Di Shudu e del suo creatore non sapevo niente fino alla scorsa settimana quando, cercando di farmi una idea sulle auto elettriche, sono finita sul sito della Lexus. Così, per sognare, dopo averne viste molte. In uno dei video di presentazione della LF-Z Electrified, una bellissima ragazza nera seduta in un interno avveniristico con un volante altrettanto, guidava. Ho così cercato Shudu, il suo nome, e subito è comparsa una agenzia di modelle e modelli — The Diigitals — dalla cui prima pagina sei volti umani e un volto alieno (così come siamo abituati a rappresentarceli) ammiccavano. Capisco, a un certo punto, che The Diigitals è la prima agenzia al mondo di modelle e modelli digitali, e dunque, la donna nella LF-Z Electrified è più avveniristica della macchina.
Il Ceo di The Diigitals si chiama Cameron-James Wilson e, da fotografo di moda — mestiere che ha abbandonato — si è reso conto che certe bellezze …
Di Shudu e del suo creatore non sapevo niente fino alla scorsa settimana quando, cercando di farmi una idea sulle auto elettriche, sono finita sul sito della Lexus. Così, per sognare, dopo averne viste molte. In uno dei video di presentazione della LF-Z Electrified, una bellissima ragazza nera seduta in un interno avveniristico con un volante altrettanto, guidava. Ho così cercato Shudu, il suo nome, e subito è comparsa una agenzia di modelle e modelli — The Diigitals — dalla cui prima pagina sei volti umani e un volto alieno (così come siamo abituati a rappresentarceli) ammiccavano. Capisco, a un certo punto, che The Diigitals è la prima agenzia al mondo di modelle e modelli digitali, e dunque, la donna nella LF-Z Electrified è più avveniristica della macchina.
Il Ceo di The Diigitals si chiama Cameron-James Wilson e, da fotografo di moda — mestiere che ha abbandonato — si è reso conto che certe bellezze non erano abbastanza rappresentate, così, verso la fine dei suoi vent’anni, seguendo tutorial su YouTube e partecipando a forum di discussione, ha imparato la programmazione 3D e creato l’agenzia. I modelli e le modelle di The Diigitals hanno partecipato alle campagne pubblicitarie di Smart, o Ellesse, per esempio.
Mi infervoro, certo, trovo e leggo discussioni tra modelle e modelli umani pro e contro modelli e modelle digitali, entrambe le fazioni hanno argomenti ragionevoli ed economici. Per guardare meglio le foto di Shudu, mi avvicino allo schermo così, prima penso di essere diventata mia nonna che alzava la voce quando parlava coi parenti in Argentina, e poi che Shudu è indistinguibile da un essere vivente, o almeno dagli esseri viventi con filtri Instagram o filtro bellezza come siamo ormai più o meno tutti.
C’è uno scritto di Alan Turing, il cui contenuto è noto grazie al titolo di un film Il gioco dell’Imitazione (regia di M. Tyldlum, 2014), che pone una questione cruciale. L’articolo, del 1951, pubblicato sulla rivista Mind, si intitola “Intelligenza artificiale e macchine calcolatrici”, e partendo dalla domanda «Possono pensare le macchine?» Turing argomenta che la domanda non ha senso, bisognerebbe chiedersi «Possiamo distinguere tra un essere umano e una macchina?». Strutturando un test, Turing dimostra che la risposta a questo secondo interrogativo non è banale. L’ultimo bellissimo romanzo di Kazuo Ishiguro, Klara e il sole (Einaudi, traduzione di Susanna Basso) pone a chi legge la domanda «Possono amare le macchine?». Che poi vuol dire, mimando il ragionamento del matematico inglese «Siamo in grado di distinguere tra le sensazioni, fisiche e psichiche, emotive ed emozionali, suscitate da una macchina e quelle suscitate da un essere umano?». Guardo le foto di Shudu e non lo so (evidentemente, la medesima incertezza attanaglia le centinaia di migliaia di persone che seguono la modella digitale su Instagram). Una macchina dalle sembianze dell’essere amato potrà sostituire, in caso di assenza, morte, scomparsa, l’essere amato?
Ci sono risposte, e proposte, che partono da Blade Runner, e arrivano a Wall-E, il cartone animato Disney, e si potrebbe risalire a Frankenstein, la prima creatura né androide né 3D ma di certo nata dalla scienza, dall’elettricità, per sanare il mal d’amore (l’esperimento fallisce). Si potrebbe arrivare a Galatea nella mitologia greca. Per trovare tuttavia il primo androide, anzi la prima andreide — così la battezza Villiers de L’Isle Adam, — una antenata analogica di Shudu, bisogna arrivare agli anni Ottanta dell’Ottocento e leggere Eva Futura (Marsilio, 2021, nuova traduzione da C. De Carolis, introduzione di Ivana Bartoletti esperta di coding e gender e di gender nel coding) è un romanzo che racconta quanto noi umani riteniamo le relazioni più reali, più tangibili dei singoli esseri con i quali le abbiamo strette. Cosa che Turing aveva intuito. Cosa che Ishiguro ha reinventato. Eva Futura racconta la storia di Lord Ewald innamorato fisicamente di Alicia Clary ma non intellettualmente, che si lascia convincere da Thomas A. Edison, il grande scienziato, a trasferire le forme di Alicia Clary su una macchina che pur avendone le stesse fattezze, sarà più intelligente perché imparerà parlando con Lord Ewald (!!). Shudu, Eva Futura e Klara hanno programmatori — Klara da un certo punto in poi, prima non lo sappiamo — maschi. Ma ora non è questo il punto, restiamo sulla domanda «L’amore suscitato in noi dalla macchina ha natura diversa?» Eva Futura e Klara e il sole raccontano la stessa storia se non che Villiers sceglie una vicenda d’amore passionale e Ishiguro un amore dove la tenerezza giunge a un abisso più fondo della passione — proprio come era successo ne Il gigante sepolto (sempre Einaudi, sempre tradotto da Susanna Basso). Continuo a guardare Shudu nella Lexus elettrica e mi dico che quale sia la natura dell’amore degli esseri umani e come è cambiato dalla fine dell’Ottocento in qua, ce lo raccontano le macchine meglio di noi.