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Grossman: "Per convivere bisogna conoscere il nemico"

David Grossman e Maurizio Molinari 

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Lo scrittore israeliano dialoga a Taormina con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari. "All'inizio ho sperato che la pandemia fosse una possibilità per rinnovare la nostra vita, in realtà questo è avvenuto di rado"
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TAORMINA -  "E' importante raccontare la storia al nemico perché lui sa di noi più di quanto sappiamo noi stessi". E poi: "Includere il nemico nella nostra storia aumenta il nostro contatto con la realtà". E ancora più chiaramente: "Se il nemico non conosce la nostra paura non riuscirà mai ad accettarci, non ci sarà mai convivenza pacifica". Alle spalle la finestra eterna del Teatro greco di Taormina che guarda l'Etna e di fronte un pubblico in carne e ossa che ascolta in religioso silenzio. David Grossman, nel dialogo con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari, organizzato da Taobuk, non si risparmia. Lo scrittore israeliano racconta delle cose di sé mai rivelate prima: come ha vissuto la pandemia, il suo particolare rapporto con i traduttori e soprattutto - questo è il senso profondo del suo discorso - quanto sia importante includere nella propria storia anche quella del nemico.&…

TAORMINA -  "E' importante raccontare la storia al nemico perché lui sa di noi più di quanto sappiamo noi stessi". E poi: "Includere il nemico nella nostra storia aumenta il nostro contatto con la realtà". E ancora più chiaramente: "Se il nemico non conosce la nostra paura non riuscirà mai ad accettarci, non ci sarà mai convivenza pacifica". Alle spalle la finestra eterna del Teatro greco di Taormina che guarda l'Etna e di fronte un pubblico in carne e ossa che ascolta in religioso silenzio. David Grossman, nel dialogo con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari, organizzato da Taobuk, non si risparmia. Lo scrittore israeliano racconta delle cose di sé mai rivelate prima: come ha vissuto la pandemia, il suo particolare rapporto con i traduttori e soprattutto - questo è il senso profondo del suo discorso - quanto sia importante includere nella propria storia anche quella del nemico. 

La pandemia, la pace difficile tra israeliani e palestinesi, la scrittura e la vita: Grossman dialoga con Molinari

Come accade con la storia personale che ciascuno di noi si racconta, dice Grossman, anche le nazioni costruiscono la propria mitologia: "Tutte le nazioni coltivano una mitografica ufficiale, tutte si sentono eroiche e guardano ai nemici come demoni. E questa mitologia cresce nel tempo, come accade con le storie della nostra infanzia che spesso includono le ingiustizie subite dai nostri genitori. Ma si dovrebbe iniziare a narrare anche un'altra storia, si dovrebbe lavorare di più su un nuovo approccio alla realtà, con un metodo che include anche la storia dei nostri nemici, perché anche questa fa parte di noi. E non dovremmo mai rinunciare a un po' di ironia perché questo ci rende vivi".

Partendo dagli ultimi lavori dello scrittore israeliano, il romanzo La vita gioca con me e la raccolta di saggi Sparare a una colomba (Mondadori), Molinari ha condotto Grossman lungo una conversazione in cui la dimensione pubblica si è intrecciata a quella privata: la sfida della ripartenza, l'equilibrio difficile e fragile nel composito nuovo governo israeliano, la pace ancora lontana, ma anche la carica dei desideri e il peso della memoria. "Troppa ideologia non è mai positiva", dice Grossman, "perché ti paralizza, ti imprigiona. Come se fossimo congelati. Bisogna dare la possibilità alla narrazione tra Israele e Palestina di sciogliersi e liberarsi".

A proposito di ripartenza, Grossman raccontato che in Israele, uno dei primi paesi a completare il programma di vaccinazione sull'intera popolazione, si cominciano a trarre le prime considerazioni. "Stiamo cominciando a capire che cosa ci aspetta e ho avvertito un sentimento contraddittorio. Da un lato non si vuole guardare indietro, ci sentiamo più attivi e creativi e pronti all'innovazione, ma allo stesso tempo in tutti c'è un po' di depressione e umiliazione per quello che abbiamo passato. All'inizio ho sperato che ci fosse una possibilità per rinnovare la nostra vita, cambiare lavoro, cambiare quello che non ci piaceva, era una incredibile opportunità per rinnovare la professione, cambiare aria, porsi domande sulla vita coniugale... Ma questo è successo molto poco".

Per spiegare quanto per lui conti la reale comprensione e quanto sia importante il lavoro sulle parole, Grossman ha raccontato che, ogni volta che esce un nuovo libro, organizza dei seminari con i suoi traduttori. Durante la settimana trascorsa insieme, ha l'abitudine di leggere il libro ad alta voce. "Per l'ultimo romanzo ci siamo riuniti in Croazia, l'unica cosa che ho fatto è stata leggere il libro a voce alta perché volevo che trovassero la melodia interna del mio testo: se lo ascoltano come lo ascolto io, troveranno nella loro lingua una equivalenza melodica. Mi sono accorto che ogni lingua e ogni traduttore hanno la propria psicologia. Ho fatto questa riflessione: "Siamo fortunati. Nonostante viviamo in un mondo che tende a generalizzare è possibile trovare la precisione: essere precisi è un modo sottile e delicato di trovare la dolcezza". Alla fine Grossman si apre in un ricordo del figlio Uri, morto nella guerra del 2006: "Cerco di rivitalizzare ogni giorno il suo ricordo per far sì che non sbiadisca".