Nella percezione comune, gli oggetti sopravvissuti al flusso della storia sono legati al passato, e non tutti sono consapevoli della loro forza e dell’influenza che esercitano all’interno della società attuale. Sono proprio le generazioni contemporanee che ne fanno uso e che ne determinano l’utilizzo all’interno della società, rendendo i manufatti, seppure antichi, sempre comprensibili e addirittura flessibili alle necessità dettate dalla contingenza.
Ecco, perciò, il bisogno di insistere, ancora una volta, sull’importanza dello sforzo ermeneutico atto a comprendere e spiegare in modo efficace ciò che viene esposto. Inoltre, è opportuno introdurre alcune altre problematiche di grande attualità, ovvero quelle dell’incremento della partecipazione pubblica alla vita culturale, della rilevanza sociale dei musei e della necessità di non svilirne il messaggio; è quindi doveroso sottolineare i…
Nella percezione comune, gli oggetti sopravvissuti al flusso della storia sono legati al passato, e non tutti sono consapevoli della loro forza e dell’influenza che esercitano all’interno della società attuale. Sono proprio le generazioni contemporanee che ne fanno uso e che ne determinano l’utilizzo all’interno della società, rendendo i manufatti, seppure antichi, sempre comprensibili e addirittura flessibili alle necessità dettate dalla contingenza.
Ecco, perciò, il bisogno di insistere, ancora una volta, sull’importanza dello sforzo ermeneutico atto a comprendere e spiegare in modo efficace ciò che viene esposto. Inoltre, è opportuno introdurre alcune altre problematiche di grande attualità, ovvero quelle dell’incremento della partecipazione pubblica alla vita culturale, della rilevanza sociale dei musei e della necessità di non svilirne il messaggio; è quindi doveroso sottolineare il mantenimento rigoroso della correttezza scientifica, evitando usi e abusi sconsiderati del patrimonio stesso.
È necessario sviluppare un’educazione civica all’archeologia e al patrimonio storico artistico che i musei sono in grado di mettere in atto con i loro allestimenti; bisogna quindi cercare di superare il concetto secondo cui gli artefatti vengono esposti completamente separati dal loro contesto storico, mostrandoli semplicemente come oggetti di particolare bellezza. Questo, infatti, non facilita la loro comprensione; isolarli completamente dal contesto originale non permette di interpretare un’epoca, che può recuperare almeno parte del suo senso soltanto mettendo tali oggetti in relazione tra di loro quali testimoni di un vissuto comune. Al livello internazionale, è ormai condivisa l’idea che i musei siano teatri della memoria dove le identità locali e globali vengono definite, e dove diverse visioni del passato e del presente incontrano il futuro.
Nei luoghi della cultura si può imparare a mettere le comunità al centro e a studiare il loro rapporto con l’ambiente, con la storia, con l’oralità e la scrittura, con le varie forme di espressione, con la tecnologia. In queste istituzioni le scienze umanistiche assumono un ruolo fondamentale perché ci aiutano a indagare quale effetto l’evoluzione e il cambiamento abbiano svolto nell’organizzazione della vita. Questo può essere di grande aiuto per comprendere come affrontare le avversità e i quesiti che la nostra esistenza ci pone, per capire quali effetti determinate scelte potrebbero avere per lo sviluppo della collettività.
Il metodo scientifico museale aiuta a sviluppare uno spiccato senso critico e una consapevolezza della parzialità e temporalità dei risultati scientifici raggiunti.
I luoghi che custodiscono le vestigia del passato possono funzionare da laboratori di innovazione sperimentando nuove tecniche di investigazione, attraverso le quali sia possibile “interrogare” gli oggetti in modi diversi. In questo ambito, un dialogo reale tra umanisti e scienziati può produrre risultati davvero innovativi, combinando il potenziale offerto dalla scienza moderna con le domande suggerite dagli oggetti ma rimaste ancora senza risposta. È arrivato il tempo di introdurre quello che potremmo definire un umanesimo digitale in cui archeologi, antropologi, architetti, storici, filosofi, neuroscienziati, psicologi lavorino fianco a fianco con chimici, fisici, esperti informatici, per arrivare alla definizione di una nuova semantica che ci permetta di capire ed elaborare la complessità della realtà. E solo in questo modo si potrà comprendere a pieno l’interdipendenza fra essere umani e artefatti.
Il patrimonio di conoscenze, che derivano da una scrupolosa disamina degli avvenimenti accaduti, costituisce una base solida per programmare l’innovazione, innanzitutto, considerando quali siano le ragioni biologiche, sanitarie, ambientali, sociali, economiche che hanno spinto l’umanità a mutare corso. Poi, osservando l’efficacia dei cambiamenti messi in atto e analizzando effetti positivi e risultati negativi, si possono prendere in considerazione una serie di variabili che ci danno la possibilità di operare delle scelte più ponderate.
La sete di conoscenza per il passato costituisce, inoltre, una formidabile ragione di sviluppo per trovare modalità che ci consentano di ottenere informazioni sempre più approfondite. In questo scenario, il rapido progresso tecnologico dei giorni nostri, in costante evoluzione, ci offre un importante strumento di indagine per comprendere i cambiamenti avvenuti in passato, che hanno portato alla realizzazione e all’utilizzo degli oggetti che sono giunti fino a noi.
Se i luoghi della cultura sapranno raccogliere la sfida di formare le nuove generazioni con un modello di didattica nuovo che sappia far dialogare materiale e immateriale e che porti tutto il comparto educativo a frequentare con assiduità, e non sporadicamente, le gallerie espositive; se saranno in grado di sviluppare progetti di ricerca che permettano di comprendere in uno sviluppo diacronico i mutamenti della società, i rapporti fra uomo e ambiente, aiutando a leggere il paesaggio e a trovare soluzioni che ne permettano la sua cura e preservazione; se sapranno svolgere in maniera attiva la funzione di luoghi di inclusione, di creazione di cittadinanza, di dialogo e confronto, troveranno soggetti interessati a investire in un modello culturale che aiuti la crescita degli individui e della collettività.
L’obbiettivo deve essere quello di venire percepiti come laboratori di innovazione, fondamentali per uno sviluppo armonico della società. Solo così daremo davvero voce a quanto ci ricorda in modo netto l’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ricerca, innovazione tecnico scientifica, patrimonio e società sono connessi in modo imprescindibile e da questo rapporto deve scaturire la rinascita collettiva che, partendo da solide radici culturali, sappia indirizzare il cammino per un futuro sostenibile.