Roberto Calasso, la sua Adelphi e la letteratura assoluta
di Paolo Di Paolo , di Paolo Di PaoloLa letteratura assoluta. Trovare un'altra categoria per riassumere sessant'anni di dedizione alla scrittura, all'editoria, al lavoro con i libri, non è facile. Dai venti agli ottanta da poco compiuti, Roberto Calasso - nato a Firenze e morto a Milano - ha ripetuto gli stessi gesti: l'autore di quattromila pagine tradotte in mezzo mondo, l'editore di una casa editrice che ha cambiato il paesaggio culturale italiano, Adelphi, e il ragazzo fresco di laurea in letteratura inglese con Mario Praz, il giovane "allievo" di Luciano Foà e del leggendario Roberto Bobi Bazlen, consulente editoriale, scopritore di talenti. A cui aveva appena dedicato un piccolo libro, Bobi - in libreria per una spiazzante coincidenza proprio oggi insieme a un altro memoir Memè Scianca - : "Che cosa mi aspettavo di trovare in Bazlen? Esattamente quello che lui era, un uragano silenzioso che, anche per la sua totale assenza dalla scena, avesse il potere di pieg…
La letteratura assoluta. Trovare un'altra categoria per riassumere sessant'anni di dedizione alla scrittura, all'editoria, al lavoro con i libri, non è facile. Dai venti agli ottanta da poco compiuti, Roberto Calasso - nato a Firenze e morto a Milano - ha ripetuto gli stessi gesti: l'autore di quattromila pagine tradotte in mezzo mondo, l'editore di una casa editrice che ha cambiato il paesaggio culturale italiano, Adelphi, e il ragazzo fresco di laurea in letteratura inglese con Mario Praz, il giovane "allievo" di Luciano Foà e del leggendario Roberto Bobi Bazlen, consulente editoriale, scopritore di talenti. A cui aveva appena dedicato un piccolo libro, Bobi - in libreria per una spiazzante coincidenza proprio oggi insieme a un altro memoir Memè Scianca - : "Che cosa mi aspettavo di trovare in Bazlen? Esattamente quello che lui era, un uragano silenzioso che, anche per la sua totale assenza dalla scena, avesse il potere di piegare e appiattire quella geografia prestabilita che costituiva allora non solo la letteratura ma, in una concatenazione che sembrava inscalfibile, anche il cinema, la politica, la pittura, il teatro, la moda e il resto".
Piegare una geografia prestabilita, silenziosamente: si potrebbe dire che così ha agito attraverso Adelphi, marchio fondato a Milano nel 1962, di cui è diventato direttore editoriale nel 1971. Il nome è così familiare tra i lettori - e altrettanto il logo, un pittogramma cinese, e la veste grafica, con le sue tinte pastello e la "gabbia" tardo-ottocentesca - che si rischia di perderne la radice. "Fratelli, sodali": e come si può cogliere nelle ispiratissime lasse che compongono Bobi, c'è tutto il valore degli incontri, dell'amicizia, della dialettica fra appassionati alle stesse cose. Fra affini, direbbe Calasso. I classici, la filosofia, i saggi, l'etologia, l'Oriente, Il Monte Analogo, Kundera, l'intramontabile Simenon, Joseph Roth, Thomas Bernhard, la Mitteleuropa, Oliver Sacks. Ma anche "breviari pop" come Siddharta e Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta. Tutto Giorgio Manganelli, Arbasino, i bellissimi romanzi e racconti di Fleur Jaeggy, sposata con Calasso, e il primo Aldo Busi.
Un catalogo maestoso, una raggiera di interessi eruditi, di azzardi intellettuali, di slanci imprevedibili, di gusti anche eccentrici - capace di produrre devozione, manie, feticismi spesso perfino troppo esibiti, come nessun altro marchio editoriale italiano. A Dario Olivero che, in una intervista di qualche anno fa, gli chiedeva quanto i libri Adelphi avessero inciso culturalmente, rispondeva: "Faccio fatica a riconoscere una classe dirigente nell'Italia di oggi e certamente non la collego con ciò che pubblichiamo. Mi interessa solo l'efficacia sui singoli. Le persone che leggono i nostri libri sono le più varie. Talvolta si incontrano e si riconoscono fra loro. Ma non ho mai contato su un effetto sociale o politico". Affinità, di nuovo. E un modo di pensare l'editoria come produzione di "libri unici", che rendano visibile l'"impronta" di chi li sceglie, e l'unicità, per l'appunto, di chi li ha scritti. "Libro unico è quello dove subito si riconosce che all'autore è accaduto qualcosa e quel qualcosa ha finito per depositarsi in uno scritto". Un libro unico porta con sé lo stigma della "primavoltità", per usare un neologismo coniato da Bazlen.
Considerava il Novecento il secolo dell'editoria, "ben più dell'Ottocento", e considerava l'"invasamento informatico" un problema, quando gli editori collaborano con la tecnologia "nel rendere superflui sé stessi". La parola raffinatezza, spesso accostata al catalogo Adelphi, non lo convinceva; e tuttavia non si può non riconoscere nelle sue scelte la difesa strenua e anche un po' controtempo della letteratura come lusso estetico. Avvolgente e decisivo al punto da rendere "altra" una vita intera.
La sua monumentale opera di scrittore, a metà fra narrativa e saggistica, aperta negli anni Settanta, ha nel romanzo Le nozze di Cadmo e Armonia (1988) il suo tassello più fortunato e popolare: e d'altra parte Calasso considerava i volumi pubblicati tra il 1983 e il 2020 - da La rovina di Kasch a K., su Kafka, da Il rosa Tiepolo a La Folie Baudelaire, fino al Cacciatore celeste e a La Tavoletta dei destini - parti di un unico, amplissimo disegno. Di più: libro dopo libro, traccia l'autobiografia non di sé stesso, come più comunemente accade, ma della sua mente. Ne risulta l'impressionante radiografia del pensiero, degli interessi e delle curiosità, delle ossessioni di un intellettuale autentico, il cui basso tono di voce era inversamente proporzionale all'energia e alla prensilità della scrittura.
Dove arriva una mente, un'intelligenza? Che cosa può raggiungere, cosa riesce a vedere? Approdare in un futuro potenziale, o in un altrove celeste; sostare nelle minime pieghe del presente, l'"innominabile attuale"; indietreggiare fino al primo mattino del mondo, un tempo buio e privo di coscienza. Calasso attinge al mito, lo esplora, lo sfida narrativamente, ma non si ferma lì, apre piste ulteriori, che saldano le leggende a lampi di verità storica e di verità scientifica; tira così un filo lunghissimo che va da Platone e Aristotele ad Alan Turing. Questo vasto, maestoso, enciclopedico racconto di racconti riavvolge e svolge la matassa di centinaia di migliaia di anni; sembra tenere nella sua testa l'intera storia conoscitiva della specie a cui appartiene.
Saggio, indagine speculativa, romanzo: la prosa di Calasso ondeggia, si inoltra, balza in avanti e poi a ritroso, Ovidio e poi Henry James, Pitagora e Oliver Sacks. Insegue sciamani, taumaturghi, aruspici, filosofi, sacerdoti, pittori, scrittori, li stana, dialoga con loro, si muove con disinvoltura mirabile non solo nel tempo ma nello spazio, l'intero atlante delle terre emerse, Europa, Asia, mari, piazze in cui nasce la politica, teatri, labirinti, altari e camere dell'intimità, caverne e case, stanze sovraffollate di libri, bettole, biblioteche da ordinare e riordinare. Esseri umani nel Tempo sconfinato, alleati involontari nella sfida all'ignoto, fratelli - "adelphi" - nel "grande sgomento" dell'esistere.