Piero Gobetti. Un intellettuale di penna e spada
di Bruno Quaranta , di Bruno QuarantaDove avrebbe duellato Piero Gobetti? Forse sul ponte torinese fra piazza Vittorio Veneto e la Gran Madre, epigono della passerella migliore, secondo l’Encyclopédie, per i vis-à-vis all’arma bianca. Perché il protoavversario di Mussolini e del mussolinismo, il demiurgo della Rivoluzione Liberale che titolò “Illuminismo” il manifesto della sua terza rivista, Il Baretti, non mancò di gettare il guanto ai suoi avversari, di sfidarli, non solo sulla pagina.
È il 1924 l’anno in cui Gobetti fu vicino a premere il grilletto o ad agitare la lama. Con disappunto di Umberto Morra di Lavriano, collaboratore di La Rivoluzione liberale e di Il Baretti, che attenderà alla biografia dell’amico, non ultimandola. Da Cortona, l’aristocratico di fede repubblicana, l’8 settembre 1924, scrive a Piero: «Sono molto dolente di non poter accedere all’invito che mi fai d’essere tuo padrino in una …
Dove avrebbe duellato Piero Gobetti? Forse sul ponte torinese fra piazza Vittorio Veneto e la Gran Madre, epigono della passerella migliore, secondo l’Encyclopédie, per i vis-à-vis all’arma bianca. Perché il protoavversario di Mussolini e del mussolinismo, il demiurgo della Rivoluzione Liberale che titolò “Illuminismo” il manifesto della sua terza rivista, Il Baretti, non mancò di gettare il guanto ai suoi avversari, di sfidarli, non solo sulla pagina.
È il 1924 l’anno in cui Gobetti fu vicino a premere il grilletto o ad agitare la lama. Con disappunto di Umberto Morra di Lavriano, collaboratore di La Rivoluzione liberale e di Il Baretti, che attenderà alla biografia dell’amico, non ultimandola. Da Cortona, l’aristocratico di fede repubblicana, l’8 settembre 1924, scrive a Piero: «Sono molto dolente di non poter accedere all’invito che mi fai d’essere tuo padrino in una vertenza cavalleresca. Il rispetto in cui tengo i precetti della Chiesa, e anche una mia intima esigenza morale con cui considero il costume del duello una superstizione poco seria e poco degna del nostro tempo, che noi auspichiamo civile, come m’impedirebbe di ricorrere alle armi a tutela del mio onore, così mi vieta di rappresentarti nella vertenza cui tu accenni».
La lettera, finora inedita, sarà compresa nel terzo volume dell’epistolario per Einaudi relativo al 1924. Annunciato per l’anno venturo, lo cura come i precedenti (1918-1922 e 1923), Ersilia Alessandrone Perona, studiosa di speciale acribia, a cui si deve fra l’altro il carteggio fra Piero e la moglie Ada, sempre per i tipi einaudiani, Nella tua breve esistenza. Che cosa indusse Piero Gobetti a interpretare il copione del cherubino, come lo salutò Giuseppe Prezzolini («I cherubini sono gli angeli che hanno una spada in mano») o, come lo ritrasse Felice Casorati, «un angelo con la spada di fuoco, non per distruggere ma per segnare le cose»? Il 10 giugno 1924 a Roma era stato assassinato Giacomo Matteotti. Il 2 settembre, su La Rivoluzione Liberale, Gobetti non mancò di fustigare le pallide reazioni al delitto, nel mirino i “vari Delcroix e simili aborti morali”, illusi “di liquidare il fascismo con i giochetti parlamentari”.
Gli squadristi non esitarono a ulteriormente ottemperare l’ordine via telegramma di Mussolini al prefetto di Torino («Rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo») aggredendo Gobetti sotto casa («Ignaro delle regole del corpo a corpo io mi difendevo alla meglio»). Gobetti, che sul caso Delcroix ebbe la solidarietà di Benedetto Croce, chiese ragione «ai suoi offensori», responsabili di aver scatenato l’agguato del 5 settembre: il vicedirettore della Gazzetta del Popolo Raffaello Nardini-Saladini e il professor Vittorio Cian, mentre il segretario generale della Associazione mutilati Giovanni Baccarini gli telegrafò da Firenze «invitandomi a ritenermi schiaffeggiato».
Le prime due querelle furono risolte con un giurì d’onore, la terza non andò a termine per l’irreperibilità dello sfidato. Piero Gobetti, il “Resistente n. 1”, come lo innalzerà Guglielmo Alberti, avrebbe continuato la lotta politica con gli impavidi inchiostri. Sul finire del ’24 varò la rivista che gli sopravviverà, Il Baretti. Il 23 dicembre il numero d’esordio.
Il 24 novembre, lo scarruffato giovane si rivolgeva a Santino Caramella (fra le lettere inedite dell’epistolario in formazione) sollecitandolo a interpellare due “energie nove” genovesi: «Carissimo, su chi possiamo contare a Genova per Il Baretti? Dovresti conoscere e far lavorare Montale. Tu che cosa mi dai? Baretti sarà in formato R. L., quindicinale. Ansaldo collaborerà?». Due gobettiani anomali. Giovanni Ansaldo, il direttore del Lavoro che, da «antifascista riluttante», diverrà «il giornalista di Ciano». Ed Eugenio Montale, che nel ’25 pubblicherà a Torino, con Piero, Ossi di seppia, non esitando a confessare la distanza morale dall’intellettuale esemplare: «Io, più strame che guerrillero».