso la scuola pubblica, è in realtà un "canto di fede", di fiducia: "nella possibilità, nella capacità degli insegnanti di andare oltre l'esperienza delle cose viste nelle strade, nelle case, nei boschi, trasformandola in conoscenza". Così scrive la storica Vanessa Roghi nel saggio, illuminante, che ha dedicato al testo di don Milani e dei ragazzi di Barbiana, La lettera sovversiva (Laterza) - e se quella fiducia latita? Nella società civile, e spesso anche nel cuore degli stessi insegnanti. Perciò, cara professoressa, caro professore, bisognerebbe trovare le parole …
Cara professoressa, "cara signora", se una lettera comincia così - e se chi la riceve ha un piede nel Millenovecento - non può non ricordare. Quella lettera. Una sorta di feticcio: evocata anche e soprattutto a sproposito; nei fatti, poco conosciuta. Scambiata per un libretto rosso alternativo, presa per un atto d'accusa verso la scuola pubblica, è in realtà un "canto di fede", di fiducia: "nella possibilità, nella capacità degli insegnanti di andare oltre l'esperienza delle cose viste nelle strade, nelle case, nei boschi, trasformandola in conoscenza". Così scrive la storica Vanessa Roghi nel saggio, illuminante, che ha dedicato al testo di don Milani e dei ragazzi di Barbiana, La lettera sovversiva (Laterza) - e se quella fiducia latita? Nella società civile, e spesso anche nel cuore degli stessi insegnanti. Perciò, cara professoressa, caro professore, bisognerebbe trovare le parole per dire intanto lo stato d'animo di chi, in questo ultimo anno e mezzo, è stato dietro una cattedra friabile. Voi.
Ci siamo interrogati, ci interroghiamo sulle emozioni degli studenti e delle studentesse; e le vostre? Nella metamorfosi coatta, accelerata, da docenti a "docenti digitali", diverse certezze sono andate in frantumi. Se è vero che uno studente italiano su cinque non è in grado di eseguire operazioni utilizzando gli strumenti informatici, è più che una sensazione. E affacciarsi, attraverso lo schermo del computer, nelle camere, nelle case dei ragazzi e delle ragazze - anche quella è stata una vertigine. Webcam in diretta, qualche volta imbarazzante, con l'intimità: "Uno era sotto le coperte, una in cucina con lo sfaccendare astioso della madre... Dietro a una è passato il padre in canottiera. Un altro camminava per tutta la casa, forse in cerca di rete, forse in preda a un raptus di iperattività".
È la descrizione che un'insegnante e scrittrice, Vanessa Ambrosecchio, fa dell'inusitata confidenza con l'universo domestico degli adolescenti, nelle pagine di Tutto un rimbalzare di neuroni (Einaudi). Aggiunge un tassello al puzzle del racconto di questa "strana e incontenibile stagione": è stata strana per loro, è stata strana per voi. Che si riponesse più o meno fiducia nella Dad, l'effetto ultimo, trasversale, è stato comunque quello di non sapere più come misurare i risultati. Sono giorni di scrutini, incerti più del consueto: e l'antica, feroce domanda della lettera di don Milani - se abbia senso bocciare, e bocciare in un anno così - rientra pesantemente in campo. La risposta non era e non è facile. Non lo è mai stata. Né la ridefinizione costante dei parametri di una scuola effettivamente inclusiva: una scuola impegnata - come voleva Milani, seguendo alla lettera la Costituzione - nella rimozione degli ostacoli all'uguaglianza, alla libertà, al pieno sviluppo della persona; nel bilanciamento del disagio materiale o culturale della famiglia di origine.
E quel problema che Milani considerava il solo davvero decisivo della scuola - "i ragazzi che perde" - sembra, in diverse aree del Paese, accentuato dalla crisi sanitaria, come hanno raccontato nel mese scorso su Repubblica Ilaria Venturi e Corrado Zunino.
Dispersione, incostanza, apatia, rabbia, disturbi psicologici: i segni lasciati dalla Grande Interruzione sono tanto più preoccupanti perché non sempre immediatamente visibili e riconoscibili. Da dove si ricomincia a settembre? Dall'ascolto, intanto, e dal racconto. O magari da una lettera, come quella che un insegnante supplente ha inviato qualche giorno fa ai suoi alunni prima di salutarli: "Non siate mai ostili al sapere".
Dalla lettera che ogni insegnante potrebbe scrivere - lettera da una professoressa, lettera da un professore. Rivolta anche a quei genitori che all'epoca di don Milani restavano a guardare e che oggi, al contrario, si sentono in dovere di dire la loro, non sempre con educazione e rispetto. Non ho mai dimenticato le parole di un padre che qualche anno fa istituì compiaciuto una contrapposizione tra voi, gli insegnanti, che "avete nove mesi per insegnare ai nostri figli le nozioni", e lui, genitore, che ha "tre mesi per insegnargli a vivere". Tutto ciò per contestare l'eccesso di compiti assegnati per le vacanze. Che tristezza! Quel padre è rimasto con l'idea che a scuola si va per le nozioni. È un peccato anche per lui, che non ha avuto la fortuna di capire che andare a scuola è andare a vivere, e che bisognerebbe per questo andarci tutta la vita. Ma un discorso pubblico incupito e cinico ha deprezzato e disprezzato la classe insegnante, lasciandola sola a difendere un ruolo e a difendersi nel mare della vita scolastica.
Come scriveva giusto vent'anni fa su queste pagine Marco Lodoli, non devono scoraggiarsi, perché le loro parole, se pronunciate con convinzione, sono semi che segretamente attecchiscono. "Ho visto studenti ridere in faccia agli insegnanti, ma li ho visti anche piangere come vitelli ai funerali di un vecchio professore che fino alla fine andava a scuola in autobus".