Franceschini: "E' Pompei la sfida vinta in Europa"
di Antonio Ferrara , di Antonio FerraraNAPOLI - Pompei dimostra che quando l’Italia si organizza è in grado di raggiungere ottimi risultati. Pompei dimostra che il nostro Paese può vincere la sfida del Recovery Plan. Una storia esemplare di un successo possibile, che sia l’Unesco che l’Unione Europea hanno riconosciuto come modello». Dario Franceschini, il ministro della Cultura, gioca la carta della credibilità della svolta che dal 2013 a oggi si è consumata ai piedi del Vesuvio per dare forza al progetto Cultura inserito nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, una sfida da 6,675 miliardi di euro che deve «incrementare il livello di attrattività del sistema turistico e culturale del Paese» puntando su patrimonio culturale, rigenerazione dei piccoli siti, sicurezza sismica, industria creativa e sul Piano strategico Grandi attrattori culturali.
Da Pompei parte un messaggio per Bruxelles. E alla storia della città sepolta dal Vesuvio ne…
NAPOLI - Pompei dimostra che quando l’Italia si organizza è in grado di raggiungere ottimi risultati. Pompei dimostra che il nostro Paese può vincere la sfida del Recovery Plan. Una storia esemplare di un successo possibile, che sia l’Unesco che l’Unione Europea hanno riconosciuto come modello». Dario Franceschini, il ministro della Cultura, gioca la carta della credibilità della svolta che dal 2013 a oggi si è consumata ai piedi del Vesuvio per dare forza al progetto Cultura inserito nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, una sfida da 6,675 miliardi di euro che deve «incrementare il livello di attrattività del sistema turistico e culturale del Paese» puntando su patrimonio culturale, rigenerazione dei piccoli siti, sicurezza sismica, industria creativa e sul Piano strategico Grandi attrattori culturali.
Da Pompei parte un messaggio per Bruxelles. E alla storia della città sepolta dal Vesuvio nel 79 dopo Cristo, riportata alla luce dal 1748 e oggi rimessa a nuovo grazie al Grande progetto da 105 milioni di euro è dedicato Generazione Pompei, il libro in uscita con Repubblica.
Ministro, è partito l’iter del Recovery che punta per la Cultura su giovani, donne e digitale: il futuro dei beni culturali è questo?
«Sì, il futuro dei beni culturali è fatto di grandi sfide. Una è la conservazione e la tutela del patrimonio. Nel Recovery nella parte Cultura ci sono risorse importanti per la messa in sicurezza, per l’efficientamento energetico, per la digitalizzazione dei beni culturali con la Digitaly Library. Ancora risorse per progetti nuovi: un piano nazionale dei borghi da un miliardo, la protezione e valorizzazione dell’edilizia rurale con 600 milioni e la valorizzazione di parchi e giardini storici, con 300 milioni».
Come è cambiata Pompei?
«Quando divenni ministro dopo due giorni ci fu un crollo, pochi giorni dopo un secondo cedimento. Poi ci fu la stagione degli scioperi improvvisi, con i cancelli chiusi e i turisti che protestavano. Pompei era sinonimo di incapacità di spendere e di gestire. Con le opportune scelte legislative, mettendoci le risorse e le persone giuste, che sono poi quelle che vengono raccontate nel libro Generazione Pompei, gli Scavi sono diventati nel mondo l’immagine dell’efficienza, lo hanno riconosciuto l’Unesco e l’Unione europea. Pompei è la dimostrazione che se in Italia si fa un lavoro di squadra e ci si crede, ci si rimbocca le maniche e si scelgono le persone giuste, possono cambiare moltissime cose, anche nella pubblica amministrazione. Quindi, la sfida del Recovery deve avere come obiettivo Pompei: credendoci è possibile fare bene nel nostro Paese e, in particolare, nel Mezzogiorno».
Ma Pompei è unica: come può essere un modello per il Recovery?
«Non un modello gestionale, perché ogni settore ha le sue regole, ma certamente un modello come storia di un fallimento che si trasforma in un successo».
Ma non tutti i musei italiani hanno lo stesso livello di offerta...
«I musei non sono più luoghi di esposizione di collezioni, devono essere dinamici, fare ricerca sul campo, formazione. Uno dei progetti sui quali lavoriamo da tempo è quello dei “policlinici dei beni culturali”. Prendiamo ad esempio la sanità: in una città dove ci sono l’ospedale e la facoltà di medicina si integrano e si aiutano a vicenda. Lo stesso discorso si può fare dove ci sono un museo, un parco archeologico, una soprintendenza e un’università che forma ragazzi in discipline legate ai beni culturali, si può fare la stessa integrazione: dando ai musei e alle soprintendenze l’opportunità di avere ricerca, innovazione ed entusiasmo dei giovani ricercatori e degli studenti universitari, e ai giovani la possibilità di sperimentare sul campo quanto studiano e apprendono nelle aule universitarie».
Resta irrisolto il rapporto tra gli Scavi e il territorio esterno al sito che sembra restare isolato. Non crede?
«Questa è la seconda parte della sfida di Pompei: un sito che è passato da due a quattro milioni di visitatori in qualche anno e che crescerà ancora, avrà presto un problema di allungamento degli orari di apertura. Le serate o le notti a Pompei esercitano un forte richiamo di pubblico, ma per farle occorre un sistema che consenta di muoversi e soggiornare di sera nell’area esterna agli Scavi. Questo significa trasporti, stiamo lavorando per l’hub ferroviario con Ferrovie dello Stato, ma anche accoglienza, alberghi, sicurezza, servizi».
I beni culturali dovrebbero essere “beni democratici”…
«È così. Il lavoro che abbiamo fatto con le domeniche gratuite andava in questa direzione. Le abbiamo sospese per il Covid, ma superata la pandemia - e quando le condizioni di sicurezza sanitaria lo consentiranno - le domeniche al museo torneranno».
Come dicevamo non tutti i musei italiani hanno lo stesso livello di offerta. C’è uno standard minimo?
«In Italia non c’è un grande museo unico nazionale come il Louvre o la National Gallery, che raccoglie quasi tutto. Abbiamo quattromila musei sparsi sul territorio, più di 400 dello Stato. Abbiamo creato un fondo di solidarietà per cui musei che fanno molti incassi contribuiscono a finanziare quelli che hanno meno visitatori. Il punto è valorizzare tutti i luoghi che ci sono in Italia».
Non crede che il sistema dei poli regionali possa essere superato e affidare ai musei autonomi un coordinamento tematico o territoriale per musei più piccoli?
«No, le Direzioni regionali museali vanno potenziate con risorse umane e finanziarie. I musei autonomi non hanno come funzione quella di raccordare gli altri musei. È un lavoro che spetta alle Direzioni regionali».
E qui veniamo al personale che manca…
«Vero. Dobbiamo fare entrare giovani di qualità nella pubblica amministrazione. Uno dei motivi del successo di Pompei è il fatto che sono entrati molti giovani. Stiamo lavorando per fare i concorsi e per portare persone nuove nel ministero per la gestione del Recovery. Stiamo dando seguito ai concorsi già banditi che si erano bloccati per il Covid, e poi abbiamo avuto norme straordinarie per rafforzare il personale delle soprintendenze e dei musei, con assunzioni a tempo determinati e consulenze».