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Indagine sul generale delle trame nere

Gianadelio Maletti 
Agente dei servizi segreti, Gianadelio Maletti è morto quasi centenario lo scorso mese in Sudafrica. Lasciando oscuri molti capitoli della nostra storia recente
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Depistare, evidentemente, allunga la vita. Il mese scorso, alla vigilia dei suoi cento anni, è morto in Sudafrica l'ex generale dei servizi segreti militari Gianadelio Maletti e sarebbe ancora vivo, oltrepassato il secolo, Pietro Musumeci, condannato per avere sviato le indagini sulla strage di Bologna. Due nomi che, come due fossili, riportano a una stratigrafia antica ma ancora insanguinata, quella risalente agli anni Settanta, con le bombe sui treni e nelle piazze, le trame nere e, appunto, i depistaggi, le infiltrazioni, le manipolazioni dei servizi segreti nazionali ed esteri. Un reticolo di apparati civili e militari che hanno coperto quelle stragi per nasconderne la matrice neofascista, proteggere gli autori, alcuni dei quali, come gli ordinovisti Gianni Casalini (fonte Turco), Carlo Digilio (fonte Erodoto) e Maurizio Tramonte (fonte Tritone), erano anche loro collaboratori a libro paga, e attribuirle a una sedicente pista "anarchica" con l'obiettivo pr…

Depistare, evidentemente, allunga la vita. Il mese scorso, alla vigilia dei suoi cento anni, è morto in Sudafrica l'ex generale dei servizi segreti militari Gianadelio Maletti e sarebbe ancora vivo, oltrepassato il secolo, Pietro Musumeci, condannato per avere sviato le indagini sulla strage di Bologna. Due nomi che, come due fossili, riportano a una stratigrafia antica ma ancora insanguinata, quella risalente agli anni Settanta, con le bombe sui treni e nelle piazze, le trame nere e, appunto, i depistaggi, le infiltrazioni, le manipolazioni dei servizi segreti nazionali ed esteri. Un reticolo di apparati civili e militari che hanno coperto quelle stragi per nasconderne la matrice neofascista, proteggere gli autori, alcuni dei quali, come gli ordinovisti Gianni Casalini (fonte Turco), Carlo Digilio (fonte Erodoto) e Maurizio Tramonte (fonte Tritone), erano anche loro collaboratori a libro paga, e attribuirle a una sedicente pista "anarchica" con l'obiettivo principale, purtroppo raggiunto, di rallentare, deviandolo, il corso della giustizia.


Duole ammetterlo, ma l'abusata e autoconsolatoria categoria di "servizi segreti deviati" non basta a spiegare il tradimento repubblicano perpetrato da una parte degli apparati istituzionali, pagati con le tasse dei cittadini per tutelare la sicurezza nazionale e non per proteggere i terroristi neri che quei cittadini hanno ammazzato. Purtroppo, si è trattato di un meccanismo d'azione ben oleato - una sorta di "sovversivismo dall'alto" - che non ha riguardato le classiche "mele marce", ma i vertici stessi dei servizi che hanno scalato le gerarchie militari evidentemente perché garantivano la fedeltà a quel meccanismo di copertura e di impunità.


Di questa genia di generali Gianadelio Maletti, il cui nome nel 1981 sarà trovato nelle liste della P2, è forse l'unico rimasto con il cerino in mano grazie a una serie di condanne che lo hanno indotto a rifugiarsi nel Sudafrica dell'apartheid nel 1980 per sottrarsi alla giustizia italiana. Secondo un testimone autorevole, nell'organizzazione della fuga e nella scelta dell'accogliente sede sarebbe stato aiutato dai servizi segreti israeliani, un atto di riconoscenza nei riguardi di un militare che nella lotta fazionaria all'interno dell'Intelligence italiana aveva deciso di contrastare la prevalente tendenza filo-araba, rappresentata dal capo del Sid Vito Miceli, di cui Maletti era stato il numero due dal 1971 al 1974, legato ad Aldo Moro. Maletti, invece, aveva rapporti più stretti con Giulio Andreotti che aiutò a districarsi, in quegli stessi anni, dalle insidie del tentato golpe Borghese del dicembre 1970 in cui l'uomo politico aveva rischiato di rimanere impigliato.

Nell'agosto 1974, quando Andreotti guidava la Difesa, Maletti fu al suo fianco allorché il ministro decise di bruciare presso l'inceneritore di Fiumicino circa 128 mila dossier raccolti dal Sid nei vent'anni precedenti. Un gran rogo purificatore ("c'erano, insomma, tutte le cosiddette malefatte del Sid. La nostra fu un'opera di depurazione. E di autotutela", ammise Maletti) che segnò - simbolicamente nella sua feroce praticità - uno spartiacque tra un prima e un dopo, e l'inizio di una nuova fase della strategia della tensione.


Forse proprio perché rimasto con il cerino in mano e perciò costretto a vivere in Sudafrica per oltre 40 anni in qualità di latitante, Maletti è stato tra i più ciarlieri esponenti dei servizi, a partire dalle dichiarazioni rilasciate nel 2000 a questo giornale a Daniele Mastrogiacomo e, successivamente, nel libro-intervista del 2010 Piazza Fontana. Noi sapevamo, a cura di Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato. Le sue ammissioni, che attribuiscono un ruolo rilevante ai servizi statunitensi nella strategia della tensione, devono essere opportunamente vagliate perché sono in massima parte de relato e potrebbero anche scaturire dalla volontà di alimentare nuovi depistaggi o consumare mediocri vendette postume, in particolare nei confronti del suo ex protettore Andreotti, dal quale si considerava tradito. Tuttavia, esse forniscono un punto di vista dall'interno dei servizi e un tentativo di lettura complessivo dello stragismo italiano che non può essere eluso perché Maletti in quegli anni non è stato un passante, ma il capo del controspionaggio nazionale.


Questa bulimia memorialistica (si attende l'uscita di una sua autobiografia a cura dell'archivista Concetta Argiolas) stride con la sostanziale anoressia dei precedenti contributi forniti da Maletti quando è stato interrogato dalla magistratura o ascoltato dalla Commissione d'inchiesta sulle stragi nel 1997. In queste circostanze egli ha fatto sfoggio di una memoria selettiva e presbite che ricordava nel dettaglio episodi lontani nel tempo e si offuscava sino a oscurarsi quando si avvicinava agli anni Settanta. Soprattutto dalle interviste - pensiamo al recente podcast di Alberto Nerazzini su Piazza Fontana - emerge il ritratto di un uomo pignolo, dissimulatore e vanesio, portato a soffermarsi sui dettagli con lo scopo di rendere banale ogni passaggio per fuggire dall'ignominia di una ricostruzione d'insieme che lo avrebbe condotto ad ammettere, come minimo, che l'ufficio da lui guidato era informato delle bombe nere.


L'unica debolezza era legata alla difesa della propria onorabilità militare in relazione con la figura paterna, quel generale Pietro Maletti, morto in Africa nel 1940, medaglia d'oro al valore militare e protagonista nel 1937 dell'efferato massacro del monastero etiope di Debra Libanos. Fino all'ultimo il confronto con il genitore è stato il punto dolente di Maletti, che soltanto nel 2014 è stato privato del titolo di commendatore. Sarebbe interessante avere conferma dall'attuale ministro della Difesa sull'esito dell'inchiesta che si proponeva di degradarlo a soldato semplice con l'accusa di avere posto in essere una condotta "in completo contrasto con i principi derivanti dall'essere militare". Si dirà: poca roba rispetto al fango scorso e al sangue innocente versato, ma la memoria di una Repubblica si edifica e si difende anche così.