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Un partito internazionale chiamato “Pci”

Enrico Berlinguer in comizio a Torino, settembre 1971 
Il saggio di Silvio Pons indaga le relazioni globali dei comunisti italiani
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A cent’anni dalla nascita del Partito comunista d’Italia, esce un corposo saggio einaudiano che per la prima volta analizza in profondità i legami internazionali dei suoi dirigenti, finora non adeguatamente indagati dalle innumerevoli storie incentrate sulle vicende nazionali. Grazie a una inedita ricerca archivistica, I comunisti italiani e gli altri di Silvio Pons — già autore di studi sul comunismo internazionale e curatore della Cambridge History of Communism (Cambridge University Press) — riempie il vuoto lasciato dalla storiografia italiana. E ricollocando “visioni” e “protagonisti” del Pci in un’ottica globale ottiene il risultato di rimarcarne la specificità sia come «coscienza critica della comunità immaginata su scala mondiale» sia in termini di vocazione intellettuale dei suoi gruppi dirigenti, una qualità mantenuta dalla generazione di Gramsci a quelle successive e riconosc…

A cent’anni dalla nascita del Partito comunista d’Italia, esce un corposo saggio einaudiano che per la prima volta analizza in profondità i legami internazionali dei suoi dirigenti, finora non adeguatamente indagati dalle innumerevoli storie incentrate sulle vicende nazionali. Grazie a una inedita ricerca archivistica, I comunisti italiani e gli altri di Silvio Pons — già autore di studi sul comunismo internazionale e curatore della Cambridge History of Communism (Cambridge University Press) — riempie il vuoto lasciato dalla storiografia italiana. E ricollocando “visioni” e “protagonisti” del Pci in un’ottica globale ottiene il risultato di rimarcarne la specificità sia come «coscienza critica della comunità immaginata su scala mondiale» sia in termini di vocazione intellettuale dei suoi gruppi dirigenti, una qualità mantenuta dalla generazione di Gramsci a quelle successive e riconosciuta dai leader mondiali di svariate epoche e latitudini, da Lenin a Gorbaciov e da Willy Brandt a Deng Xiao Ping.

Erede di una tradizione cosmopolita, la cultura politica comunista fu la più internazionale tra quelle che diedero avvio alla ricostruzione democratica in Italia. E, secondo il giudizio partecipe di Eric J. Hobsbawm, furono i suoi militanti a esprimere la reazione più vigorosa alla marginalità culturale e politica a cui il nostro Paese era stato condannato dalla dittatura fascista. Controversi furono gli esiti di questo internazionalismo, annota Pons, perché il legame di ferro del Pci con l’Urss «spinse gli avversari a dotarsi di relazioni internazionali competitive». E questa internazionalizzazione del Paese finì per cristallizzare fratture durature, nel mondo bipolare diviso in due blocchi. Ma il Pci fu capace di cogliere la portata mondiale della decolonizzazione, con l’emergere di nuovi soggetti che rompevano lo schema binario della guerra fredda.

Al ruolo dirompente esercitato dal Pci nell’ambito della guerra fredda — tema rimbalzato recentemente nel dibattito pubblico a proposito delle compromissioni internazionali del terrorismo italiano — è dedicato il capitolo sugli anni Settanta e sull’eurocomunismo. Se ufficialmente il legame privilegiato restava quello con l’Unione Sovietica, nel backstage della storia si svolgevano gli incontri segreti della diplomazia del Pci con i principali leader della socialdemocrazia europea. E mentre tra Berlinguer e Breznev si inaspriva il conflitto sui diritti civili e sulla difesa del dissidente Sacharov — un conflitto sempre tenuto nel perimetro di colloqui riservati — cresceva l’attivismo diplomatico in Gran Bretagna e nella Germania federale tedesca, in Svezia e Norvegia, in Danimarca e Olanda, in Belgio e Lussemburgo, affidato a Giorgio Napolitano, Aldo Tortorella, Alfredo Reichlin e Sergio Segre.

Il limite di questi dialoghi, annota Pons, era «l’assenza politica e simbolica di incontri al vertice, evitati da entrambi le parti per motivi di consenso interno e opportunità internazionali». Ma il Pci fu capace di ridefinire radicalmente la missione internazionalista originaria, fedele a quella capacità di cambiamento che rappresentò la sua peculiarità dentro il mondo comunista. La diplomazia clandestina non sortì gli effetti sperati, perché se è vero che il riformismo del Pci era molto simile alle politiche nazionali dei diversi partiti socialdemocratici, il comunismo italiano veniva visto come un soggetto politico diverso e distante, con il quale non era opportuno rompere le regole non scritte del bipolarismo. E anche le speranze riposte in una maggiore apertura da parte della nuova amministrazione americana di Carter — tramontata l’era di Kissinger — si sarebbero rivelate presto illusorie.

Nonostante le numerose crepe dentro lo schieramento eurocomunista, quel progetto politico fu avvertito come una minaccia sia dall’establishment occidentale sia dai dirigenti sovietici. Pons riferisce di operazioni coperte del Kgb volte a screditare Berlinguer e seminare discordia tra comunisti occidentali. Il gelo tra il Pci e l’Urss scese definitivamente nell’ottobre del 1977 a Mosca con le celebri parole del segretario italiano sul «valore storicamente universale della democrazia». A sessant’anni dalla rivoluzione russa, la divaricazione tra il Pci e la sua matrice originaria era già segnata.

Ma i rapporti con i partiti socialdemocratici non riuscirono a decollare, favorendo il compito dell’ambasciatore americano Gardner determinato nella sua ostilità all’ingresso del Pci nel governo italiano. Con l’assassinio di Moro, nel maggio del 1978, sarebbe tramontato il progetto della solidarietà nazionale. Berlinguer continuò a incontrare i leader socialisti europei, ma con un atteggiamento più disincantato. E di lì a poco avrebbe esaltato la peculiarità del comunismo italiano perché «le socialdemocrazie sono una cosa, noi un’altra, e così dobbiamo restare».

 

Il libro
I comunisti italiani e gli altri di Silvio Pons (Einaudi, pagg. 358, euro 32)