Struggente è il tempo che fugge
di Eugenio Scalfari , di Eugenio ScalfariA quale velocità fugge il presente? È struggente misurare con la propria clessidra segreta quella velocità di fuga perché essa è la più alta e immisurabile che mai possa essere concepita. Mi ponevo queste domande, scrivendo il mio libro Incontro con Io, che mi trovo a rileggere. Il mio tempo ha cominciato a correre dal primo attimo della mia comparsa nel mondo, anzi dall'attimo in cui il mio uovo è stato fecondato e si è trasformato in una grande molecola, poi in un embrione, poi in un feto che era già individuo; infine in Me che non ero ancora me, non ero ancora Io.
Correva il tempo? Per le cellule del mio embrione e poi del mio feto e poi dell'individuo che sarei stato Io ma ancora non lo ero. Sì, correva. Le cellule crescevano, si moltiplicavano, si disponevano secondo lo schema genetico che presiedeva alla loro organizzazione ma non sentivano correre il loro tempo. Il tempo per loro non esisteva come d…
A quale velocità fugge il presente? È struggente misurare con la propria clessidra segreta quella velocità di fuga perché essa è la più alta e immisurabile che mai possa essere concepita. Mi ponevo queste domande, scrivendo il mio libro Incontro con Io, che mi trovo a rileggere. Il mio tempo ha cominciato a correre dal primo attimo della mia comparsa nel mondo, anzi dall'attimo in cui il mio uovo è stato fecondato e si è trasformato in una grande molecola, poi in un embrione, poi in un feto che era già individuo; infine in Me che non ero ancora me, non ero ancora Io.
Correva il tempo? Per le cellule del mio embrione e poi del mio feto e poi dell'individuo che sarei stato Io ma ancora non lo ero. Sì, correva. Le cellule crescevano, si moltiplicavano, si disponevano secondo lo schema genetico che presiedeva alla loro organizzazione ma non sentivano correre il loro tempo. Il tempo per loro non esisteva come dimensione, come concetto e neppure come sentimento. Non erano in grado di misurarlo. Poi in quel misterioso universo collocato tra la fronte e la nuca, le percezioni trasmesse da miliardi di fibrillazioni nervose hanno cominciato a organizzarsi in altrettante immagini e le immagini in concetti e le une e gli altri a fissarsi in ricordi. Così con un apprendimento graduale sorretto da una memoria sempre più estesa, l'intera rete cerebrale si è andata attivando e la mente si è costruita su se stessa fino a quando la mia capacità di leggere nel futuro è arrivata a immaginarsi la morte e a sentire come certezza ineluttabile il limite ultimo della mia esistenza.
Il tempo scriveva Leopardi nello Zibaldone non è una cosa. "Esso è un accidente delle cose e indipendentemente dall'esistenza delle cose è nulla, è un accidente di questa esistenza, piuttosto della nostra idea, una parola... La conclusione è che tempo e spazio non sono in sostanza altro che idee e anzi nomi... Il nostro intelletto, che è il solo luogo dove il tempo e lo spazio, come tante altre cose astratte, esistano indipendentemente e per se medesimi".
Scriveva questi pensieri da Recanati durante uno dei tanti dolorosi ritorni sotto quel tetto paterno, in quelle stanze severe, colme di libri e di ricordi, dove aveva trascorso il tempo lieto della fanciullezza e poi quello tormentato e infelice dell'adolescenza, alla fioca lucerna poetando, seguendo la pallida luna e gli occhi ridenti e fuggitivi di Silvia. Con l'anima dolente e il languore della fantasia, il tempo gli appariva niente di più che una parola, dietro alla quale altro non restava che la quiete eterna del nulla.
Aveva ragione, povero poeta disperato e solitario, deserto di affetti e di consolazione. Il tempo, il sentimento del tempo, è infinitamente di più che una cosa insieme a Io e al sentimento della morte. Esso è tutto ciò che abbiamo. Silenzioso romba il tempo, verso la foce scorre il fiume. Oh, natura, noi siamo nati nel tuo grembo tracotanti e intimoriti. Silenzioso sentiamo il tempo rombare che ci trasporta. "Sappiamo che tra noi e l'Inferno e il Cielo c'è di mezzo soltanto la Vita che è la cosa più fragile del mondo", scrive Pascal.
"Quando conto l'orologio che racconta il tempo e vedo il giorno superbo sprofondato nell'odiosa notte; quando osservo la viola non più in fiore e riccioli neri tutti inargentati di bianco; quando alberi sublimi vedo nudi di foglie che già al gregge schermarono la calura e il verde dell'estate stretto in covoni, portato sul carro con bianca e ispida barba, allora sulla tua bellezza mi vado interrogando; che tra i resti del tempo te ne dovrai andare perché dolcezze e bellezze smarriscono se stesse e muoiono veloci come ne vedono altre crescere veloci; e niente contro la falce del Tempo può offrire difesa".
Il verde dell'estate stretto in covoni: eccolo il poeta di Prospero e di Amleto che si interroga su questo insensato fluire non trovando nulla che ne rassicuri i figli, certo, trascendenza, oppure la Gloria o la Bellezza del corpo e dell'Anima trattenuta dall'Io ricordante ma fino a quando, con quale scopo e utilità. Sulla soglia del secolo che sarà quello di Pascal e di Galileo, di Cartesio, di Vico. William Shakespeare ascolta il tempo, de Montaigne è appena morto avvolto nel suo corto mantello e nella sua leggerezza erudita. William ha letto i suoi pensieri, conosce il suo incantevole buon senso, la sua profonda saggezza, ma non ha trovato neppure in quelle pagine le risposte che cercava.
E William, il figlio del contadino di Stratford-upon-Avon parla, con l'anima sua ascoltando il tempo. C'è un altro modo per parlarle? Scrive di tutto e su tutto: sul potere, sull'ambizione, la cupidigia, l'amore, il delitto, la voluttà. Scrive sui Re, sulle Comari, sugli Elfi, sui Fantasmi, sugli Amanti. Ama lui stesso, furiosamente, disperatamente. Conosce i morsi della passione. Tradisce ed è tradito ma mentre vive, mentre scrive, mentre pensa, mentre ama, ascolta il tempo. È uno dei più insigni, forse il più insigne e il più angosciato misuratore del tempo. Dedica al giovane conte di Southampton, l'amante la cui bellezza ne domina i pensieri e le voglie, oltre cento sonetti ma non ce n'è uno in cui alla quarta, alla decima e all'ultima riga non compaia il Tempo e la sua falce cui vanamente il poeta oppone l'incorrotta bellezza dell'amante, l'armonia dei suoi versi che la contengono e la preservano.
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Shakespeare è soltanto un personaggio che riassume in sé diverse capacità artistiche. Naturalmente non è il solo in quel periodo e non è il solo nell'Europa dell'epoca. Siamo tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento. Ricorderete i Saggi di Montaigne, la scrittura di La Boétie.
Proprio la Francia viveva un momento di largo sviluppo con una monarchia che durerà diversi secoli. Luigi XIV, detto il "Re Sole", fu un vero e proprio stratega che teneva sotto scacco militare i popoli confinanti con la Francia, le religioni di vario genere e gestiva il denaro che ormai era diventato uno dei fattori più importanti per la vita e lo sviluppo degli Stati nazionali. Durò almeno quattro secoli questo tipo di governo delle monarchie moderne in cui si alternarono in Europa alleanze e guerre, religioni e Parlamenti: insomma un mondo molto movimentato nel quale pure convivevano diversità. Non sono poi mancate le dittature che hanno dominato e insanguinato il Novecento.
Nell'arco di questi secoli, la letteratura nelle sue varie forme ha rappresentato un valore fondamentale, diffusosi ampiamente nelle forme più diverse: poesie, racconti, romanzi, saggi e i viaggi opportunamente raccontati. Proprio la letteratura è stata uno dei patrimoni più grandi lasciati dagli ultimi duecento anni (Ottocento e Novecento) e anche l'Italia a suo modo ne ha avuta una di notevole interesse.
E il tempo, che cosa sarà infine del tempo? Il nostro mondo è destinato a vedere il tramonto del Sole, che ha illuminato la varietà e l'unità del nostro Cielo. Sarà probabilmente questo l'avvenire che ci aspetta con sempre maggiore intensità.