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Magnifica Butterfly nel segno dei vinti

Lo spettacolo pucciniano al Circo Massimo di Roma, con la regia di Àlex Ollé, ben spiega la colonizzazione culturale del Giappone dopo il 1945
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Ancora per tre sere, 29 e 31 luglio, venerdì 6 agosto, sarà possibile vedere a Roma, al Circo Massimo, un magnifico allestimento di Madame Butterfly. Grande spettacolo sia per la qualità della compagnia di canto sia per una messa in scena che restituisce pienezza di significato al teatro in musica. Quale sia la vicenda di questa fortunatissima opera di Giacomo Puccini (1904 la prima alla Scala, libretto Luigi Illica e Giuseppe Giacosa) lo sanno un po’ tutti. Siamo tra Otto e Novecento, B. F. Pinkerton, ufficiale della marina americana, sbarca in un porto giapponese, s’invaghisce di una geisha quindicenne, la sposa, ma come per burla, il rito locale può essere annullato anche con il semplice abbandono o ripudio.

La bambina Cho Cho-san è rapita da quel sogno, lui semplicemente gioca con la curiosità di un’esperienza nuova. Invano il console del suo paese lo mette in guardia: fa’ attenzione, giochi con il fuoco, lei ci cr…

Ancora per tre sere, 29 e 31 luglio, venerdì 6 agosto, sarà possibile vedere a Roma, al Circo Massimo, un magnifico allestimento di Madame Butterfly. Grande spettacolo sia per la qualità della compagnia di canto sia per una messa in scena che restituisce pienezza di significato al teatro in musica. Quale sia la vicenda di questa fortunatissima opera di Giacomo Puccini (1904 la prima alla Scala, libretto Luigi Illica e Giuseppe Giacosa) lo sanno un po’ tutti. Siamo tra Otto e Novecento, B. F. Pinkerton, ufficiale della marina americana, sbarca in un porto giapponese, s’invaghisce di una geisha quindicenne, la sposa, ma come per burla, il rito locale può essere annullato anche con il semplice abbandono o ripudio.

La bambina Cho Cho-san è rapita da quel sogno, lui semplicemente gioca con la curiosità di un’esperienza nuova. Invano il console del suo paese lo mette in guardia: fa’ attenzione, giochi con il fuoco, lei ci crede davvero. Consumate le nozze Pinkerton riparte, Butterfly, ripudiata dalla sua famiglia, dà alla luce un bambino e aspetta che il marito ritorni (“Un bel dì vedremo”). Finalmente il bell’ufficiale riappare però è sposato, questa volta sul serio, con un’americana. Quando scopre l’inganno Butterfly, annientata dal dolore, s’uccide facendo harakiri.

Ho ricordato grosso modo l’impianto narrativo perché è chiaro che con una tale vicenda è facile scivolare in un lacrimoso patetismo. Nulla di tutto questo nell’allestimento al Circo Massimo sorprendente per i significati che il regista Àlex Ollé ha saputo estrarre dalla storia. Del resto, questo regista è uno dei direttori artistici della compagnia catalana La Fura dels Baus, tra le migliori non solo in Europa.

La povera sposa bambina vive la sua personale tragedia all’interno di una tragedia più grande rappresentata dalla fine della sua fragile civiltà. Pinkerton può essere considerato un po’ l’antesignano degli occidentali protagonisti di un turismo sessuale che non risparmia bambini e bambine offerti per pochi dollari alla loro rapacità. Più in generale però, se si vuole anticipando i tempi rispetto agli anni in cui l’opera venne composta, la vicenda della geisha bambina può essere collocata all’interno della colonizzazione culturale subita dal Giappone dopo la fine della guerra nel 1945.

La scena del primo atto è come sospesa a metà tra realismo e simbolo. Ma la scena del secondo e terzo atto assume una potenza evocativa come raramente a teatro. Merito del regista ma anche delle scene di Alfons Flores, delle luci di Marco Filibeck, dei video di Franc Aleu. Alle spalle della casupola in legno dove Butterfly, ridotta in miseria, consuma la sua accorata speranza, vediamo progressivamente ergersi alte e minacciose costruzioni con effetti prospettici e luminosi di impressionante efficacia. In quel quadro il regista risolve anche il celebre intermezzo del “coro a bocca chiusa” di cui Puccini era giustamente fiero ma dove non si capisce né chi stia cantando né a che cosa serva quel toccante intermezzo. Ollé risolve anche qui benissimo; mentre la struggente melodia si snoda assistiamo al lento esodo di poveri esseri, uomini, donne, bambini, che evidentemente l’incombente civiltà dei consumi e dei grattacieli ha cacciato dalle proprie abitazioni.

Il che rievoca, volendo, la polemica di un anno fa quando Damiano Michieletto mise in scena, sempre al Circo Massimo, un Rigoletto sfacciatamente proiettato nell’attualità. Sono operazioni lecite? Sono lecite quando servono l’idea dell’autore come e meglio della pedissequa obbedienza alle didascalie. L’invenzione con la quale Ollé ha risolto il possibile “buco” del coro muto è di quel tipo. L’intero impianto scenografico amplia e potenzia la singola vicenda di una sposa-bambina, inserisce la violenza alla quale — ingannata — si è sottoposta, nella più grande violenza che sempre i vincitori hanno operato sui popoli vinti.

Non sono un critico musicale ma anche il mio orecchio ha colto la straordinaria qualità della giovane soprano americano Corinne Winters in un ruolo difficile e faticoso interpretato con impeccabile intonazione, squillo cristallino nel registro alto, straordinaria aderenza al personaggio. Ero seduto a poche poltrone di distanza dal sovrintendente Carlo Fuortes ora chiamato alla Rai. Che abbia risollevato l’Opera di Roma è indubbio, che possa fare altrettanto a viale Mazzini è nei voti e nell’interesse di tutti. Sono necessari molti auguri.