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Vent'anni senza Indro Montanelli, l’anarchico conservatore

Indro Montanelli 

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Il 22 luglio 2001 fa moriva il giornalista che ha attraversato il Novecento. Dal fascismo all'avventura nella carta stampata con inossidabile pessimismo. E una missione: scrivere per tutti, a partire dal "lattaio dell'Ohio"
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Quando il suo Giornale compì dieci anni, Indro Montanelli ricevette in dono la collezione della Rivoluzione Liberale. Al direttore di Fucecchio sovvenne ciò che gli profetizzò Emilio Cecchi: un destino da sciancato, con una gamba verso Gobetti, con l'altra verso Prezzolini, tra l'urgenza di rivoltare il Paese (la febbre dell'età giovanile) e un pessimismo sovrano, inossidabile (avanzando nelle stagioni), l'Italia dei furbi dominante sull'Italia dei fessi (chi paga le tasse, chi non passa con il rosso, chi non calpesta il galateo). Ma all'antagonista di Gobetti, a colui che invocava la Compagnia degli Apoti, di chi non la beve, Montanelli non aveva fretta, infine, nonostante le storture dello Stivale, di assomigliare. Se è vero che ottantacinquenne, nel 1994, fondò un nuovo foglio, La Voce, non per annunciare la ritirata, ma per ulteriormente "impaginare" il suo irriducibile spirito controcorrente. In sintonia …

Quando il suo Giornale compì dieci anni, Indro Montanelli ricevette in dono la collezione della Rivoluzione Liberale. Al direttore di Fucecchio sovvenne ciò che gli profetizzò Emilio Cecchi: un destino da sciancato, con una gamba verso Gobetti, con l'altra verso Prezzolini, tra l'urgenza di rivoltare il Paese (la febbre dell'età giovanile) e un pessimismo sovrano, inossidabile (avanzando nelle stagioni), l'Italia dei furbi dominante sull'Italia dei fessi (chi paga le tasse, chi non passa con il rosso, chi non calpesta il galateo). Ma all'antagonista di Gobetti, a colui che invocava la Compagnia degli Apoti, di chi non la beve, Montanelli non aveva fretta, infine, nonostante le storture dello Stivale, di assomigliare. Se è vero che ottantacinquenne, nel 1994, fondò un nuovo foglio, La Voce, non per annunciare la ritirata, ma per ulteriormente "impaginare" il suo irriducibile spirito controcorrente. In sintonia semmai con gli esordi di Prezzolini, con "l'arena non solo di grande cultura, ma anche di alta civiltà giornalistica" che fu la sua rivista d'inizio Novecento.

Un anarco-conservatore o un anarco-borghese Montanelli. Non potendosi riconoscere nella borghesia italiana, se non nelle sue nobili eccezioni: una pattuglia di eroi solitari, di condottieri senza esercito, non una classe. Condividendo lo j'accuse di Guido Piovene, fra le firme (l'argenteria) del Corriere che lo seguirono nel 1974 al Giornale: "La borghesia in Italia è dissolta, mimetizzata, senza riflessione e autocritica, un nugolo disordinato d'interessi senza un carattere, un pensiero, nemmeno una decisione d'esistere...".

Ecco perché Montanelli si specchierà, mai scoprendosi una ruga, in un certo mondo di ieri, nel pantheon che sempre gli coprirà le spalle, anche letteralmente, campeggiando dietro la sua scrivania: un quadro del "selvaggio" Maccari ("È salvatico chi si salva", la sua divisa); un carboncino di Novello che ritrae Giovannino Guareschi ai tempi dell'internamento in Russia; una cartolina celebrativa del XX Battaglione eritreo (ricordando il primo libro, dal nostro inviato al fronte africano); un ritratto a matita firmato dalla moglie Colette, alias Donna Letizia; un acquerello di Maccari ritoccato da Longanesi, Leo a cui Indro dedicò un epitaffio al diapason: "Odiò il prossimo suo come se stesso"...

Non mancava, no, non poteva mancare, nel bagaglio di Montanelli una fotografia della casa di Fucecchio, dove nacque nel 1909. Bizzarramente battezzato in omaggio a una divinità indiana dal padre, il professor Sestilio, meriterà in breve di essere annoverato fra i "maledetti toscani", la confraternita "codificata" da Malaparte (a Curzio volendo "bene solo a mezzo", come s'usa da quelle parti). Maledetti i toscani, e così Montanelli, perché, come avvertiva l'autore di La pelle, "dove e quando gli altri piangono, noi ridiamo, e dove gli altri ridono, noi stiamo a guardarli ridere, senza batter ciglio, in silenzio: finché il riso gela sulle loro labbra". Toscano, Montanelli - che nella sua piccola patria ambientò Giorno di festa - , avendo spugneggiato i caratteri delle piante indigene, quali li "dipinse" Ottone Rosai: "Noi, forti e sereni come le querce e i castani, secchi e irsuti come le viti, amarognoli e morvidi come l'olio che si trae dall'ulivo". E magari narcisi, come Spadolini, laureato-aureolato dal suo giornalista princeps nell'era di via Solferino: "È profondamente innamorato di se stesso e si corrisponde".

Confessò Montanelli di "non essere un gran direttore", solista quale naturalmente si sapeva e svettò. Ancorché con un editoriale potesse, alla maniera del confrère Guareschi, scombussolare le urne: da "In cabina Dio ti vede e Stalin no" a "Turatevi il naso ma votate Dc", scongiurando nel 1976 il sorpasso comunista.

Era un testimone, Montanelli, tenendo in gran dispetto le ideologie, soprattutto se arenatesi nelle ideologie. Non esitò a fare i conti con il fascismo disdegnando lo smacchiatore, lui che nella campagna africana salutò "una bella vacanza dataci dal Gran Babbo (Mussolini) in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora".

Non si mascherò e non si fustigò, né fustigò, Montanelli. Guardò la Storia (alla storia d'Italia dedicando non poche pagine, ora a due ora a quattro mani) sospinto, acceso, reso libero, dalla volontà di capire. Definito Gobetti "il più intelligente degli antifascisti" perché infallibilmente, in Mussolini e nel fascismo, identificò "l'autobiografia degli italiani", ammonì: "Le autobiografie, dopo averle scritte, bisogna leggerle e meditarle. Negarle e rinnegarle non serve a nulla". (Autobiografia lo stesso "album di famiglia" da cui discesero le pistolettate brigatiste che azzopparono il direttore del Giornale nel 1977).

Un'immagine è indelebile di Indro Montanelli. Seduto su una pila di giornali, mentre picchietta sui tasti della sua Olivetti. A Budapest, nel 1956 (le corrispondenze sulla rivolta antisovietica), si riteneva sino a poco fa. In Finlandia nel 1939-1940, ha accertato la Fondazione che ne conserva le carte. Articolo dopo articolo, come lettore ideale "il lattaio dell'Ohio", il richiamo alla chiarezza, meglio se alla brillantezza, che impone.

Incontrando Enrico Berlinguer in un albergo di piazza della Repubblica a Milano (il segretario del Pci sollecitò il vis-à-vis poco prima di morire), Montanelli, chissà, non avrà esitato a rispolverare un suo elogio: "Non tutti i comunisti sono seriosi. Ce ne sono anche di brillanti. Lo fu Marx (parlo di quello migliore, il giornalista e polemista della Gazzetta Renana e della Miseria della filosofia; non di quello peggiore, il sociologo)". Quando non si può non essere comunisti...