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Due ambasciatori, un quadro e un mistero

Hans Holbein, Gli ambasciatori  
Nel dipinto di Holbein alla National Gallery di Londra, una coppia di uomini eleganti vi scruta. I segni da interpretare sono una fitta sequenza come racconta nel suo ultimo saggio Nadia Fusini
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Andate al secondo piano della National Gallery di Londra, e dovreste vederlo subito, entrando. Due uomini eleganti vi scrutano, entrambi poggiando un gomito su uno scaffale. Lo sguardo è «pensoso, diretto, estroflesso eppure così interiore». Chi sono? Gli ambasciatori: così li definisce il titolo del quadro di Holbein. Due uomini giovani, colti, due uomini di potere. Nadia Fusini li interroga, studiando nei dettagli il dipinto a olio, nelle pagine di Il potere o la vita, un titolo della collana diretta da Massimo Cacciari per il Mulino, “Icone”. I segni da interpretare sono una fitta sequenza: gli oggetti sul ripiano, l’arredo «tipico dello studiolo umanistico», gli strumenti di misurazione del tempo e dello spazio, il mappamondo dunque, un orologio solare, un liuto perfetto nella fattura.

Ogni elemento ha qualcosa da dirci. Ma cosa? Guardate bene, in basso. C’è una strana forma, un «ammasso di colore v…

Andate al secondo piano della National Gallery di Londra, e dovreste vederlo subito, entrando. Due uomini eleganti vi scrutano, entrambi poggiando un gomito su uno scaffale. Lo sguardo è «pensoso, diretto, estroflesso eppure così interiore». Chi sono? Gli ambasciatori: così li definisce il titolo del quadro di Holbein. Due uomini giovani, colti, due uomini di potere. Nadia Fusini li interroga, studiando nei dettagli il dipinto a olio, nelle pagine di Il potere o la vita, un titolo della collana diretta da Massimo Cacciari per il Mulino, “Icone”. I segni da interpretare sono una fitta sequenza: gli oggetti sul ripiano, l’arredo «tipico dello studiolo umanistico», gli strumenti di misurazione del tempo e dello spazio, il mappamondo dunque, un orologio solare, un liuto perfetto nella fattura.

Ogni elemento ha qualcosa da dirci. Ma cosa? Guardate bene, in basso. C’è una strana forma, un «ammasso di colore vitreo, grigio, bianco, avorio mescolati insieme». Un oggetto non identificato. Solo se vi spostate di lato, riuscite a cogliere la fisionomia di un cranio scarnificato. Un teschio. Quella macchia, dice Fusini, suona come un campanello d’allarme, “insidia” la solenne rappresentazione: «per affermare una irrefutabile verità; per testimoniare, cioè, che “passa la scena del mondo”».

Ogni significato è trascinato nel senso del lutto; e questo quadro dei primi anni Trenta del Cinquecento sembra una anticipazione della proverbiale domanda dell’Amleto shakespeariano. L’indagine è avvolgente, perché esplora un mistero, un’ambiguità; mette in relazione il nostro sguardo con quello dei due gentiluomini dipinti, illuminando il lato oscuro, l’impotenza del potere. «E più che lo splendore del potere — insiste Fusini — vela e rivela la debolezza, la caducità del corpo naturale? Che travolge nell’angoscia in prima persona il re al comando».

La saggista e narratrice, grande traduttrice di Shakespeare, immagina Holbein dietro il Bardo, per penetrare più a fondo «nella struttura nervosa delle due opere»: e ne rileva la comune e feroce intuizione di un tempo “out of joint”, fuori dai cardini, fuori dalla nostra umana presa, «e non è in nostro umano potere rimetterlo nei cardini». L’occhio di Holbein, onesto e vero, sfida quello dello spettatore: quello che diventerà il pittore della corte del re Tudor, delle sue mogli, dei suoi ministri, non ha nessuna intenzione di abbellire, adornare, insegue l’oggettività descrittiva, anche quando si tratta di definire «la massa carnale, l’involucro fisico», è un fotografo armato di pennelli — consapevole, come Shakespeare, che il mondo è già teatro, che «vivere è presentare all’esterno una facciata decorosa», e che dietro qualunque corpo vivo c’è sempre il cadavere futuro.

Holbein lo porta alla luce, in quel modo sghembo e spiazzante che Fusini analizza in questo denso, ipnotico saggio. Se sei davanti al quadro, la macchia a forma di teschio non la distingui. Se ti sposti, magari proprio quando stai per abbandonare la visione, esso ti si rivela, e la «massa obliqua fluttuante» offre la definitiva chiave di lettura. Perché — si domanda l’autrice — Holbein si diverte a sabotare l’unità dell’insieme? Perché non ci dà il teschio immediatamente leggibile come tale? Le domande sono incalzanti. Fusini ci sposta, attraverso un suggestivo corridoio spazio-temporale, nella vicenda di Amleto, nel segmento cimiteriale che lo vede con in mano il più potente degli oggetti di scena, un teschio. Sineddoche dalla forza illusionistica, «vettore del senso».

Istituendo questo contatto arbitrario quanto magico, Fusini fa sì che il dipinto di Holbein finalmente ci veda: veda noi che lo osserviamo, guardi dentro il nostro sguardo e lo rigiri all’interno. E ci dica, in un istante quasi casuale, tutta la verità sul potere e la vita; e sul potere della morte. L’ultima verità, che poi è la prima.

 

Il libro
Il potere o la vita di Nadia Fusini (il Mulino, pagg. 168, euro 12)