✕

David Hockney, il dandy della Pop Art

Ascolta l'audio

Grande successo per la mostra di Londra: 116 istantanee di natura viva e sinestetica con riferimenti a Van Gogh e Monet
3 minuti di lettura

Un intellettuale snob ma democratico. Un ribelle cortese e fumatore. Un dandy della Pop Art anglosassone riplasmata con colossi come Monet, Ingres, Picasso e Rembrandt. Un edonista modesto e irresistibile. Un «pittore laureato, l’unico che sa tirare su il morale della nazione» (Waldemar Januszczak). L’Edward Hopper del XXI secolo. I ritratti di Isherwood, Picasso e dei genitori. Bradford, la California e Parigi. La malinconia a colori, la rapsodia della tristezza, l’elogio della speranza. L’omosessualità beata e radiosa. Un eroe vecchio e moderno. Il più grande artista inglese, e forse mondiale, vivente. Il meraviglioso rifugio della natura. Lo humour della vita. L’autore di una delle opere più care di sempre, Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) venduta nel 2018 per circa 80 milioni di dollari. E quell’ultimo ritratto che gli fece Lucien Freud nel 2002 a Londra, che Hockney non volle comprare per un milione…

Un intellettuale snob ma democratico. Un ribelle cortese e fumatore. Un dandy della Pop Art anglosassone riplasmata con colossi come Monet, Ingres, Picasso e Rembrandt. Un edonista modesto e irresistibile. Un «pittore laureato, l’unico che sa tirare su il morale della nazione» (Waldemar Januszczak). L’Edward Hopper del XXI secolo. I ritratti di Isherwood, Picasso e dei genitori. Bradford, la California e Parigi. La malinconia a colori, la rapsodia della tristezza, l’elogio della speranza. L’omosessualità beata e radiosa. Un eroe vecchio e moderno. Il più grande artista inglese, e forse mondiale, vivente. Il meraviglioso rifugio della natura. Lo humour della vita. L’autore di una delle opere più care di sempre, Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) venduta nel 2018 per circa 80 milioni di dollari. E quell’ultimo ritratto che gli fece Lucien Freud nel 2002 a Londra, che Hockney non volle comprare per un milione di sterline e che ora è stato ceduto da Sotheby’s a quasi venti.

David Hockney è il più grande di tutti oggi? Probabilmente sì e la sua ultima mostra appena aperta a Londra lo dimostra. The Arrival of Spring. Normandy 2020 alla Royal Academy of Arts (dove studiò da giovanissimo) fino al 26 settembre 2021, è imperdibile: 116 opere del più grande artista vivente inglese, anzi finissime stampe di un metro e mezzo dal suo iPad. Hockney è arrivato in una casa «dei sette nani» (come la chiama lui) in Normandia a inizio dell’anno scorso insieme all’assistente e partner Jean-Pierre Gonçalves de Lima proprio per ritrarre l’arrivo della primavera. Anzi, «ho dovuto insegnarlo io ai francesi!», sostiene. Poi è arrivato il Covid, da allora è rimasto lì, nella sua “Arles”. Ma l’ispirazione non è scemata, anzi: «Ho mangiato molto meno al ristorante, non ho avuto visite, mi sono concentrato più del solito».

Perché Hockney, nonostante i suoi 83 anni, è ancora un maestro straordinariamente prolifico e creativo, vedi le sue rivoluzioni sperimentali, dalla camera lucida all’iPad. Il risultato sono 116 istantanee di natura viva e sinestetica, en plein air, intorno al suo casale impressionista, con ovvi riferimenti: i colori della Arles di Van Gogh, l’ispirazione degli arazzi di Bayeux e della conquista normanna (idea per le sue prossime opere nel 2022) ma soprattutto il Monet di Giverny, proprio nei dintorni della magione di Hockney. Difatti ha realizzato pure lui un laghetto di ninfee, ma, in certi lavori, anche una rivisitazione di puntinismo e divisionismo francese alla Seurat. Niente pittura però: Hockney, sull’oramai usuale iPad, stavolta ha utilizzato una sua particolare applicazione, “Brushes”, modificata anche a suo piacimento: «Sul tablet riesco a dipingere, ho la stessa sensazione».

«È di nuovo primavera, la Terra è come un bambino che conosce poesie». Lo scriveva Rainer Maria Rilke ma è il caso anche di Hockney, il quale anche stavolta – e siamo a tre – torna con la sua amata stagione, anzi «il più classico dei soggetti», come lo definisce lo stesso venerato artista dello Yorkshire. Hockney sintetizza così il suo «amore per la vita», una sorta di celebration of life dopo la drammatica parata di funerali Covid: «La prima primavera che ho visto in tanti anni fu nel 2002, quando posai per Freud e passai per Holland Park a Londra: in quella circostanza la percepii a pieno. Capii che la primavera era fantastica», ricorda Hockney.
Per Hockney questa è la digitale essenza della pittura contemporanea, tra ciliegi, peschi, casolari in fiore, boschetti, siepi e rametti rigogliosi al tramonto. Altri non sono d’accordo, come per esempio la critica Laura Cummings del Guardian: «Qualcosa rovina il piacere di queste immagini di Hockney: il mezzo utilizzato per la loro realizzazione. Basta notare quelle distorsioni orrende sulle opere e i segni accidentali che dimostrano il fallimento della tecnologia. È impossibile amalgamare i colori. Non c’è la stessa emozione». Forse le sue saghe stagionali hanno già toccato lo zenit con simili mostre del decennio scorso (A Bigger Picture) e l’immersiva Four Seasons?

Ma tocca andare oltre la gradevole scorza piattista dell’iPad per trovare l’Eden di Hockney: sono impressioni della natura che raggiungono il cuore del paradiso terrestre che non riusciamo più a vedere. Come ha ricordato l’artista Tacita Dean, «Hockney ci libera da quella prospettiva monocolare che insegue l’imperativo temporale della pittura attraverso la fotografia: David trova sempre il suo spazio in un’immagine a due dimensioni».

«La primavera è la cosa più bella che possa capitare in Normandia», spiega Hockney nell’intervista concessa sul catalogo della mostra. «In California», dove ha vissuto a lungo, «non è così: certo, spunta qualche fiore nel deserto, ma non c’è la trasformazione straordinaria che si nota in Europa». Qui arriviamo a un credo vitale dell’ultimo Hockney: non solo la pura gioia dell’osservare, ma il sublime amore per la quotidianità e per la natura. Dopo le piscine della California e i sentieri imbiancati dello Yorkshire, i paysage francesi di questo figlio della tessile Bradford sono esemplari. Perché incarnano il rifiuto della miseria del Covid ma soprattutto delle terre desolate prodotte dallo sfruttamento umano. Da sempre, con il suo maestoso understatement, Hockney ha sempre inseguito la vita, la felicità, la libertà. «Abbiamo perso contatto con la natura», ha scritto di recente l’artista a un giornalista della Bbc, «pensando scioccamente di non essere parte di lei. Impareremo mai qualcosa? Io ho 83 anni, morirò. La causa della morte è la nascita. Le uniche cose che contano sono il cibo e l’amore, in quest’ordine. La fonte dell’arte è l’amore».