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Se ti tremano le vene e i polsi, lo ha detto Dante

E anche “Capo ha cosa fatta”, “stanno freschi”: ogni giorno citiamo frasi tratte dalla Divina Commedia. Ma siamo proprio sicuri di farlo in modo corretto? Un libro le raccoglie e le spiega, noi ne abbiamo scelte dieci
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“Or incomincian le dolenti note”, ma anche “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti”, sino ai sin troppo abusati “Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate” oppure “E quindi uscimmo a riveder le stelle”: il famosissimo explicit dell’Inferno che nell’ultimo anno e mezzo abbiamo ritrovato sulla bocca di tutti come augurio di imminente rinascita dopo la pandemia. Alcuni dei più celebri versi danteschi li conosciamo tutti, è vero. Che dire per esempio di “Io era tra color che son sospesi” oppure “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, che tra l’altro viene spesso citato (male) utilizzando il verbo “curar” al posto di “ragionar” quando si invita a non prestar attenzione né tempo a persone meschine che non meritano considerazione alcuna. Sì Dante è davvero sulla bocca di tutti, nell’anno in cui si celebrano…

“Or incomincian le dolenti note”, ma anche “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti”, sino ai sin troppo abusati “Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate” oppure “E quindi uscimmo a riveder le stelle”: il famosissimo explicit dell’Inferno che nell’ultimo anno e mezzo abbiamo ritrovato sulla bocca di tutti come augurio di imminente rinascita dopo la pandemia. Alcuni dei più celebri versi danteschi li conosciamo tutti, è vero. Che dire per esempio di “Io era tra color che son sospesi” oppure “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, che tra l’altro viene spesso citato (male) utilizzando il verbo “curar” al posto di “ragionar” quando si invita a non prestar attenzione né tempo a persone meschine che non meritano considerazione alcuna. Sì Dante è davvero sulla bocca di tutti, nell’anno in cui si celebrano i 700 anni dalla morte e si rincorrono gli eventi in sua memoria poi lo è ancora di più, come sostiene Dario Pisano nel suo ultimo agile e curioso libro intitolato Parla come Dante, sottotitolo Come e perché usare i versi del Sommo Poeta nella vita quotidiana, uscito ora per Newton Compton.

Le terzine dantesche sono entrate nel linguaggio comune, grazie anche all’uso che ne hanno fatto, tramandandole, gli scrittori che in tanti secoli sono venuti dopo di lui. Non solo. Tutti abbiamo citato più volte il Sommo Poeta, attingendo a piene mani al suo vastissimo e forbitissimo repertorio, ricorrendo a espressioni come “in loco d’ogni luce muto”, “vuolsi così colà dove si puote”, “era l’ora che volge al disio”, per non parlare di quei versi che compaiono persino nelle canzoni più pop – è il caso di “Amor ch’a nullo amato amar perdona” – o di uno dei più scandalosi e ilari, e perciò famosi, di tutto il poema come “Avea del cul fatto trombetta”. Al quale fa idealmente da contraltare, se pensiamo all’uso di termini triviali, a metà del Paradiso un insolito – per il contesto sublime in cui compare – ma meno noto al di fuori della cerchia dei dantisti, come ipotizza Pisano, “E lascia pur grattar dov’è la rogna”, che Dante mette in bocca al suo antenato Cacciaguida.

Tutti dunque abbiamo usato una o più di queste espressioni. Ma – si e ci chiede Pisano che alla poesia e al tempo di Dante ha dedicato anche parecchi altri libri – lo abbiamo fatto sempre consapevolmente? In molti casi, scopriremo, passando in rassegna le numerose citazioni che l’autore stesso prende come esempio, di averle citate senza essercene resi conto. Peggio ancora: di averlo fatto in modo errato. Noi ne abbiamo scelte dieci per capire se davvero, usando questi versi nella vita di tutti i giorni, li abbiamo citati bene. Eccoli qui.

Mi fa tremar le vene e i polsi (Inferno I, v.90)
È la paura, di cui Dante era uno specialista: nel suo poema ha analizzato ogni aspetto del nostro essere umani, ogni dimensione dell’esistenza. E la paura è una di queste. Questo verso del primo canto dell’Inferno è entrato nella memoria collettiva e, racconta Pisano, “viene citato spesso per esprimere la propria reazione emotiva di fronte a un pericolo incombente”. È pronunciato dal Dante personaggio, smarrito nella selva oscura, che si rivolge a Virgilio appena arrivato in suo aiuto. Per la precisione, Dante si trova davanti alle tre fiere, il leone, la lonza e la lupa, che è quella che gli incute maggiore spavento: è lei che gli “fa tremar le vene e i polsi”.

Qui si parrà la tua nobilitate (Inferno II, v.9)
Letteralmente: qui si dimostrerà la tua capacità. Espressione che è diventato “un mantra benefico per chiunque stia sul punto di cimentarsi in un’impresa ai limiti delle sue forze”. Nel secondo canto dell’Inferno, chiude la terzina in cui Dante invoca le muse, nel mondo classico figlie di Mnemosine e Zeus, dunque la memoria, affinché lo aiuti a ricordare tutto quello che ha visto nel suo viaggio per poterlo raccontare.

Che fece per viltade il gran rifiuto (Inferno III, v.60)
Il vile personaggio a cui Dante, presumibilmente, si riferisce è papa Celestino V che abdicando dopo appena cinque mesi di pontificato, spaventato da oscuri intrighi cardinalizi, portò al soglio pontificio l’acerrimo nemico di Dante e cioè Bonifacio VIII. La sua rinuncia, “il gran rifiuto”, secondo il poeta, “fu dettata da pusillanimità e incapacità di assumersi delle responsabilità” sottolinea Pisano.

Capo ha cosa fatta (Inferno XXVIII, v.107)
Oggi lo citiamo per esprimere la gratificazione per la conclusione di un’opera: nelle intenzioni dantesche questo motto aveva un significato in parte opposto perché, messo in bocca nella nona bolgia dei dannati al suo concittadino Mosca de’ Lamberti, colpevole di aver provocato la discordia tra le fazioni fiorentine, sanciva la consapevolezza dell’irreversibilità del male compiuto. In altre parole, “il Mosca” – che Dante ritiene responsabile della degenerazione politica fiorentina e quindi anche del suo esilio – quando si mostra al Poeta, con le mani mozzate e la faccia imbrattata di sangue, vuole dire che una decisione presa va portata avanti fino in fondo, senza tentennamenti.

Là dove i peccatori stanno freschi (Inferno XXXII, v.117)
L’espressione “stare freschi” oggi viene usata, in tono colloquiale, per indicare la situazione di chi si trova dinanzi a problemi insormontabili. In realtà, nel terzultimo canto dell’Inferno, Dante la usa quando racconta della palude ghiacciata dove sono sepolte le anime più ripugnanti, quelle dei traditori, immersi nel ghiaccio fino al collo, con il viso rivolto verso l’alto e quindi più esposto al gelo, condannati per l’eternità a scontare questa pena dal momento che hanno mostrato in vita un cuore duro e freddo. Si tratta di un’espressione, riconosce Pisano, che ha avuto un’enorme fortuna nella tradizione successiva, come dimostra l’uso diffuso che se ne fa ancora oggi.

Libertà va cercando ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta (Purgatorio I, v.71)
Due versi fortunatissimi, divenuti memorabili grazie anche a Ugo Foscolo che li cita in esergo al suo Jacopo Ortis rilanciando la popolarità di Dante come padre della patria durante l’età risorgimentale. Nella Commedia, all’inizio del Purgatorio, sono pronunciati da Virgilio e indirizzati a Catone che conosce bene questa parola – libertà – in nome della quale ha sacrificato la sua stessa esistenza. Scelto da Dante come custode del Purgatorio, Catone l’Uticense nel I secolo a. C., nell’epoca delle guerre civili e fratricide nell’antica Roma, si tolse la vita a Utica, a nord di Cartagine, dopo che Cesare aveva sconfitto Pompeo: preferì morire piuttosto che vivere sotto la tirannide di Giulio Cesare. Questa la spiegazione dei versi danteschi. Anche Dante, raccontererà Virgilio a Catone, è alla ricerca della libertà, anche in senso metaforico, “intesa come emancipazione, affrancamento dal peccato e dunque libertà dello spirito” aggiunge Pisano.

Che perder tempo a chi più sa, più spiace (Purgatorio III, v.78)
Si ispirano a questo verso del terzo canto del Purgatorio celebri detti come “Chi ha tempo non aspetti tempo”, oppure “Mai rimandare a domani quello che puoi fare oggi”. A recitarlo è Virgilio, nell’Antipurgatorio, quando si rivolge a una schiera di anime che cammina lentamente verso di loro per chiedere quale sia la strada migliore per salire la montagna. Una frase destinata a diventare proverbiale. Ecco il suo significato: più una persona è saggia, più è consapevole del valore del tempo e si rammarica quando questo viene perso.

Ahi serva Italia, di dolore ostello (Purgatorio VI, v.76)
Un altro verso tra i più celebri della seconda cantica, entrato nella memoria collettiva. È l’inizio dell’invettiva, la famosa apostrofe all’Italia, che Dante mette in bocca al poeta Sordello, mantovano anche lui come Virgilio, il più famoso dei trovatori italiani del Duecento, presentato qui come “un’anima appartata e austera”. I due versi seguenti, ugualmente famosi e tra i più citati, proseguono: “nave senza nocchier in gran tempesta,/ non donna di provincia, ma bordello!” riferendosi all’incapacità di re e principi del suo tempo e, per estensione, di tutti i governanti italiani di tutti i tempi.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? (Purgatorio XVI, v.97)
“Questo è un verso di lancinante attualità”, ci mette subito in guardia l’autore: cosa ce ne facciamo delle leggi se poi non le applichiamo? Il vero problema è che le leggi restano inapplicate, sembra dirci Dante in questa sua meditazione sui limiti della giustizia, che avrà molta fortuna – sottolinea Pisano – nella tradizione letteraria successiva, a cominciare dal primo capitolo dei Promessi Sposi nel quale Manzoni descrive l’incapacità dei provvedimenti legislativi a tutelare l’incolumità dei cittadini, ricattati dai vari prepotenti di turno, per arrivare ai romanzi novecenteschi.

Oh insensata cura de’ mortali/ quanto son difettivi silogismi/ quei che ti fanno in basso batter l’ali (Paradiso XI, v.1)
Meno famosi ma hanno tutte le carte in regola per diventare anche questi proverbiali, scommette Pisano: sono i versi iniziali dell’undicesimo canto del Paradiso. Un’altra bella invettiva dantesca, questa volta contro tutte quelle ambizioni meschine che allontanano l’uomo dal vero bene. Un’invettiva contro chi spreca il tempo dietro a occupazioni effimere, che “fanno in basso batter l’ali” appunto. Sono le ambizioni umane accomunate dal desiderio di accumulare ricchezze e titoli onorifici e contengono tutte le tipologie di peccati e vizi incontrati nel corso del viaggio da Dante e, per estensione, da tutti noi. In una parola, sono le preoccupazioni terrene.

Il libro
Parla come Dante. Come e perché usare i versi del Sommo Poeta nella vita quotidiana di Dario Pisano (Newton Compton, pagine 160, euro 10)