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C’è un Proust in ognuno di noi

Marcel Proust ritratto da Tullio Pericoli (part.) 

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La “Recherche” è la grande opera che racconta il nostro Io diviso. Come il mito e la storia insegnano, oscilliamo tra umano e animale. Una riflessione, a partire dai classici, del fondatore di “Repubblica"
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Mi è capitato in questi giorni di riflettere sulla differenza esistente tra il genere umano e quello animale. Quello che divide il primo dal secondo è la capacità di pensare, ma non solo, anche quella di astrazione: il pensiero del pensiero.

Qualcuno a questo mondo si è già abbandonato a queste riflessioni e, se volessi impegnarmi, troverei subito un sostegno adeguato: basta sfogliare la Recherche, che narra le peripezie dell’Io. Il Proust della fine è molto diverso da quello dell’inizio della sua opera. Bisognerebbe studiare e molte persone l’hanno fatto. Proust era stato un personaggio assolutamente differente da quello che trascorse con se stesso gli ultimi giorni di vita. Ma prima? Che cosa aveva fatto, con chi era vissuto, che cosa aveva pensato?


Questo cambiamento è una caratteristica della condizione umana. Ci troviamo da soli con l’avventura dell’Io come Marcel Proust. Sfogliando una quantit&agra…

Mi è capitato in questi giorni di riflettere sulla differenza esistente tra il genere umano e quello animale. Quello che divide il primo dal secondo è la capacità di pensare, ma non solo, anche quella di astrazione: il pensiero del pensiero.

Qualcuno a questo mondo si è già abbandonato a queste riflessioni e, se volessi impegnarmi, troverei subito un sostegno adeguato: basta sfogliare la Recherche, che narra le peripezie dell’Io. Il Proust della fine è molto diverso da quello dell’inizio della sua opera. Bisognerebbe studiare e molte persone l’hanno fatto. Proust era stato un personaggio assolutamente differente da quello che trascorse con se stesso gli ultimi giorni di vita. Ma prima? Che cosa aveva fatto, con chi era vissuto, che cosa aveva pensato?


Questo cambiamento è una caratteristica della condizione umana. Ci troviamo da soli con l’avventura dell’Io come Marcel Proust. Sfogliando una quantità di libri di diverso genere e di diverso linguaggio, sto cercando da tempo di analizzare i modi con cui gli “umani” si rapportano alla realtà che li circonda. Uso naturalmente la parola “umani” per distinguerli da “animali” e “vegetali”.
Dopo la scoperta dell’America, molti “umani” si posero in punti diversi dell’Atlantico, partecipando a un vero scontro di civiltà: europei contro nativi americani, tanto per cominciare. Diversi non solo per cultura, ma anche per le armi adoperate. I primi in grado di sterminare i secondi. Da allora si sono moltiplicati i conflitti tra le nazioni.


Quando gli europei, vincendo una comprensibile paura, si trovarono in pieno Oceano Atlantico, navigarono a lungo e dopo molte settimane scoprirono nuove terre di fronte a loro. Si trattava di fatto di un altro continente del quale tuttavia era ancora ignota la capienza, ma anche i territori e gli animali che lo abitavano. Si ignoravano ovviamente anche gli umani, che popolavano quella terra. America è il nome che gli fu dato ed è tuttora quello che usiamo. Un continente è l’Europa, un continente è l’Africa, che con l’Europa confina, e un altro continente è l’America della cui estensione gli europei appena arrivati si occuparono con grande interesse, spinti dal desiderio di conquista.


Queste scoperte, verificatesi più di cinquecento anni fa, ebbero come risultato di cambiare completamente non solo la percezione della Terra, ma la condizione umana. Cambiavano l’estensione e i rapporti geografici e fisici tra le varie parti del globo terrestre. Il globo era ormai esplorato nella sua totalità e la sua popolazione risultava notevolmente numerosa. La storia moderna, che è stata un succedersi di alleanze e di guerre, nasce da qui. Le nostre popolazioni collocate su tutti i terreni del globo sono autrici di questa storia. Quelli di noi che hanno studiato la storia che ci riguarda conoscono ovviamente meglio di tutti i secoli che, dal Quattrocento in poi, hanno portato alla vita sul pianeta come la conosciamo oggi.


Si tratta di un passato di grande interesse, pieno di eventi bellici, ma anche di pace, dove i capolavori abbondano: storia, filosofia, economia, strategia militare. Si sono moltiplicate le religioni e la loro diffusione. L’Io si è frammentato.
Da otto anni il Dio cattolico ha come pontefice Papa Francesco: uno dei migliori per confortare i credenti di quella religione estremamente moderna nel suo meglio.

 


Un centauro fu il maestro di Achille. L’eroe greco non se lo aspettava, ma lo accolse con gioia e il centauro lo educò all’arte implacabile della guerra, ma anche al sentimento dell’amore e della pietà. Achille visse una breve ed eroica vita in perenne conflitto tra quei due elementi che si scontrarono dentro di lui come avviene in ciascuno di noi quale che sia la nostra età e la nostra condizione.


Achille è un caso estremo, inventato dalla poesia che spesso precede le analisi della ragione. La metamorfosi che mette l’Io in discussione può spingere il centauro che noi siamo a regredire verso la sua parte animalesca. Quando questa regressione avviene, il nostro Io si impoverisce e si rattrappisce perché una sostanza preziosa smarrisce il senso della fraternità e della pietà e è in grado di progettare l’avvenire.


Un caso straordinario di umanità è quello di Gesù, testimoniato dai Vangeli, con molte variazioni tra loro ma tutti stimolanti. Non solo: anche dagli Atti degli apostoli, dalle lettere di Paolo, dalla predicazione di Pietro e da quella di Giovanni e dall’intero corpo della Scrittura arricchito da una letteratura patristica che si prolunga per almeno quattro secoli. Ma agli occhi dei credenti limitarsi alla dimensione umana di Cristo è fuorviante.
Il vero racconto ortodosso si basa sui medesimi documenti che del resto sono i soli dei quali si disponga ed è completamente diverso. Non è Gesù figlio di un giovane falegname e di una giovanissima ragazza a rendersi conto di una sua interna vocazione e potenza traendone la convinzione di essere il Figlio di Dio, ma è il Figlio di Dio ad umanizzarsi per recuperare l’antica alleanza rotta dal peccato originale: Gesù non fa nessuna scoperta dentro di sé poiché sa da subito, dal momento stesso in cui l’angelo dà l’annuncio a Maria, di contenere l’essenza divina.
Cristo assume la forma umana perché questa è la volontà del Padre e la sua. Cristo si identifica con l’Io umano chiamato Gesù e Gesù sa di essere Cristo.
Cristo modula la sua esistenza umana sulle categorie umane dello spazio e del tempo e sui sentimenti umani della bontà, del perdono, dell’amore e, poiché conosce la potenza che gli istinti hanno sull’animo degli uomini, lascia operare nell’umano di Gesù soltanto l’istinto dell’amore degli altri, cancellando – questo è il vero miracolo che compie l’umano di Gesù – l’amore per sé ed anche l’amore limitato a un singolo individuo. Nell’umano di Gesù resta operante non solo l’istinto, quello dell’agape, la carità, l’identificazione dell’Io con il Paradiso. Cristo umanizzato e appassionato della propria sofferenza è venuto apposta in mezzo agli uomini e ne ha assunto il sembiante allo scopo di soffrire per loro e non potrebbe veramente soffrire se oltre al sembiante non ne avesse assunto la natura.
Ma quando, dopo tre giorni, risorgerà dal sepolcro e apparirà alle donne che l’hanno seguito in tutte le sofferenze e l’hanno mondato dalle lordure della morte e lo hanno infine sepolto sotto una grande pietra, quando apparirà anche ai discepoli e darà l’ultimo saluto, il percorso sarà compiuto. Cristo è risorto, il Figlio degli uomini ha ripreso la funzione di Figlio di Dio, è tornato alla destra del Padre per l’eternità.
Questo è il racconto della Chiesa. Qual è la differenza tra chi interpreta i Vangeli alla luce della fede e chi cerca anche in quei testi uno strumento per comprendere la natura profonda della psiche e delle sue figure e qual è il punto comune di quei due racconti? Cristo parla a entrambi, al nostro Io diviso.