Oggi Stefano Massini salirà sul palco romano dello Stadio Palatino con un testo dedicato alla multinazionale Gkn e agli operai che hanno perso il lavoro. Sopravvissuti o sopravviventi, lo ha chiamato. È arrabbiato Massini, in sostegno ai lavoratori ha deciso di cambiare l’intervento al festival Letterature, dove era stato invitato col suo Manuale di sopravvivenza. Ieri lo scrittore ha partecipato alla grande manifestazione di protesta a Campi Bisenzio. Era in testa al corteo insieme agli operai del collettivo di fabbrica dietro a uno striscione con la scritta “Insorgiamo”. Nelle ore successive sui social i manifestanti lo ringraziano. C’è chi posta lo striscione disegnato da Zerocalcare. C’è chi spera, «quando la cultura si unisce ai lavoratori non tutto è perduto». Chi si commuove, «abbiamo pianto nel vederti portare lo striscione». Chi polemizza: «dove erano gli altri?». Agli scrittori che non hanno ancora fatto sentire la loro voce, Massini chiede: perché questo silenzio?
A questi temi lei ha dedicato libri come “7 minuti” o “Lavoro”. Stavolta la riguarda da vicino, quella fabbrica è nella sua terra.
«Abito in Toscana, proprio a Campi Bisenzio, dove ha sede la Gkn. È lo scenario in cui sono nato e cresciuto, la fabbrica fa parte del mio panorama consueto, non è lontana dalla mia casa. Questa storia però appartiene a tutti: 422 operai hanno scoperto di essere stati licenziati attraverso una email, qualcuno attraverso un messaggio telefonico. Ho sentito l’esigenza di solidarizzare con la loro protesta. Poi ho deciso di fare un altro gesto, di arrivare a Roma e raccontare con uno scritto letterario la Gkn e quello che sta succedendo, perché mi sembra che al momento scrittori e intellettuali non lo stiano facendo».
È un rimprovero o un incitamento?
«Dico solo: facciamo sentire la nostra voce. Le campane delle chiese qui intorno hanno suonato a morte per solidarietà verso la Gkn. Gli ospedali hanno espresso pubblicamente il loro appoggio. Perfino la Fiorentina calcio lo ha fatto. Per questo l’assenza delle voci degli scrittori e del mondo del teatro è assordante. Eppure siamo solo all’inizio della mattanza, il flagello Covid avrà conseguenze economiche catastrofiche. Sarà una macelleria, anche senza spargimento di sangue. Mi domando: perché i miei colleghi non la ritengono una questione sulla quale mettere la faccia? Da parte mia oggi provo a farlo nel modo più rumoroso possibile».
La letteratura deve avere necessariamente una vocazione civile?
«Deve aiutare a vivere meglio, a sviluppare un senso critico, altrimenti chi se ne frega. Ripensavo in questi giorni proprio al Gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse, dove è descritta una comunità di persone elette che vive staccata dal mondo. In quel libro il protagonista sente il bisogno di tornare alla realtà, sporcarsi le mani, recuperare un contatto con le persone».
Nel suo nuovo saggio Walter Siti è critico verso il “neoimpegno” dei letterati che vogliono sentirsi nel giusto.
«È vero che aderire ad alcune battaglie può diventare paradossalmente una forma di conformismo. Se non mi espongo su certe questioni vengo escluso dal giro. Probabilmente prendere posizione a favore di 422 persone che si vedono licenziare da un momento all’altro non è una battaglia che rende immediatamente qualcosa in termini comunicativi».
In verità negli ultimi anni gli scrittori italiani sono attivi in molte battaglie sociali, dai porti aperti ai migranti al Ddl Zan.
«Ma ora? Il Covid è la frattura che ha cambiato tutto. Veniamo da un anno e mezzo nel quale siamo stati obbligati a cambiare completamente. Il lockdown per molti ha funzionato come una bolla dentro la quale ripararsi a lavorare, adesso però il rischio è non uscire più da quel guscio. Per un lungo periodo tutto si è svolto in streaming, la vita è passata attraverso i computer e la sfera domiciliare, trionfo e tempio del momento che abbiamo vissuto, ha preso il sopravvento. Ho paura che tutto questo possa diventare un incentivo a mettere la testa sotto la sabbia. Non possiamo permettere che l’isolamento del lockdown ci spinga a introfletterci dentro la sfera dell’immaginazione privata».
I grandi avvenimenti non hanno bisogno di tempo per trasformarsi in letteratura?
«Lungi da me il desiderio di dare lezioni agli altri ma ci sono dei momenti in cui ognuno di noi è chiamato a prendere una posizione. Il lavoro evidentemente è diventato un argomento poco interessante».
Eppure la letteratura industriale e civile italiana scavalla il Novecento. Pensiamo a Rea, Pennacchi, Avallone, Desiati, Falco o alle inchieste sui migranti di Leogrande. Solo per citarne alcuni.
«Certo ma oggi il lavoro è sempre più slegato dalle nostre vite. Già il fatto che si usi l’inglese invece dell’italiano, come è accaduto dal jobs act in poi, è la spia di un processo di allontanamento della sfera lavorativa da quella privata. Un tempo nella schedina del totocalcio bisognava fornire i propri dati, tra cui la professione. Sappiamo che lavoro facevano i vincitori e sappiamo anche che la maggioranza ha reinvestito i soldi vinti nel proprio ambito lavorativo. Oggi invece i gratta e vinci tipo “Turista per sempre” ti promettono di liberarti del lavoro. La bella vita non lo contempla».
Non crede che si possa raccontare il mondo in cui viviamo in tanti modi, anche senza prenderlo di petto?
«Aveva ragione Aristotele quando diceva che la scrittura stessa è un gesto politico. La letteratura è sempre politica perché ci permette di leggere in modo consapevole la realtà. Ma poi ogni scrittore fa vibrare determinate corde. Luca Ronconi, che considero il mio grande maestro, quando gli chiesero qualcosa per l’anniversario della Rivoluzione francese, decise di mettere in scena I dialoghi delle carmelitane di Bernanos, non proprio un testo filo-rivoluzionario. Mi preme però che gli scrittori, qualunque siano le loro scelte, abbiano la consapevolezza che il nostro mestiere si fa vivendo a bagnomaria dentro la realtà e che non è una cosa per eletti».
L’ambiente letterario le sembra tutt’oggi elitario?
«Penso sia così. Quando c’è un vulnus che incide nella carne di un tessuto sociale, noi scrittori dobbiamo metterci il corpo, andare lì. Perché non c’è stata una presa di posizione?».